27 ottobre 2011 Dieci mosse per cambiare l’Italia I giapponesi hanno promosso di recente un nuovo piano sanitario. La principale mossa per ottenere risparmi nei prossimi decenni non è chiudere gli ospedali, ma spingere la popolazione a fare almeno mezz’ora di ginnastica al giorno. E' uno spunto che dice qualcosa sul metodo con cui lavorare. Con questo articolo voglio proporre alcuni appunti di quelle che mi piacerebbe definire "Dieci mosse per cambiare l’Italia": scelte strategiche da sviluppare in un impegno concreto e quotidiano

L’intervento di Nicola | Il Foglio | 27 ottobre

Si è aperto in questi giorni un confronto che si annuncia sui programmi, nel quale anche nuovi protagonisti vogliono misurarsi e contare. Un confronto utile se saprà essere popolare e partecipato e se il suo obiettivo sarà dotarci di un progetto, discutere apertamente e poi giungere a una sintesi ed elaborare una visione.

Quello che non ci serve è impantanarci a dissertare sui cavilli di un programma che capiscono soltanto gli addetti ai lavori. Meglio la chiarezza delle grandi scelte all’ambiguità dei distinguo. Né ci serve, a mio avviso, la rassicurazione del compitino ben fatto. Belle idee ce ne sono tante: fanno il giro dei convegni o servono a conquistare una pagina di giornale. Ma poi cosa resta? A leggere certi documenti, sembra tutto perfetto. “Si deve fare così”… ma poi? Grandi elaborazioni, piccola volontà politica, blocco sociale zero.

Serve, innanzitutto, la forza di pensiero autonomo. Molto studio per combattere la pigrizia delle risposte precotte, e un nuovo linguaggio, per non essere timorosi e ripiegati sulle parole d’ordine del passato. Dobbiamo farlo per sfuggire a due rischi che in questi anni hanno troppo caratterizzato il nostro discorso e la nostra azione politica: il rischio della conservazione (restare aggrappati alle certezze di ieri) e il rischio della subalternità (pensare che l’unico modo di essere innovatori è dire le stesse cose che dice la destra).

Si può e si deve essere innovatori senza essere subalterni (e il discorso vale tanto per il centrodestra quanto per il centrosinistra, sia chiaro). Per cambiare, dobbiamo liberare la testa dalle incrostazioni, dai tic del pensiero assuefatto alla consuetudine, e scatenare l’immaginazione.

I giapponesi hanno promosso di recente un nuovo piano sanitario. Sapete qual è la principale mossa per ottenere risparmi nei prossimi decenni? Non contare le medicine, o chiudere gli ospedali, ma spingere la popolazione a fare almeno mezz’ora di ginnastica al giorno.

Quelli che qui presento sono alcuni appunti di quelle che mi piacerebbe definire “Dieci mosse per cambiare l’Italia“: scelte strategiche da sviluppare in una battaglia politica e di idee, e che potremmo sintetizzare così in poche righe.

  • Primo: lanciare una campagna per l’elezione diretta del presidente dell’Unione europea, per rispondere alla richiesta di un nuovo spazio politico e costituire un punto di riferimento unico per portare le nostre esigenze con più forza in tutte le sedi internazionali.
  • Secondo: combattere le disuguaglianze, promuovendo un nuovo equilibrio nel mercato del lavoro e nel sistema previdenziale, un nuovo patto fiscale, un nuovo welfare dei servizi.
  • Terzo: costruire una scuola e un’università più aperte, efficienti e competitive nel mondo.
  • Quarto: cancellare ogni forma di discriminazione e dare cittadinanza a tutti i nuovi italiani.
  • Quinto: scommettere sulla creatività, incentivando l’innovazione del sistema produttivo e gli investimenti in ricerca e sviluppo.
  • Sesto: promuovere la trasparenza della macchina pubblica, la cultura della valutazione, la razionalizzazione delle competenze, disboscamento degli enti di secondo livello, riforma della presidenza del Consiglio.
  • Settimo: definire un nuovo piano nazionale per la sostenibilità urbanistica e il paesaggio attraverso l’approvazione della “legge sui principi generali del governo del territorio”.
  • Ottavo: aumentare la competitività territoriale, con un piano nazionale di infrastrutture per le aree urbane, fondato sulle piccole e medie opere e sul contributo degli enti locali.
  • Nono: fare leva sullo sviluppo sostenibile, con un piano nazionale di investimenti in project financing nei settori della green economy.
  • Decimo: diffondere l’accesso universale alle nuove tecnologie come strumento per generare crescita, combattere il digital divide e diffondere Internet attraverso la banda larga e il Wifi libero.

