27 maggio 2012 Equità e crescita: una nuova agenda Già prima del 2008 l’Italia era uno fra i Paesi avanzati con i più alti livelli di disuguaglianza tra le persone e la crisi ha accentuato ulteriormente queste differenze. Per ridare speranza ai tanti che la stanno perdendo servono istruzione di qualità, maggiori servizi, un’economia sostenibile, meno tasse sui redditi e quindi, più sviluppo, più sicurezza e una qualità della vita più alta. In questo intervento sull’Unità, Nicola propone una nuova agenda italiana fatta di equità e crescita

Pubblicato su l’Unità, 27 maggio 2012

Non deve passare inosservato ciò che emerge dal rapporto annuale diffuso nei giorni scorsi dall’Istat, e che conferma clamorosamente una teoria che inchioda la destra italiana ai suoi errori.

Equità è crescita: una società più giusta sviluppa una maggiore produzione di ricchezza. Altro che egualitarismo o livellamento verso il basso: il mondo è molto cambiato. Da un’analisi sull’Unione europea citata nel rapporto emerge, infatti, che i Paesi che presentano una distribuzione del reddito più omogenea registrano livelli di Pil pro-capite più alti e, tra il 2005 e il 2010, performance di crescita economica maggiore rispetto a quei Paesi dove, invece, la distribuzione del reddito appare più diseguale.

In Italia è avvenuto, per una deliberata scelta ideologica e di costruzione del potere, l’esatto contrario. Già prima del 2008 il nostro era uno fra i Paesi avanzati con i più alti livelli di disuguaglianza; la durissima crisi internazionale con la quale ci stiamo confrontando ha accentuato ulteriormente queste differenze.

Perché? La verità è che non tutti hanno pagato, o non tutti hanno pagato allo stesso modo il prezzo della recessione, ed è questa la causa profonda di un crescente malessere sociale: hanno pagato le nuove generazioni, con un tasso di disoccupazione giovanile ormai superiore al 30%, hanno pagato le donne (ma vi sembra una cosa da Paese civile che una donna su quattro, nei due anni successivi al parto, finisca per perdere il lavoro?), hanno pagato i lavoratori dipendenti e tanti piccoli e medi imprenditori, strozzati dalle tasse o dal patto di stabilità, hanno pagato le aree più fragili e svantaggiate del Paese.

Le disuguaglianze non solo sono in aumento, ma tendono anche a stratificarsi tra le diverse generazioni. Il rapporto conferma in modo inequivocabile che l’Italia è il Paese dell’immobilismo sociale. Solo l’8,5% dei figli di operai riesce a raggiungere professioni apicali, contro il 38,1% di chi è “figlio d’arte”. La selezione avviene già nei percorsi formativi: dei nati tra il 1970 e il 1979 si iscrive, infatti, all’università solo il 14,1% dei figli di operai contro il 55,8% dei figli di persone agiate.

E’ la spietata conferma che dietro il mito del “self made man”, spesso tradotto nel più prosastico “fatti furbo”, che ha dominato la scena nell’ultimo ventennio, cresceva in realtà un Paese più ingiusto e più insicuro. Molti si sono illusi, qualcuno ci si è ingrassato. E la cosa peggiore è che questa paralisi sociale non è solo una difesa del privilegio, ma distrugge la nostra competitività e la possibilità di intercettare nuove opportunità economiche.

Quando quasi tutto è livellato verso il basso chi vince? Il figlio di, l’amico di… Un impoverimento del capitale umano che ci costringe, nella competizione globale del terzo millennio, a gareggiare in settori dove non il valore aggiunto, ma il costo dei fattori produttivi, riveste un ruolo determinante. Una battaglia impari contro Paesi che hanno un costo del lavoro molto inferiore al nostro. Ed ecco allora che avanza la paura della globalizzazione.

Una società più equa significa maggiore accesso all’istruzione, più lavoro, maggiori servizi, più mobilità sociale, capitale umano più qualificato e, quindi, più sviluppo, più sicurezza e una qualità della vita più alta.

In che modo?

In primo luogo con una maggiore equità fiscale. Bisogna bilanciare il prelievo fiscale abbassando le tasse sui redditi e sul lavoro e aumentando, invece, il prelievo sulle grandi rendite e le grandi ricchezze.

Secondo: rilanciare il ruolo dell’istruzione pubblica affinché torni a essere un’eccellenza. Formazione e innovazione devono diventare le parole chiave di un nuovo sistema economico e sociale dove le “idee” siano più importanti delle “garanzie”, dove il rischio, nel senso più sano del termine, sia più profittevole del “vivere di rendita”.

Terzo: investire nelle opportunità offerte dall’economia sostenibile, cambiare il segno dell’attuale modello di sviluppo non solo per riaccendere il motore della produzione, ma per rompere il divario tra crescita di pochi e peggioramento della qualità della vita di molti che ha caratterizzato gli ultimi anni. Infine, prendere atto che un ciclo di espansione del benessere si è interrotto e che, applicando correttamente i principi di sussidiarietà e di responsabilità pubblica, occorre ripensare radicalmente un modello di welfare per evitare che l’esclusione sociale diventi un fattore esplosivo e fuori controllo.

Non occorre dunque distrarsi o essere pigri. Non bisogna neanche pensare che le soluzioni alla crisi stiano su Marte, ma prendere atto di un radicale cambio di paradigma per scrivere una nuova agenda italiana e ridare una speranza ai tanti che la stanno perdendo.


Tag: Blog
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