12 marzo 2012 La porchetta conquista Londra Le aziende dell'hinterland romano alla conquista del mercato londinese. Nei primi nove mesi del 2011, infatti, l'export della provincia di Roma ha raggiunto i 6,7 miliardi di euro, registrando un aumento del 17,3 per cento rispetto ai primi nove mesi del 2010.

L’Italia continua a registrare un tasso di crescita pari a zero: ecco perché è fondamentale il lavoro delle istituzioni per incrementare e favorire le iniziative di sviluppo economico del territorio. La Provincia non ha né miniere d’oro, né di diamanti, ma ha un patrimonio di inestimabile valore caratterizzato dai prodotti enogastronomici, un volano per l’economia che va incentivato e sostenuto.

L’export verso il Regno Unito delle oltre 13mila imprese del settore agroalimentare della provincia di Roma nei primi nove mesi del 2011 è stato di quasi 13,5 milioni di euro, mentre il valore delle esportazioni dei prodotti legati a tale settore in tutti i paesi del mondo nel 2011 ha registrato un incremento del 17,3 per cento rispetto al 2010, superando la cifra di 220 milioni di euro.

Dal 1 al 15 maggio, inoltre, 16 studenti dell’istituto alberghiero di Marino frequenteranno uno stage a Londra presso l’istituto italiano di Cultura per testare la propria preparazione e migliorare le loro capacità in una capitale di livello internazionale, dove l’enogastronomia rappresenta un settore strategico di sviluppo.

Sua maestà la porchetta alla conquista degli inglesi. Il racconto di Alessandro Capponi su ‘Il Corriere della Sera’

Le conseguenze della porchetta sui londinesi. Si accalcano, domandano, assaggiano con smorfia iniziale di diffidenza: e, dopo poco, ritornano con il piatto vuoto e proteso, sorridenti. C’è questo cartello, sul bancone, accanto al maialino abbrustolito: «It’s not a crocodile, it’s a porchetta». Una volta chiarito questo, benché la questione appartenga al gusto e come tale sia insindacabile, un dato, qui a Londra, sembra esserci già: il tradimento del bacon è cosa fatta.

Perché sono imperdibili, gli inglesi, mentre spiano i segreti della cucina romanesca. Guardano preparare l’amatriciana e sono increduli quando l’assaggiano, abituati come sono ai sapori senza sole. Che poi in questa città di ristoranti italiani ce ne sono tanti, solo che, a chiedere del cuoco, ci si ritrova di fronte un iraniano.

Così la fiera «La dolce vita» — a Islington, struttura in ferro di inizio 9oo, bellissima — è un’occasione: per loro, gli inglesi, per assaggiare e comprare; per noi, per esportare prodotti e guardarli mentre s’avvicinano a quel maialino abbrustolito che, per strano che sembri, non sa di coccodrillo.

E accanto al bancone assediato dai londinesi, sorride ampio il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti: «È un’occasione per promuovere la qualità, per le piccole e medie imprese che non hanno la forza della grande distribuzione. In questa città c’è già del made in Italy, sì, ma farlocco: noi in questo tempo di crisi proponiamo un nuovo sviluppo».

Potrebbe funzionare, a giudicare dai quindicimila visitatori che, per tre giorni, vengono a conoscere «La dolce vita». Senza contare che il progetto è già diventato «un marchio di qualità – come racconta Massimiliano Giansanti, il presidente di Confagricoltura – certificato dalla Camera di commercio. Puntiamo su etica, qualità e sostenibilità ambientale, tra due mesi porteremo a Londra latte, carciofi e olio». Intanto vanno a ruba i biscotti «Gentilini»: sede sulla Tiburtina dal 1958.

In trasferta c’è anche Claudio Ciocca, che ha un ristorante a Grottaferrata e una lunga amicizia con Fellini. «Ho recitato in nove suoi film, deve il suo successo alle mie interpretazioni», sghignazza davanti ai perplessi inglesi. E lui a preparare l’amatriciana di fronte a duecento londinesi che a volte fanno domande blasfeme: «With hot peppers? With ketchup?». La faccia sua, del cuoco, vale la risposta: li guarda obliquo, riprende a lavorare. Li allieta con gli aneddoti: «Eduardo de Filippo pagava con assegni da mille lire, diceva lui che molte persone invece di incassarli si tenevano l’autografo…». E racconta poi di Fellini, che era «l’uomo può bugiardo del mondo. Giulietta spiegava che era facile scoprire quando non mentiva: se diceva la verità, arrossiva». Il cuoco insomma li fa ridere e mangiare: e quelli se ne vanno sorridenti, le gote un poco rosse, il passo lento e lieto.


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