Sono “Dieci mosse” su cui aprire un dibattito presto, subito, nelle prossime settimane. Partendo dall’idea che in gioco non ci sono solo singole proposte, ma temi fondamentali: ridisegnare lo spazio della politica, ripensare il funzionamento dell’Italia, indicare a un nuovo popolo un modello di società, costruire le condizioni per tornare a crescere.

Il punto di partenza riguarda lo spazio della politica. E’ evidente: il disagio, soprattutto giovanile, che accomuna in questi mesi l’Europa ci ha proiettato dentro una nuova dimensione. Quelle piazze pongono alla politica un grande interrogativo: chi è che decide? Come si decide? E dove? Emerge il tema della conquista di un nuovo spazio decisionale visibile, efficace, democraticamente controllato.

Errori, divisioni, assenza di respiro, hanno inferto colpi pesanti alla credibilità della politica europea, fino a riaccendere antiche chiusure, e a ridestare, in molti, l’illusione che come tanti piccoli e ingenui Hobbit sia ancora possibile chiudersi nei confini della propria verde Contea, allontanare le inquietudini e le paure che solcano la Terra di Mezzo, rinviare il tempo delle grandi scelte, l’avvento di una nuova era.

Dubito però che ai tavoli dei potenti della Terra, in quei gabinetti di crisi, a difendermi possa essere il presidente della Padania, o della Catalogna, delle Fiandre o anche della ricca Baviera. La verità è che addirittura gli stati-nazione, baricentro della geopolitica moderna, non sono più in grado di rispondere da soli alla nuova domanda di democrazia.

La frammentazione degli interessi di parte, e la miopia di governanti ossessionati dal consenso interno, rischia, anzi, di alimentare spinte regressive e di accelerare la disgregazione. Noi, di fronte a queste tensioni, siamo rimasti ancora troppo fermi alla contemplazione di un problema: la forza dell’Europa finanziaria, la debolezza dell’Europa politica; la paralisi dei governi e lo strapotere tecnocratico. Abbiamo abdicato alla missione per la quale avevamo intrapreso il cammino dell’unità (e il cui simbolo vincente è stato senz’altro Romano Prodi).

L’Europa economica non basta più, ma l’Europa politica non ci sarà mai se non sarà Europa democratica: nell’era della comunicazione globale le persone vogliono giustamente sapere chi decide e controllare direttamente l’iter delle scelte. Gli stati, e i loro governi, non bastano più, ma il potere sopra di essi non può prescindere dai principi base della democrazia rappresentativa.

E’, dunque, tempo di raccogliere un testimone di speranza dalla generazione che ci ha preceduto, giganti della costruzione europea che con visionario pragmatismo hanno posto le basi della nostra unità a partire dall’unificazione economica, dalle prime forme di cooperazione al traguardo cruciale dell’euro.

