6 novembre 2017 Creare più giustizia: questo è il Lazio del futuro In questi anni abbiamo fatto molte scelte coraggiose che hanno trasformato il Lazio in una Regione più forte. Ci ha guidato un obiettivo: garantire più giustizia a tutte e tutti, in ogni ambito della vita sociale ed economica

Guardo con molto interesse a questo processo di riaggregazione di forze, di intelligenze, di passioni e di esperienze.

Molte volte, quando penso a cosa è accaduto alla sinistra italiana e a quella europea, mi viene in mente quello che può succedere anche nella nostra vista personale. Seduti sul bagnasciuga, su quella parte di spiaggia che coincide con l’onda dell’acqua, mentre siamo lì a pensare e a parlare, a volte arriva un’onda più forte che ci bagna completamente.

Non è grave di per sé, ma la cosa più importante, nell’istante in cui percepisci che accade qualcosa che ti distrae da quanto stavi pensando o facendo, è la reazione. Ossia se hai la forza, trovandoti in una condizione di disagio, di rialzarti. Sei tu a decidere cosa fare, come quando i bambini cadono. Non è grave cadere, tutti siamo caduti, soprattutto con i primi passi. Il tema è se hai la forza e l’intelligenza per rialzarti, dopo essere caduto.

Noi siamo esattamente qui. Non dobbiamo nascondere che la sinistra in Europa viva una fase drammatica di difficoltà a ritrovare una sua sintonia con le persone, a rappresentare l’asse di cambiamento ancora molto necessario, a capire se ci siano le possibilità di non arrendersi e a costruire una risposta. A determinate condizioni, secondo me, questa possibilità c’è.

Noi l’abbiamo costruita cinque anni fa e credo che anche questo processo, che voi state costruendo insieme, sia giusto. Perché? Prima di tutto, perché sono giusti e chiari i motivi che richiamano l’autonomia culturale, una parola meravigliosa che oggi vuol dire non farsi distrarre dal ciarpame del chiacchiericcio, dell’egoismo di una democrazia che si sta trasformando in una “egocrazia” per cui, per pensare a se stessi,  si stravolgono valori e contenuti e la politica diventa come un dirigibile, che passa sopra la società, la guarda da lontano, non la comprende e non fa mai i conti con la vita.

Per non distrarci, rimaniamo leali agli articoli costituzionali che non sono solo quelli dell’enunciazione dei diritti come alla casa, alla salute, al lavoro. Sarebbe troppo banale. Pensiamo soprattutto all’articolo 3 – secondo me il più bello di tutta la Costituzione – che nella seconda parte dice che: “La Repubblica rimuove gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione dei diritti”.

La Costituzione ci dà un compito, perché se si lasciasse al solo agire dell’uomo quei diritti non sarebbero mai rispettati. Attraverso le istituzioni e anche attraverso le forme associative della politica, del lavoro e della società civile, la Repubblica deve eliminare gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione dei diritti. Se noi siamo qui oggi, se voi state promuovendo un progetto, non è una questione banale. La Repubblica – proprio come scrissero i costituzionalisti con intelligenza – deve rimuovere gli ostacoli, perché senza un agire verso questo obiettivo, quei diritti costituzionali non si realizzerebbero mai.

Dobbiamo capire che abbiamo una missione: la liberazione degli uomini e delle donne, dai rischi di dominio del più forte sul più debole. Può cambiare tutto nelle forme, ma la voglia di dominio sull’altro, che sia la natura o un altro essere umano, si ripropone sempre. Abbiamo bisogno di una forma di protagonismo nuova, anche perché quella sfiducia dei cittadini, quella paura e quelle ondate emotive che i populisti spesso cavalcano, non sono senza fondamento. In Italia, negli ultimi quindici anni, abbiamo avuto dei processi economici e  sociali che hanno causato un senso di solitudine nel sindaco del piccolo comune fino all’anello più debole della catena, al malato. Questi fattori hanno portato a un crollo drammatico e improvviso nella capacità di produrre ricchezza e, di conseguenza, delle risorse a disposizione da ridistribuire.

