12 ottobre 2017 Il Lazio guida il made in Italy Settore farmaceutico e auto: questi i due settori trainanti dell'export del Lazio che, secondo l'Istat, registra un +15% nei primi sei mesi del 2017. Un risultato straordinario per l'economia e lo sviluppo del nostro territorio

di Diodato Pirone, il Messaggero, 12 ottobre 2017 

IL FOCUS

Il declino? Nel Lazio c’è chi se lo è lasciato alle spalle tanto che, a sorpresa, quest’anno la riscossa dell’export italiano è guidata proprio dalle produzioni laziali. Lo ha appena certificato l’Istat nel suo rapporto su export e territorio che ha assegnato al “made in Lazio” un aumento del 15,5% delle esportazioni nei primi sei mesi del 2017, quasi il doppio della crescita (+8%) di tutto il made in Italy. L’interesse lievita se si allarga la lente d’ingrandimento alle macroaree. L’Istat aggiudica all’intero Centro Italia un inedito ruolo di traino del made in Italy con un +8,8% semestrale sostanzialmente analogo al +9,0% assegnato al risorto triangolo industriale Milano-Torino-Genova.

ASSE APPENNINICO

L’ottima performance del neonato asse appenninico Lazio-Abruzzo-Marche, tuttavia, non è paragonabile a quella del Nord. Il risveglio produttivo del Centro Italia non marcia infatti sulla dinamicità delle città, a partire da Roma, ma su quella delle “campagne”. La corona di area italiana con il più forte incremento dell’export rotola sotto Roma e finisce alla provincia di Frosinone. Che nel semestre ha esportato il 60,1% in più rispetto allo stesso periodo del 2016. All’Istat spiegano che la ripresa dell’export del Centro Italia non è episodica perché è iniziata nel 2016. Si scopre così che l’anno scorso il Lazio ha agguantato la sesta posizione fra le regioni

più “export oriented” con quasi 20 miliardi di vendite all’estero sull’onda di un trend di crescita del 6%, decisamente superiore a quello della Lombardia (+0,8%). Ottime le performance anche di Marche (+5,6%) e Abruzzo, prima con un brillante +9,7%. Non è finita qui. Se sotto il microscopio si passano al setaccio i risultati dell’export di tutte le 107 province italiane si scopre che quella di Roma, soprattutto grazie al polo farmaceutico di Pomezia, detiene la quindicesima posizione con 8,4 miliardi di merci inviate all’estero nel 2016 e un incremento del 5,4% sull’anno precedente. Al ventesimo posto, inoltre, si infila quella di Chieti con 5,8 miliardi e un aumento annuale a due cifre: + 11,1%, grazie al boom della Fiat-Sevel di Atessa che sforna un terzo di tutti i furgoni europei. IL LOCALISMO DI QUALITÀ

Ce n’è abbastanza per interrogarsi sul profilo di un fenomeno ancora poco percepito dall’opinione pubblica. «L’uscita dalla crisi sta avvenendo per linee verticali – spiega il sociologo Aldo Bonomi – Interi settori produttivi italiani trainano i territori che ospitano le loro filiere produttive che magari partono da Shangai o Detroit e finiscono nel Lazio. Questo spiega come mai aziende in crisi convivano fianco a fianco con imprese in grande espansione». Ma quali sono i driver dello sviluppo dell’export del Lazio e del Centro Italia? L’Istat li identifica con precisione: il farmaceutico (il 33,9% delle medicine italiane vendute all’estero parte dal

Centro) e, soprattutto, l’auto. Si, le “vecchie” catene di montaggio stanno trascinando la crescita del Centro Italia perché ormai nel Lazio e in Abruzzo viene assemblata una macchina su quattro fra quelle (oltre un milione nel 2016) costruite in Italia. Una spinta fondamentale sta arrivando al Lazio dalla rinascita dell’Alfa Romeo di Cassino che oggi assembla circa 700 vetture al giorno fra Giulietta, Giulia e Stelvio. Auto premium, destinate a far salire di 3/4 miliardi l’anno il valore aggiunto del “made in Lazio”. Non solo perché costano fino a 80.000 euro l’una ma soprattutto perché stanno riqualificando l’indotto e la logistica del territorio visto che partono per gli States o la Cina dal porto di Civitavecchia. Risultato: export ragionale di auto lievitato del 227% e 730 posti di lavoro in più nella fabbrica di Cassino senza contare quelli dell’indotto in Ciociaria e quelli del porto e delle navi. Cosa si può fare affinché la resilienza di alcuni segmenti dell’economia del Lazio e dell’Italia Centrale si stabilizzi e si radichi nel territorio? Bonomi risponde così: «La politica dovrebbe mettersi in mezzo fra i flussi produttivi e i luoghi dove si sviluppano». Un rimescolamento di carte che dovrebbe articolarsi su quattro direttrici: infrastrutture adeguate; scuole superiori e Università attente alle nuove professionalità; incentivi per reti logistiche moderne; nuovo dinamismo bancario. Gli addetti ai lavori lo chiamano “localismo di qualità”. Un’utopia, forse, ma anche un’occasione da non perdere.


Tag: Blog
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