Per rispondere alla sfida che ci viene posta, dobbiamo avere coraggio fino a porci l’obiettivo più radicale: l’elezione diretta, vera democrazia, del presidente degli Stati Uniti d’Europa e di un governo europeo che, sulle grandi questioni globali, possa imporsi con autorevolezza sull’impotenza delle trattative estenuanti e i veti dei governi nazionali. Dentro questa battaglia, naturalmente, è importante che le nostre istituzioni non abbandonino uno strumento prezioso come l’euro in balia delle speculazioni. Bisogna dotare l’euro degli stessi strumenti di cui gode oggi il dollaro, bisogna evitare che l’assenza di strumenti difensivi flessibili nel sistema monetario esponga la nostra moneta alla speculazione e bisogna anche riconoscere (come ha scritto giustamente Paul Krugman in questi giorni e come avete ricordato voi stessi in questi giorni sul Foglio) che “senza un prestatore di ultima istanza come la Bce, che fermi l’aggressività dei mercati, coloro che prestano o giudicano il livello dell’indebitamento vorranno sempre più soldi in cambio da chi emette titoli”.

Mi chiedo: tutto questo è parlare da idealista? Chiedere la luna? Pensate se qualcuno avesse posto la stessa domanda ad Altiero Spinelli quando, chiuso nel carcere di Ventotene, stretto nella morsa della barbarie fascista, tracciava, nel suo Manifesto, le linee di un futuro possibile. Dentro questo orizzonte ideale, ma necessario, va collocata anche la sfida di avere un’Italia competitiva e più forte. Un’Italia che funzioni. E uno stato che funzioni e faccia funzionare l’Italia.

Nel dibattito di questi giorni non se ne parla, ma io credo che la sfida della crescita parta da qui e che solo così sarà possibile riconquistare la fiducia dei cittadini. Spesso diciamo: la memoria condivisa, la patria, l’orgoglio della Nazione. Bellissime parole, valori nei quali tutti ci riconosciamo. Ma poi, tutto questo non basta se quello che i cittadini vedono ogni giorno è, invece, uno stato che va a pezzi, uno stato predato e predone. Perché quell’immagine degradata del bene pubblico si impone sui bisogni, e diventa più forte di ogni altra. Ha fallito un modello.

Quello proposto della destra era incentrato sull’idea “Protezione Civile Spa”: figlio di una precisa teoria, ha prodotto scandali e sciacallaggio. Anziché mettere mano a una seria riforma della macchina dello stato si è lasciato che gli ingranaggi continuassero ad arrugginire, considerati come gli scarti di una bad company, e si è costruito un motore parallelo, legato a filo diretto con la politica, con l’intento dichiarato di una maggiore rapidità e incisività delle decisioni, ma con l’effetto – che spetta ai giudici ricostruire per la parte che loro compete – di legittimare una struttura irresponsabile di clientele. Il nostro riformismo quando è stato al governo, ha tentato, almeno in una fase, un cambiamento. Ad esempio, ha tagliato i certificati. Bravi, certo. Ma sostanzialmente ha lasciato intatta la macchina dello Stato.

Secondo stime di qualche mese fa, gli sprechi passivi, quelli che derivano semplicemente dal cattivo funzionamento della pubblica amministrazione, raggiungono ormai il 10 per cento della spesa. Occorrono dieci anni – in media- per ottenere giustizia in sede civile. Ci vogliono undici anni – in media – per portare a termine un’opera pubblica e trascorrono in media 900 giorni tra il momento in cui si stanziano i fondi per realizzare un’opera e l’effettivo inizio dei lavori. Vuol dire che se oggi decido di fare un ponte, una strada, una scuola, rischio di iniziare a costruirla, se mi va bene, nel 2013 e la potrà inaugurare qualcun altro suppergiù nel 2020. Noi dobbiamo dimezzare quei numeri, portare da 900 a 200 giorni il tempo per iniziare un’opera pubblica. Perché è in questo lasso di tempo che si infila la corruzione. Secondo la Corte dei Conti, una tassa da 60 miliardi l’anno che grava sugli italiani. Nella classifica sulla percezione della corruzione di Transparency International, l’Italia è al 67mo posto, dopo il Ghana, le Isola Samoa e il Rwanda.