In Italia, più che in altri paesi europei, c’è stato un aumento disgustoso delle disuguaglianze sociali. Nell’ultimo anno, l’Istat conferma che nelle professioni qualificate, solo il 7,4% proviene da famiglie a basso reddito. Ci siamo ritrovati, settanta anni dopo la guerra, con un blocco della scala sociale pressoché totale. Se sei operaio, quindi, tuo figlio farà l’operaio. Se sei notaio, tuo figlio farà il notaio. Questa derivazione familistica uccide la speranza e fa crescere la rabbia, perché, se sono in una condizione di disagio, a causa delle ingiustizie e a prescindere dalle mie capacità, ci rimango.

L’esplosione della rabbia non è legata a elementi umorali, ma all’affermarsi di un processo sociale ed economico che ha reso quasi tutti – ma non tutti – più poveri. Ha rifatto sprofondare le aspettative e la possibilità di farcela di milioni di individui, ricollocandoli – a prescindere da loro stessi, dalla loro voglia di fare, dal titolo di studio, dalla loro voglia di combattere e di veder rispettati i propri diritti – in un quadro drammatico. Tutto questo lo pagano in particolare le ragazze e i ragazzi. Negli anni Ottanta, infatti, la cattiva politica per rispondere a un calo di speranze, è ricorsa a una quantità di spesa pubblica di risorse che non aveva. Nel Lazio, per fare un esempio, la cattiva politica aveva creato la figura dello studente idoneo, ma non beneficiario, di borsa di studio. Il massimo dell’umiliazione: un ragazzo capace, non poteva avere i soldi, perché la regione non li aveva. Oggi, nel Lazio i ragazzi idonei hanno tutti le borse di studio, perché meritano: questa è stata una nostra battaglia culturale, di cui essere orgogliosi.

Dobbiamo capire, quindi, come ridare speranza a un ragazzo precario, al pendolare, al malato, al sindaco, all’amministratore che rappresenta la propria comunità, altrimenti non avremo gli strumenti adeguati per parlare contro l’altra offerta politica, quella dei populisti e della destra, che ha la particolarità di rappresentare e di denunciare le ingiustizie, ma l’assoluta incapacità di risolverle. Io lotto contro questa deriva, non perché siano miei avversari politici, ma perché se penso alla condizione umana del riscatto, so che i populisti e le destre non la riscatteranno mai, perché non hanno gli strumenti culturali per affrontarla. Guardando alle forme della rappresentanza politica, sappiamo che oggi sono più deboli, perché il cittadino non vuole più farsi rappresentare o dare deleghe in bianco a forme della rappresentanza politica troppo chiuse e capaci di guardare solo a chi ne fa parte. Noi abbiamo bisogno di ritornare a processi aggregativi che davvero diano rappresentanza.

Non è vero che basta il web. Il web è uno straordinario strumento di emancipazione individuale, ma è anche uno strumento di odio. Quando parlo in faccia a una persona, c’è sempre rispetto della dignità dell’altro. Nel momento in cui giudico, devo tener conto dei miei pensieri, ma anche rispettare l’altro. I malfattori parlano dietro alle spalle, proprio perché parlano senza farsi carico dell’altro.  Il web ha devastato il concetto di civiltà, perché si parla senza assumersi le responsabilità. Non può essere demonizzato, perché è un luogo importante di confronto, ma dobbiamo inventare forme nuove. Noi dobbiamo mettere insieme delle diversità di approccio che divise sarebbero deboli, ma insieme diventano forti e più credibili, per rappresentare una forza che esprima contenuti. Rispetto ai contenuti, voglio dire che se un paese perde pezzi, è perché nessuno crede più nella possibilità di cambiare.

