4 settembre 2017 Sisma: una ferita aperta che ci spinge a lavorare sempre con più impegno Siamo al lavoro ogni giorno, perché le ferite, causate dal sisma che ha colpito il nostro territorio un anno fa, sono ancora aperte e ci riguardano tutti. Il mio impegno di non tradire la fiducia di chi ha vissuto questa terribile sciagura è inderogabile e qui faccio il punto della situazione

La mia intervista a Caterina Giojelli, Tempi, 4 settembre 2017 

Presidente Zingaretti, cos’ha pensato o rivissuto davanti alle immagini di Ischia, davvero in Italia può continuamente “succedere Casamicciola”, la polvere che si alza dall’isola oggi è la stessa che si è alzata sull’Appennino?

Vedere nuove case crollate e altre persone sotto le macerie è stato un colpo al cuore per tutti. Il terremoto di un anno fa è una ferita aperta. Per le persone che lo hanno subìto sulla loro pelle, ma anche per chi, da amministratore, ha assunto l’impegno etico inderogabile di non tradire la fiducia di chi ha vissuto questa terribile sciagura. Quando sono arrivato ad Amatrice, la mattina del 24 agosto, ho toccato con mano la distruzione e la disperazione. E ho avvertito subito il senso di un’enorme responsabilità – anche personale – nei confronti di un’intera comunità. Una responsabilità che non riguarda solo la ricostruzione nei luoghi del sisma, ma anche l’esigenza di mettere in sicurezza il nostro territorio. Un grande paese come l’Italia deve imparare a convivere in sicurezza con il rischio sismico e – più in generale – ha il dovere di prendersi cura in modo nuovo e più responsabile dell’ambiente in cui vive.

Facciamo un bilancio a un anno dalla prima scossa che ha flagellato l’Appennino: qual è la situazione delle macerie, delle casette, delle stalle, ultimazione delle verifiche, in Lazio? Dai numeri dell’emergenza possiamo davvero passare a quelli della ricostruzione?

C’è davanti a noi un enorme lavoro da fare, ma siamo ormai in una fase nuova. Le persone e le famiglie tornano a dormire sotto un tetto nei comuni e nei borghi dove vivevano prima del sisma. Questa è la grande scommessa che – in discontinuità rispetto a scelte del passato – abbiamo condiviso con i cittadini e gli amministratori locali. Sono già 511 le casette consegnate nel Lazio, saranno oltre 600 a fine agosto. Abbiamo urbanizzato in montagna 33 villaggi, portando acqua, luce e fognature. Riaprono i negozi: sono già oltre 50 quelli consegnati, diventeranno 90 tra la fine del mese e l’inizio di settembre. Sulla gestione delle macerie c’è stata grandissima attenzione, con gare controllate per la rimozione dell’amianto, per evitare errori commessi in passato, e con tonnellate di macerie segnate dall’amianto rimosse. Siamo a oltre 100 mila tonnellate di macerie rimosse nelle aree pubbliche, circa l’80 per cento, e nel frattempo sono state avviate nella loro totalità le gare per la rimozione delle macerie private, compreso il viale principale del Comune di Amatrice che contiamo in poche settimane di riaprire parzialmente. Ci sono tantissime persone al lavoro, ogni giorno. C’è la forza incredibile di una comunità che resiste. E ci sono le istituzioni a supportarla, senza distrazioni.

Per il dopo Errani l’idea sembrerebbe essere quella di ridisegnare la governance del post sisma affidando più potere ai governatori nella partita della ricostruzione. Da Palazzo Chigi si parla di una separazione consensuale a scadenza di contratto, molti sono i sindaci come Stefano Petrucci che spingono a favore di una governance affidata alle Regioni, qualcuno invece, come Sergio Pirozzi, preme per la nomina di quattro subcommissari, uno per Regione, individuati tra i sindaci delle città con zona rossa, qualcun altro, come Guido Castelli, auspica la nomina di un tecnico individuato grazie a un confronto con i sindaci del cratere. Le preoccupazioni vertono intorno a una politicizzazione del terremoto a scapito di chi vive sul territorio e ha affrontato l’emergenza in prima linea (spesso denunciando le idiosincrasie tra provvedimenti, norme e ordinanze emanate favore dei terremotati), lei come risponde?