Voglio essere chiaro. Sul dovere di uno Stato che funziona, credo che le forze del centrosinistra siano apparse in questi anni troppo silenti e imbarazzate essenzialmente per due motivi. In primo luogo, perché prigioniere di un rapporto con il pubblico impiego troppo viziato da conservatorismi e mediato da portatori di interesse. Ma soprattutto, perché, anche noi, collusi, in parte, con un sistema di potere vischioso. Non parlo di reati, ma di partecipazione a una gestione del potere che, nell’opacità dei processi decisionali, ritiene di poter controllare e indirizzare meglio le decisioni, illudendosi magari che sia per il bene comune. Ma sbagliando. Lo sviluppo del sistema in cui siamo immersi si è fondato sul meccanismo del “parere di competenza”. In virtù della “competenza” ormai tutti fanno tutto. Cosi su ogni materia hanno “competenza” tre, cinque o quindici enti diversi. Può sembrare comodo, ad alcuni, perché la torta si divide e tutti partecipano alla festa. Ma il bilancio diventa fallimentare quando il gioco dei veti incrociati dilata il tempo, annacqua le scelte, fa esplodere le spese. Per questo dobbiamo dire: basta sovrapposizioni e conflitti.

Troppi decidono e troppi controllano. Meglio dare la priorità a materie esclusive e controlli singoli. Chi fa cosa e chi non fa cosa. Per riorganizzare il sistema delle competenze, c’è bisogno di una rivoluzione della semplicità: lo stato fa leggi su materie statali, le regioni fanno leggi su materie regionali. Entrambi trasferiscono agli enti locali (province, comuni) le competenze amministrative e di gestione, insieme alle risorse necessarie.

Dentro questa rivoluzione, sarebbe importante sciogliere da subito, con legge ordinaria, gli infiniti enti di secondo livello che nessuno conosce ma costano, solo per il lo- ro funzionamento, sette miliardi e sono, tutti, enti di spesa. Strutture, ben inteso, che sono andate bene in una fase di sviluppo dello stato, ma che ora, con l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di provincia, non hanno più senso, perché le funzioni che svolgono andrebbero messe sotto la responsabilità delle figure elette direttamente dai cittadini. Siamo, poi, sicuri che alle municipalizzate servono dei cda, organismi pletorici e lottizzati? Non sarebbe meglio lasciare a chi governa il compito di indicare manager unici, chiamati a rispondere alla figura che li ha nominati e alla valutazione dei cittadini?

Nel pubblico impiego, occorre promuovere la cultura del merito e della valutazione, incentrata sulla partecipazione attiva del cittadino-utente. Perché lo stato funzioni, bisogna dare più potere e spazio ai bravi funzionari e ai bravi dirigenti, spazzando via la complessità delle leggi e l’eccesso di vincoli, l’attenzione agli errori di forma più che a quelli di sostanza che oggi caratterizzano la paralisi, l’impotenza e il malfunzionamento della pubblica amministrazione. Servono regole per decidere e non regole per impedire la decisione.

Infine, bisogna cambiare la testa. In questi anni la presidenza del Consiglio è stata caricata di competenze gestionali che non le appartengono. Questa scelta discende da una precisa opzione culturale (“la politica del fare”) e ha prodotto disastri come il G8 della Maddalena o la cricca dell’Aquila. L’analisi comparata delle democrazie occidentali è di grande utilità, da questo punto di vista: dimostra che i governi più efficienti sono quelli che si dotano di una struttura agile, volta all’adozione di decisioni d’indirizzo, priva di compiti di gestione, lasciati a ministeri e agenzie.

Con queste righe, sono voluto entrare nel dettaglio di quelli che, a mio avviso, sono solo i primi aspetti su cui iniziare la ricostruzione di un pensiero e di una proposta. Ma è chiaro che va citato almeno un terzo punto. A chi dovrà accompagnarci in questo percorso, bisogna indicare un traguardo: un modello di società. Anche su questo dobbiamo essere chiari e coerenti.