Dobbiamo pensare a un programma completamente nuovo, che sia quello di creare più giustizia. Se oggi il Lazio è più forte di cinque anni fa, è importante. Perché se la comunità regionale è più forte, è più forte il precario, il malato, il disoccupato che non ha lavoro, il sindaco. La tragedia del disavanzo e del debito che aveva il Lazio colpiva tutti, ma soprattutto i lavoratori, i malati, i pendolari, ossia coloro che più hanno bisogno di sentirsi dentro una comunità, per veder soddisfatti i propri diritti. Per questo abbiamo provato a declinare dietro alla parola sanità o ai trasporti non solo i conti, ma la condizione umana. Pochi sanno che, nel 2012, ossia prima del nostro arrivo, eravamo arrivati nella sanità a un livello impressionante di censo e di classe sull’accesso alle cure. Riguardo all’infarto, chi arrivava nei tempi giusti alle cure per poter sopravvivere, era per il 44% laureato e di classe sociale medio-alta e solo per il 22% non laureato. Questo perché la rete della sanità nel Lazio era totalmente distrutta. Lo scorso anno, abbiamo invertito completamente questo trend, passando a un 47% di non laureati. Questo è stato possibile perché abbiamo ricostruito le reti di cura che hanno garantito pari accesso a tutte e tutti.

Sappiamo che ci sono delle note dolenti come quella della liste d’attesa che esistono perché il commissariamento della sanità ha voluto dire, da dieci anni, blocco delle assunzioni, blocco degli investimenti, chiusura dei reparti e chiusura degli ospedali. Noi siamo quelli che abbiamo riaperto gli ospedali pubblici, anche quando erano stati dichiarati chiusi. Sul lavoro, grazie ai conti che abbiamo messo in ordine, siamo passati da 60 assunzioni all’anno, nel 2013, a 1700 l’anno nel 2016-2017, fino all’eliminazione delle deroghe per il 2018 che permettono laboratori aperti per più ore, il pagamento degli straordinari al personale, l’acquisto di macchinari nuovi e più efficienti.

Anche per le liste d’attesa che sono un punto cruciale, sappiamo di dover fare molto ancora, ma per la prima volta in quindici anni, c’è stata un’inversione di tendenza e hanno cominciato a ridurle. Abbiamo compiuto delle scelte che danno il senso della giustizia. Contro la vergogna di analisi ed ecografie a mesi distanza, abbiamo deciso che, per chi non si mette in regola con gli standard previsti, entro una settimana perde la possibilità di fare l’intramoenia. Questo significa riavvicinare il sistema all’affermazione del principio di uguaglianza. Oggi possiamo fare queste scelte perché, per la prima volta da venti anni, sono aperti 146 concorsi per la stabilizzazione di 1700 precari della sanità che, finalmente, hanno una prospettiva di vita del proprio percorso umano.

L’equilibrio di bilancio non è stato dettato solo da un approccio contabile. Se ci sono i treni nuovi, è perché abbiamo pagato i debiti. Abbiamo avuto l’ossessione dietro ogni forma di razionalizzazione della spesa, di metterci accanto quello di un diritto da affermare. Ora dobbiamo andare avanti.

Siamo anche l’amministrazione che ha fatto una legge regionale sui piccoli comuni, proprio perché è qui che c’è quella parte di società che rischia di essere più penalizzata ed esclusa. Rifinanzieremo questa legge  e possiamo farlo perché, da 12 miliardi di euro di debito non pagati, il Lazio è passato alla parità di bilancio. Nella prossima Giunta, inoltre, istituiremo la delega ai piccoli comuni e alle aree interne. È un segnale di attenzione, che vogliamo dare, senza vendere fumo.

Per troppo tempo in questa regione, sono volati fogli, foglietti e promesse che hanno creato speranze e aspettative che nessuno poi ha rispettato. Noi siamo quelli che a volte dobbiamo dire dei no, ma siamo anche quelli che, se dicono si, fino alla fine possono dare la credibilità e la certezza di rispettare gli impegni.

Adesso dobbiamo pensare al Lazio del futuro e il programma sarà migliore se a scriverlo sarà tutta la comunità regionale che oggi ha bisogno del colpo d’ala per tornare a soddisfare i bisogni di coloro che la vivono. Il potere va gestito per loro e non a favore di chi lo detiene per un periodo provvisorio. Questo spirito di servizio deve passare come la peculiarità di chi non si ferma a denunciare i problemi delle persone, ma di chi,per il loro bene, ci mette la vita e li risolve.

 

 


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