6 ottobre 2016 Italia a due facce: il Mezzogiorno cresce la metà del Nord ma anche al Sud ci sono punte di eccellenza In base ai dati aggiornati al luglio scorso, l'Italia si conferma a due velocità, con un Mezzogiorno che cresce della metà rispetto al Nord. La regione leader non è la Lombardia (+1%), ma l'Emilia Romagna (+1,1%), in pratica ai livelli della Francia (+1,3%). Fanalini di coda Calabria e Sardegna (+0,3%). Ma anche il dato lombardo andrebbe scorporato: Milano e il suo hinterland si confermano tra le aree metropolitane più ricche d'Europa, al quarto posto, alle spalle di Londra, Parigi e Madrid

di Ettore Livini e Luca Pagni, La Repubblica, 6 ottobre 2016

Si fa presto a dire Pil. A guardare il solo dato numerico, l’Italia non avrebbe scampo. Secondo l’ultimo rapporto del Fondo Monetario, nel 2016 crescerà dello 0,8%. Il che ci pone ultimi tra i paesi più industrializzati – a parte il Giappone – e sotto la media Ue (+1,7%).Ma scomponendo il dato del Pii su base regionale, a seconda dell’andamento dei distretti industriali, nonché al netto delle varie voci di spesa ( famiglie e pubblica amministrazione), si scopre una realtà più complessa. Con l’Italia che va meglio della Germania, da tutti presa a esempio per la sua crescita, prevista nel corso dell’anno all’l,7%, ma in calo all’Ignei 2017.

Regioni a due velocità. In base ai dati aggiornati al luglio scorso, l’Italia si conferma a due velocità, con un Mezzogiorno che cresce della   metà rispetto al Nord. La regione leader per una volta non è la Lombardia (+1%), ma l’Emilia Romagna (+1,1%), in pratica ai livelli della Francia (+1,3%). Fanalini di coda Calabria e Sardegna (+0,3%). Ma anche il dato lombardo andrebbe scorporato: Milano e il suo hinterland si confermano tra le aree metropolitane più ricche d’Europa: secondo la Camera di Commercio, al quarto posto, alle spalle di Londra, Parigi e Madrid. Il resto della regione soffre. «Ma si tratta di un rallentamento congiunturale – spiega Alessandra Lanza, partner dalla società di consulenza Prometeia – perché la Lombardia è ricca di realtà votate all’export, in questo momento sofferenti per il rallentamento dell’economia mondiale. Saranno le prime a riagganciare la ripresa».

Distretti contro la crisi. La conferma di   una Italia che cresce a macchia di leopardo arriva dai distretti industriali, fiore all’occhiello della manifattura. Nel secondo trimestre del 2016 – secondo l’ultimo rapporto di Intesa Sanpaolo – hanno cominciato a dare un primo segnale di ripresa le esportazioni (+0,2%); che diventa un +1,3% al netto dei distretti orafi che stanno risentendo del crollo della domanda di gioielli da parte dei paesi emergenti. Tra i settori in crescita oltre all’agroalimentare, le ceramiche in Emilia, l’imballaggio nel bolognese, la termomeccanica a Padova e Verona. Bene anche qualche realtà del sud, come te conserve in Campania e l’elettromeccanica nel barese. Male sistema moda e metallurgia.   Meglio della Germania. Ma secondo Marco Fortis direttore della Fondazione Edison «c’è una contraddizione tra il dato del Pii e le   condizioni economiche complessive degli italiani migliorate, sia m termini di potere di acquisto, sia di reddito disponibile». Perché allora l’Italia non cresce come la Germania? La differenza è data dai consumi della Pubblica amministrazione: dalla fine del 2014 al giugno scorso, in Germania è cresciuta del 5,4% e in Italia è calata dello 0,5%. Al netto della Pa, la crescita cumulata del Pii italiano negli ultimi sei semestri sarebbe stata dell’ 1,3% e quello della Germania dell’ 1,4%.