Da troppo tempo l’Italia non si muove. Negli ultimi dieci anni siamo cresciuti 4 volte meno della Germania, 6 volte meno del Regno Unito, 70 volte meno della Cina. L’Italia è l’unico paese europeo che nel decennio 2000-2010 ha registrato un calo complessivo del pil pro capite (meno 3,5 per cento, mica poco), perché, negli anni prima della crisi, l’economia è rimasta ferma. I salari dei lavoratori italiani sono tra i più bassi fra i paesi Ocse, superiori solo ad alcuni paesi dell’Europa orientale, al Portogallo e al Messico.

Non solo la disoccupazione cresce, ma, soprattutto, sono sempre di più gli italiani che rinunciano a cercare lavoro. L’Italia ha il tasso di occupazione più basso fra i principali paesi dell’area euro. Peggio di noi solo Malta e Ungheria. Il tasso di occupazione delle donne è drammatico, fermo dodici punti al di sotto della media europea. Non c’è crescita se non si affronta questi nodi. Il problema non è soltanto la giustizia sociale, “non lasciare indietro gli ultimi”. Non si cresce in una società di uomini e donne che temono il futuro.

Porsi il problema di un paese più giusto e porsi il problema di un paese più competitivo, per questo, non è in contraddizione. E’ parte di una stessa missione. Il modello in cui oggi viviamo è drammatico per le nuove generazioni, alle quali nega i fondamenti stessi di un’esistenza: la soddisfazione di un lavoro, la possibilità di costruirsi una famiglia. Fra il 2009 e oggi l’età media in cui una ragazza italiana partorisce il suo primo figlio è salita da 26,9 a 30 anni Un giovane che si affaccia per la prima volta sul mercato del lavoro ha i1 55 per cento di possibilità di vedersi offrire soltanto un posto precario.

Il prezzo? Rischia di essere molto salato. Alcuni studi dicono che, in media, chi perde il lavoro e non ha protezioni, si trova ad avere salari più bassi per 20 anni, a subire una forte instabilità dei redditi per 10 anni, e ha una probabilità più alta di divorziare e minore di fare figli. Un’intera generazione negata. Gli studenti italiani giungono impreparati, e quindi indifesi, di fronte alle sfide del mondo. Il 50 per cento dei ragazzi tra i 15 e i 18 anni sono fuori dal “letteralismo”: non comprendono, cioè, un testo scritto di media complessità. Nel Qs World university ranking 2011 (la più importante classifica mondiale sul livello delle università) nessun ateneo italiano si piazza tra i primi 100 del mondo. Per trovarne uno, bisogna arrivare all’Alma Mater di Bologna al 183mo posto. Una vergogna per chi ha visto nascere le prime grandi università dell’evo moderno.

Qui sta il nostro compito. Tante volte abbiamo detto giovani, talento, opportunità, meritocrazia ma poi sulla qualità del nostro sistema universitario, sulla formazione e orientamento al lavoro, sulle scelte in campo previdenziale e assistenziale, siamo stati davvero innovativi? Indignarsi ed enunciare principi è facile, ma ogni enunciazione richiede scelte conseguenti: nell’allocazione dei soldi pubblici, nello spostamento delle tutele, dai super – protetti ai non – protetti, e nella redistribuzione delle risorse fiscali, dalla ricchezza ai redditi e agli investimenti produttivi. Viviamo in quella che potremmo chiamare “la società del rischio diseguale”: molti pagano molto, altri meno, alcuni privilegiati non pagano niente.

E’ vero: il nostro sistema imprenditoriale è florido, funziona bene, cresce, l’export va che è una meraviglia (in Europa, come ha ricordato anche mercoledì scorso Rodolfo De Benedetti sul Corriere, siamo secondi solo alla Germania, e questa è una ricchezza che tutti ci invidiano). Ma se vogliamo riprendere a crescere, dobbiamo trasformare la società disuguale nella società delle nuove speranze, dobbiamo indicare un orizzonte a chi la destra ha colpito in questi anni, sbloccare energie.

