12 ottobre 2012 «E adesso rottamo io», l’intervista all’Espresso Per anni nella confusa politica romana c'è stata una sola certezza: Nicola Zingaretti, presidente della Provincia, si sarebbe candidato a sindaco. Invece è arrivato il contrordine: «Corro per la regione Lazio». E ora Zingaretti, da molti considerato il vero anti-Renzi, si ritira dalla corsa per il Campidoglio. Un caso di auto-rottamazione?

Alla romana: Zingaretti, che stai a ffà?

«È vero, fare il sindaco di Roma sarebbe stato più prestigioso sul piano nazionale. Ma di fronte alla voragine che si è aperta nella regione Lazio non potevo pensare alle mie ambizioni personali. La buona politica deve essere in grado di cambiare il corso delle cose. La crisi più grave non è quella economica, è quella democratica: la rottura tra cittadini e istituzioni, la scarsa credibilità della classe politica, l’incapacità della classe dirigente nel suo complesso di dare risposte al nodo italiano. Quante volte lo ripetiamo quando vince Grillo? Nel Lazio la crisi è esplosa in tutta la sua gravità: Fiorito non è solo un mariuolo, l’istituzione più importante per i cittadini, quella che gestisce la sanità e la formazione professionale, è stata asservita agli interessi di una casta, la reazione con lo sfoggio di arroganza e di impunità ha aumentato il disgusto. Ho sentito il dovere di reagire, di metterci la faccia e le mani, perché se non è la buona politica a reagire torniamo al salvatore della patria o al tecnico, al soccorso da fuori, al commissariamento o alla vittoria dell’antipolitica. I politici si dividono tra quelli che hanno paura del futuro e quelli che accettano la scommessa. Odio la mediocrità, il gattopardismo di una classe politica che si acconcia a gestire l’esistente».

E se ai cittadini arrivasse il messaggio opposto, che esistono politici buoni per ogni poltrona?

Nel 2008 Veltroni e Rutelli si scambiarono i ruoli per un problema di collocazione e il centrosinistra pagò carissimo il balletto.

«Avevo annunciato che mi sarei candidato alle primarie per il Campidoglio del 20 gennaio. La scelta delle primarie va confermata, chi sarà il candidato sindaco questa volta lo decideranno gli elettori. Per la Regione, in un momento di emergenza, è stata investita la personalità più forte dal punto di vista amministrativo. Quando sono arrivato alla provincia ero circondato: Berlusconi al governo, Alemanno in Campidoglio e poi la Polverini in Regione. Loro sono messi male, io sono ancora qui…».

C’è chi dice che lei abbia ceduto a un ricatto politico. Francesco Gaetano Caltagirone non gradiva che lei diventasse sindaco. Per giorni “II Messaggero” ha sparato in prima pagina li suo nome attaccando l’acquisto della sede della Provincia costata 263 milioni. Poi, quando lei si è ritirato da Roma, il nome è sparito.
«Ho ascoltato senza pregiudizi e con rispetto le ragioni. Con quel gruppo editoriale c’è stato uno scontro su una decisione specifica. Non ho condiviso le critiche, ho replicato e sono andato avanti. C’è stata una dimostrazione di grande autonomia, non di subalternità. Nei rapporti con i poteri economici si deve sfuggire a un doppio estremismo: il servilismo o il rifiuto aprioristico. Un amministratore valuta, spiega, poi decide. E fa prevalere l’interesse generale. Comunque, nonostante questa divergenza, non rimane in me nessun preconcetto».

A proposito di Caltagirone, Pier Ferdinando Castri con lei non ci sta. E risorge invece la foto di Vasto: il Pd con Vendola e Di Pietro…
«Non facciamo confusione con dinamiche nazionali. Con Idv e Sel governo la Provincia da quattro anni. E ho sempre avuto una grande attenzione per le forze moderate e per le esigenze di cui i cattolici sono portatori. Non sono io ad aver detto dei no. L’Udc nel I.azio è stato il principale sostenitore della giunta Polverini e dell’operazione rinvio delle elezioni al 2013, puntando a tenere in piedi quel consiglio regionale delle ostriche e champagne a spese del pubblico contro il parere dell’avvocatura dello Stato e del governo Monti. Il principale esponente centrista, Luciano Ciocchetti, è il vice della Polverini ed è l’autore del piano casa impugnato da Berlusconi e Monti. I moderati troveranno spazio per essere protagonisti in questa battaglia in autonomia con una lista civica».

Alfano annuncia che gli uscenti in Regione del Pdl non saranno ricandidati. Lei farà lo stesso con il Pd, compreso il capogruppo Esterino Montino che ha accettato senza fiatare i fondi pubblici votati da tutti i partiti?
«Il Pd e le opposizioni hanno fatto un grave errore ad accettare quel sistema, lo hanno ammesso e con le dimissioni in massa hanno provocato il voto anticipato. Se c’è un calderone dove tutti sono uguali si fa un favore ai malfattori. Ho già chiesto un radicale rinnovamento delle liste non per un coinvolgimento, ma per rappresentare la nuova fase. Montino ha già detto che non si ricandiderà».

Il fatto che la destra a Roma e in Pisana sia in rotta per il Pd è una risorsa o un problema?
«A livello nazionale il Pdl è vittima di quattro cambiamenti in pochi mesi: le dimissioni di Berlusconi dal governo, il rinnovamento di Alfano, il ritorno di Berlusconi, il nuovo ritiro. Tutto resta bloccato perché prevale la forza della conservazione. Ma la destra ha perso qui a Roma e nel Lazio: il Pdl si è dissolto dove ha governato tutto. E dentro al Pdl la destra di Alemanno, dei megafoni e delle croci celtiche. Ha avuto la grande occasione, non è stata all’altezza».

Chi farà il sindaco di Roma? Sassoli, Gasbarra, Giovanna Melandri’? Riccardi ci ripenserà?«C’è una scelta già fatta: le primarie. Lì si misurerà la credibilità del centrosinistra, nell’equilibrio tra ambizioni e responsabilità. Quello che posso augurare è che non si arrivi a una fiera delle autocandidature».

Il voto nel Lazio si incrocerà con le primarie del centrosinistra: e dire che qualcuno vedeva in lei la via di mezzo tra Bersani e Renzi…
«Penso che per cambiare davvero il Paese nei prossimi anni servirà una rottamazione meritocratica, più complicata di quella generazionale, la rottura di conventicole e ipocrisie. Se vincerò punterò a costruire dal Lazio un modello nuovo di riformismo, fuori dall’abisso in cui siamo precipitati».

Sarà, ma intanto per ora lei esce dal gioco nazionale. Chissà la delusione degli: Nicola ancora una volta non dà battaglia..
«Come non do battaglia? Vado nel luogo più basso per la dignità della politica. E’ una delusione immotivata. Non tiro i remi in barca, non vado in vacanza. E non esco da un ruolo nazionale. Vado a combattere per la seconda regione italiana. E se vinco sarà un successo per la buona politica».


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