È importantissimo discutere con velocità e concretezza sul migliore assetto organizzativo per affrontare una fase diversa rispetto a quella dell’emergenza immediata. Non credo però che sia corretto parlare di politicizzazione del terremoto. Se c’è un valore che in questo anno abbiamo cercato sempre di difendere con forza è proprio quello dell’unione e della compattezza delle istituzioni sull’obiettivo comune della rinascita. Instillare il dubbio che qualcuno possa fare calcoli politici su un obiettivo così importante e sugli strumenti per raggiungerlo significa fare un torto gravissimo alle popolazioni colpite dal sisma. In questa fase sono in campo tutti gli strumenti per procedere alla ricostruzione. Le Regioni hanno espletato tutte le gare nei diversi settori. I Comuni possono varare le ordinanze per la rimozione delle macerie private. Ora serve il massimo impegno per decidere come e dove costruire.

La sfida, lei lo ha ricordato più volte, è anche quella di cercare di interrompere il processo di spopolamento di quei territori cominciato già prima del sisma. Come si ricostruisce una comunità ferita, quali sono i provvedimenti, i fondi attivati a sostegno delle famiglie e delle imprese del territorio?

Si tratta di un tema fondamentale. Il sisma ci ha obbligato a un profondo ripensamento del modello di sviluppo di questi luoghi, che – come tante altre realtà cosiddette “minori” nel nostro paese – vivevano da anni uno stato di crisi. Un obiettivo su cui ci siamo concentrati fin dall’inizio insieme ai sindaci, alle rappresentanze sindacali e datoriali, alle imprese e ai singoli cittadini: non è immaginabile un futuro per questi luoghi se, contemporaneamente alla ricostruzione, non si mette in campo un progetto innovativo di sviluppo del territorio. Grazie a un lavoro di ascolto di tutti gli attori del territorio siamo arrivati a un risultato molto importante, scommettendo sull’attrazione di investimenti e su alcune vocazioni importanti di questi luoghi, dalla risorsa delle bellezze naturali a quella legata ai prodotti tipici. Il patto che abbiamo firmato alla fine di maggio con oltre 20 soggetti, tra associazioni datoriali e sindacati, a cui si aggiungono anche i comuni del cratere e la Provincia di Rieti, è il punto da cui vogliamo ripartire: un progetto organico di rinascita e sviluppo. Il patto può contare su risorse totali già allocate da parte di Regione e Governo per quasi 500 milioni di euro, al netto delle risorse destinate alla ricostruzione. Le prime azioni che realizzano questo importante accordo sono già partite: a partire dal primo bando da 2,5 milioni di euro per le micro imprese e dai prestiti da 25 mila euro per soggetti non bancabili (microcredito). Ci vorrà tempo, ma la sfida è partita e sono certo che questa terra ha le risorse per farcela.

Quali immagini, episodi o aneddoti le piace ricordare per raccontare cosa resta saldo quando tutto trema, in quest’anno difficile che ha visto anche storie di umanità e solidarietà eroica avvicendarsi intorno al cratere e ai suoi abitanti?

Ci sono incontri, volti e parole che mi hanno emozionato profondamente e che conserverò con me per tutta la vita. Gesti di generosità e solidarietà incredibili. Poi c’è la consapevolezza del valore di un paese robusto e onesto. Un’Italia che ce la vuole fare, che è capace di lavorare insieme ed è più forte di chi magari ride al telefono di fronte alla distruzione, fiutando affari, di chi cede alla rassegnazione o di chi sa solo cavalcare i problemi. Il percorso di rinascita dell’Appennino ferito dal terremoto è una bellissima storia italiana di resistenza, capacità e passione.

 


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