Sono due grandi categorie di esclusi: l’Italia alla quale sono state negate le opportunità e chiede merito, umiliata da un sistema di potere che ha difeso soltanto rendite, circoli e conventicole, e l’Italia cui è stata negata giustizia e chiede un nuovo scudo sociale, perché non trova risposte ai bisogni, stretta nel fallimento di un modello ideologico e di sviluppo fondato sull’allargamento della disuguaglianza, in cui alcune persone hanno tutto e sempre più persone si vedono negare strumenti e diritti di una cittadinanza sostanziale.

Per cominciare, dunque ristabilire un principio di giustizia nella distribuzione e nell’accesso alle risorse. Prendiamo, in primo luogo, il fisco. Lotta all’evasione, certo: nessuna pietà nei confronti di chi specula sulla pelle delle persone oneste, ma sapendo anche che, oltre ai delinquenti, l’elusione del fisco, nelle sue diverse forme, può nascere per tanti “piccoli” non dall’istinto a delinquere, ma dalla necessità di proteggere il proprio reddito da un prelievo eccessivo. Un nuovo patto fiscale può, quindi, essere realizzato solo proponendo un nuovo scambio: ridistribuire il carico fiscale dal lavoro alla rendita.

Meno tasse sul lavoro e sulla produzione in cambio di un imposta, fortemente progressiva, sulla ricchezza, e un allargamento della base imponibile. E, ovviamente, deve essere chiaro che o lo scambio sarà vantaggioso per entrambe le parti, oppure non sarà credibile. Così per tutto il capitolo che riguarda il mercato del lavoro.

La flessibilità non è il diavolo, e l’ideologia del posto fisso non serve a niente. Soprattutto ai giovani. Anzi, è stata proprio la flessibilità, in questi anni, a produrre una progressiva riduzione del tasso di disoccupazione, che si è interrotta solo per effetto dell’ultima crisi. Il problema è che il nostro mercato del lavoro è molto flessibile per alcuni e molto rigido per altri. E’ ovvio: che un giovane guadagni meno e sia meno protetto contro i rischi di impiego, rispetto ad un lavoratore anziano, è comprensibile. Quando un imprenditore assume un giovane, prende rischi elevati, perché non conosce le caratteristiche dell’individuo, le sue capacità. Ma queste considerazioni non sono sufficienti a spiegare il divario.

Come aggredire questo problema? In questo caso l’unica strada è avere la forza di proporre un patto sulle regole, un nuovo scambio. Le proposte in campo sono molte, con molte idee valide. Le priorità mi sembrano tre, difficilmente scindibili l’una dall’altra: ridurre l’incidenza dei contratti atipici come forma di sfruttamento di lavoro low-cost allineando le aliquote fiscali e il prelievo contributivo dei contratti atipici ai livelli dei contratti a tempo indeterminato (ovviamente nel quadro di una riforma della fiscalità come quella che abbiamo descritto sopra e, dunque, ad esempio, anche con incentivi alle imprese che assumono e formano giovani).

Ipotizzare l’introduzione di un contratto di inserimento a garanzie e tutele progressive, sul modello già sperimentato in altri paesi, per evitare le distorsioni dei contratti a tempo e parasubordinati; ripensare in termini radicali l’assetto delle relazioni industriali, anche per evitare che il peso delle misure a tutela della flessibilità si scarichi interamente sulle imprese, generando un aumento di comportamenti elusivi e del lavoro nero.

Non c’è dubbio, le resistenze al cambiamento sono forti, ma più forte è l’energia che può sprigionare, oggi, da un pensiero sinceramente innovatore. Per questo abbiamo bisogno di aprire un dibattito vero, non dentro un partito o uno schieramento politico, ma dentro il corpo vivo della società, fuori da noi.


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