La piastrella rilancia il comprensorio

Il distretto delle piastrelle di Sassuolo – l’ex grande malato dell’economia emiliana – chiude il primo semestre del 2016 con un Pii in salita tra i 4 e il 5% e regala alla regione il podio come area a maggior crescita d’Italia. «Le cose vanno bene», conferma Vittorio Borelli, presidente di Confindustria Ceramica e ad di Fincibec, una delle aziende dell’area. Le esportazioni, come certificano i dati del «Monitor dei distretti» di Intesa Sanpaolo, sono in progresso del 9,4% tra gennaio e giugno. La vera novità è il timidissimo risveglio del mercato interno: «Le nostre vendite in Italia sono crollate dai 180 milioni di metri quadri degli anni d’oro agli 80 milioni del 2015 – spiega Borrelli – Ora però il vento è girato. E salvo sorprese il 2016 si concluderà per la prima volta dal 2007 con un segno più». La ricetta della resurrezione è la spinta all’innovarsi, che non è mai mancata nemmeno negli anni più difficili consentendo di arginare l’arrembaggio dei prodotti low-cost cinesi: «Abbiamo continuato a spendere in ricerca e sviluppo il 6 – 7 % del fatturato con un record di 315 milioni nel 2015».

Cioccolato e caffè puntano all’estero

Il 2016 è un altro anno dolcissimo per il distretto del caffè e del cioccolato di Torino. «Il nostro segreto? Siamo riusciti senza troppe fughe in avanti a rimanere artigiani di qualità e a diventare nello stesso tempo marchi conosciuti nel mondo» racconta Guido Gobino, titolare dell’omonima azienda piemontese. E i risultati stanno scritti nei numeri: l’export dei pruni sei mesi del 2016 è cresciuto del 21%. E il “Pii” delle 300 imprese del polo dolciario nato lungo il Po – dicono le stime di settore – è cresciuto tra gennaio e giugno del 4 – 5 % , ben più dei dati asfìttici del Paese.   A fare da volano, come succede in tutti i distretti più virtuosi, è il lievito dell’innovazione e dell’effetto filiera. Le vendite in Italia stagnano un po’. All’estero invece, le cose vanno meglio. E nel polo piemontese l’hanno capito tutti: malgrado le esportazioni pesino per ora solo il 30% del giro d’affari, tre aziende su cinque calcola la Camera di Commercio – anche tra le piccole e piccolissime – hanno deciso di cavalcare il lascino del made in Italy e la qualità dei loro prodotti per tentare (con successo) l’avventura oltrefrontiera.

Il polo dell’oro non luccica più

Non è tutto oro quello che luccica. E il distretto orafo di Arezzo, uno i tre grandi poli assieme a Valenza e Vicenza, soffre anche nel 2016 e rischia di perdere quest’anno un al 6% del fatturato. Tra aprile e giugno 2016, le esportazioni sono crollate del 10,4%. Un dato negativo uguale a quello dei concorrenti veneti e   che negli anni scorsi avevano resistito meglio alla recessioni. Il polo toscano è fatto di 1.298 aziende con 7.500 addetti e fatturato per miliardi l’anno, con vendite esti che pesano per il 90%. Ad Arezzo  hanno provato a cambiar pelle e i puntano tutto sull’export. Una scelta che ha pagato fino al 2013 e che poi si è rivelata un boomerang. Le vendite negli Emirati Arabi, la gallina dalle uova d’oro che quell’anno ha acquistato in Toscana gioielli i quasi un miliardo, hanno iniziato a crollare (-19,5% nel 2016). La concorrenza di cinesi e indiani – che vendono a costi minori – la recessione mondiale e la frenata dell’economia di Pechino hanno penalizzato Arezzo, svantaggiata da una produzione che fatica a conquistare fa alte e i brand del lusso.

Scarpe low cost: la scelta sbagliata

Il Pil dell’Italia dei distretti corre a diverse velocità anche per aree che si trovano a pochi chilometri di distanza e sfornano gli stessi prodotti. L’industria delle calzature venete, per dire, ha da 18 mesi a questa parte, una sua «pecora nera»: il polo veronese. Le 283 aziende scaligere di questo settore – che danno lavoro a oltre 2.500 persone – fanno scarpe come i cugini di Montebelluna e del Brenta. Ma mentre loro crescono, e molto (+8,1% e +6,2% rispettivamente l’export tra gennaio e giugno ), Verona continua per il secondo anno consecutivo a viaggiare in profondo rosso. Le vendite all’estero sono crollate del 12% nei primi sei mesi dell’anno dopo il -8% del 2015. E il Pii di questo semestre, calcolano le stime di settore, segna un calo vicino al 7%. Il male oscuro del distretto, ammettono gli stessi protagonisti, non è poi tanto oscuro. E dimostra come una scelta strategica sbagliata possa costare tantissimo. Verona ha deciso anni fa di delocalizzare buona parte della lavorazione e di puntare sul segmento medio-basso del mercato. E oggi fatica a reggere la concorrenza low cost dal Far East e a tenere il passo dei “rivali” della regione.

 


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