28 febbraio 2011 Ricostruiamo l’Italia dalla scuola pubblica Se vogliamo dare una speranza ai giovani e abbattere le consorterie, la sclerosi delle classi dirigenti, la crescente disuguaglianza e l’immobilità sociale che paralizzano l’Italia, dobbiamo aggredire i ritardi strutturali che oggi impediscono al nostro Paese di crescere.

Altro che lotta alla scuola pubblica! Formazione, formazione, formazione!

Difficile non vedere come una scuola pubblica di qualità sia una delle prime condizioni necessarie per sbloccare la società italiana e liberarla dalla narcosi del conformismo, la base per offrire alle nuove generazioni opportunità per affermarsi e strumenti per difendersi nella competizione globale, stimolando la criticità e non inculcando qualcosa a qualcuno, facendo spazio al merito e non alla furbizia, ridistribuendo opportunità e non continuando a difendere i privilegi di sempre.

Come ha ricordato qualche settimana fa Alessandro Profumo in un’intervista al Sole 24 ore, la scuola non è solo un tema dei paesi più sviluppati: «Il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono ha portato al 20% la percentuale di bilancio del suo paese destinata a scuola ed educazione. E ovunque è apparso chiaro come i governi più dinamici investano in ricerca e start up, come miglior creatore di posti di lavoro per milione di dollari speso». Di questo si è discusso, recentemente, al World Economic Forum di Davos, e il premier inglese David Cameron, conservatore, annuncia, almeno su questa materia, continuità con la dottrina dei suoi predecessori: education, education, education, secondo lo slogan rivoluzionario di Tony Blair, scommettere sull’economia della conoscenza per dare speranza alle giovani generazioni.

E allora: formazione, sì, perché la scuola, la ricerca e la formazione rappresentano la fonte di ricchezza primaria di questo secolo. Ciò che rappresentavano le miniere di carbone nel Novecento. In una competizione globale segnata sempre di più dalla qualità dell’innovazione, chi sa, chi possiede strumenti, è più avanti. E sa come farsi strada.

Formazione, perché la scuola pubblica, nel corso della nostra storia, non ha rappresentato solo un servizio, ma un’occasione di riscatto per tanti giovani e un elemento fondamentale nell’allargamento della cittadinanza e nella costruzione dell’unità nazionale. Andare a scuola, imparare a leggere e a scrivere, entrare in contato con altri giovani, studiare e apprendere discipline tecniche o speculative: così migliaia di italiani hanno compiuto con dignità un percorso di emancipazione e di crescita, consentendo ai loro figli di vivere un’esistenza materialmente e spiritualmente più ricca delle generazioni che li avevano preceduti. Ora non possiamo accettare che si torni indietro.

Formazione, perché la scuola pubblica è stata ed è lo spazio entro il quale si afferma l’idea che lo Stato non sia un’entità astratta e lontana ma una comunità nella quale si cresce insieme attorno a valori condivisi. L’idea, molto semplice ma reale, che in ogni Paese, in ogni borgo, li dove c’è una scuola, lì dove un’insegnate fa, come meglio può il suo lavoro, è proprio lì che c’è lo Stato.

Per questo, quando i massimi rappresentanti del governo, fingendo di scherzare, denigrano o sviliscono la scuola pubblica, non offendono solo docenti, studenti e lavoratori che nella scuola vivono ogni giorno, ma avanzano, coscientemente, un’idea sbagliata e che vuole riportarci al passato, perché disegna il futuro di un’Italia più povera e più divisa, dove lo smantellamento delle reti della coesione territoriale prefigura un’ulteriore arretramento del ruolo delle istituzioni pubbliche nella società, dove tutti hanno meno opportunità, dove il livellamento al ribasso dello spirito critico e della conoscenza umilia la competitività del Paese e lo rende più povero, fragile, insicuro.

Qui sta il nostro compito di offrire un interlocutore e una speranza anche a ciò che si muove oggi nella società, per evitare che un movimento positivo di protesta contro l’umiliazione della scuola, che in questi mesi abbiamo visto animarsi per opera di insegnanti, docenti, genitori e ricercatori, diventi solo difesa dell’esistente e baluardo contro la distruzione.

Per questo dobbiamo offrire un’alternativa, ideale e pragmatica: opporci a questo rischio con la battaglia politica e delle idee, certo, ma, insieme, con tutte le diverse Istituzioni diffuse sul territorio per dimostrare che la richiesta di una società più giusta e aperta trova voce e rappresentanza nell’impegno quotidiano di una nuova classe dirigente che fa funzionare le cose, cambia quello che non funziona e valorizza i punti di forza. Partire dalla scuola, non per limitarci a difenderla, dunque, ma per ricostruire l’Italia.


Tag: Blog
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