15 aprile 2012 Lo sviluppo delle città Il 2010 è il primo anno nella storia dell’uomo in cui il numero della popolazione urbana supera quello della popolazione rurale. Le città emergono sempre più come gli spazi in cui si concentrano la produzione, lo scambio e il consumo di beni, dove si sviluppa il capitale umano. Qui si vincono o si perdono le grandi sfide della sostenibilità e della ricerca di un nuovo equilibrio sociale. Per questo motivo, in un momento chiave per l’economia italiana ho proposto alcune soluzioni per contribuire allo sviluppo delle aree metropolitane, un tema a cui mi dedico ogni giorno alla Provincia di Roma. Le ho raccolte in un intervento pubblicato su l’Unità

L’economia italiana è ad una svolta decisiva: immaginare, finalmente, una strategia di ripresa dopo i tagli. Dove bisogna cercare oggi le risorse per tornare a crescere? I numeri ci dicono che queste potenzialità si concentrano sempre di più nei confini delle grandi aree urbane – non più semplici città, ma sistemi locali complessi e interdipendenti. Basti pensare che solo all’interno delle prime 10 aree metropolitane del nostro Paese risiedono 18,3 milioni di persone, sono creati 400 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 35,7% del totale, trovano lavoro 7,4 milioni di occupati e svolgono la loro attività quasi 2 milioni di imprese. La contraddizione è che questa grande ricchezza è poco integrata e l’Italia, a differenza dei suoi concorrenti, è priva di una visione strategica che ne sostenga lo sviluppo.

Non deve stupire se parlo di cose che non stanno nell’agenda quotidiana della polemica politica. Compito di un moderno riformismo è anche quello di imporre temi nuovi e attuali, cambiare lo spartito, sconfiggendo la pigrizia intellettuale e andando oltre la prevedibilità degli schemi e il ripetersi delle liturgie. I numeri di cui parlo sono una realtà di cui, governando la più grande di queste aree, Roma, ci accorgiamo praticamente ogni giorno. Una realtà in crescita e in continua evoluzione. L’assenza di politiche per le aree urbane non è solo un vuoto, un “a margine” rispetto a questioni che conquistano i titoli dei giornali, ma un errore che, per diverse ragioni, non possiamo permetterci.

Il 2010 è il primo anno nella storia dell’uomo in cui il numero della popolazione urbana supera quello della popolazione rurale. Circa 3 miliardi e mezzo di persone risiede in città. I sistemi urbani emergono sempre più come gli spazi in cui si concentrano la produzione, lo scambio e il consumo di beni, dove si sviluppa il capitale umano, dove si addensano servizi pubblici e privati, funzioni strategiche e logistiche necessarie a vivere, a fare impresa, a creare lavoro. Qui si vincono o si perdono le grandi sfide della sostenibilità e della ricerca di un nuovo equilibrio sociale. Qui sta il cuore della nuova competizione globale: dentro la crisi funzionale degli Stati– Nazione, le aree urbane, proprio per la loro complessità e articolazione, emergono come dimensione ideale per attrarre nuove economie in movimento.

Ecco perché ogni città deve essere, innanzitutto, una città “strategica”. Contrariamente a quanto spesso si sente teorizzare, non basta “fare” per “crescere”, altrimenti si finisce per confondere la crescita reale e duratura con il consumo e lo sperpero. Le politiche (e la politica) rappresentano la chiave fondamentale nella ricerca, in nome del bene comune, dell’equilibrio più avanzato fra interessi contrastanti e contradditori. Se la politica si riduce a semplice ingranaggio da muovere nella gestione del potere, abdicando al suo ruolo di guida e cadendo in balia delle pressioni, questo equilibrio si spezza e prevale la frammentazione degli interessi e di punti di vista parziali.

Lo dico, perché nella nuova scena globale non avranno tutti lo stesso ruolo. Le “economie in movimento” cercano fattori competitivi diversi: il quid decisivo può essere determinato da costi più bassi della manodopera, o da una debole tutela dei diritti dei lavoratori. Ma il potenziale attrattivo di un’area può avere anche altre caratteristiche: quelle della competenza e specializzazione del capitale umano, di un elevato tasso di creatività, presenza di centri di ricerca, efficienza dei servizi e qualità dell’organizzazione urbana. È ovvio, ma non è scontato, che per le aree metropolitane italiane la strada sia la seconda. Per riuscirci, dobbiamo cambiare, non solo prendendo consapevolezza del tema, ma facendo, a mio avviso, due scelte.

La prima passa dal rilancio sostanziale del processo di integrazione europea, cui le nostre città sono legate da caratteristiche che, nel loro insieme, le distinguono dal resto del mondo: storia e cultura, identità plurisecolare, un elevato livello di qualità della vita (redditi elevati e benessere diffuso), un elevato livello di integrazione sociale (welfare universale). Le indicazioni della politica regionale comunitaria già guardano in questa direzione: solo dentro una strategia condivisa, troveremo riparo da quelli che, oggi, ci appaiono come le insidie della globalizzazione (immigrazione, spostamento della produzione di beni e ricchezza verso le economie emergenti), sconfiggendo la paura e trasformando quei rischi in opportunità.

La seconda scelta riguarda, invece, noi: il superamento dei ritardi del nostro sistema Paese. In primo luogo attraverso l’innovazione della governance: semplificazione amministrativa e costituzione delle città metropolitane, impedita fino ad oggi da corporativismi e rendite di corto respiro. Una riforma che non deve restare sola, ma coincidere con la revisione totale delle competenze legislative e amministrative per eliminare sovrapposizioni e conflitti decisionali, cancellando lungaggini ed opacità che oggi paralizzano l’azione pubblica. Ciascuno faccia quello che deve fare e su questo sia giudicato. A livello legislativo, è tempo di rimettere finalmente mano a un corpo normativo spesso preistorico (ma è possibile avere ancora una Legge Urbanistica del 1942?) che oggi rende quasi impossibile un intervento efficace.

Infine, dotarci, di un coordinamento nazionale delle politiche per le aree urbane, attraverso l’assegnazione di una specifica delega all’interno del Governo, per sostenere investimenti infrastrutturali di interesse generale e accedere con più efficacia alle opportunità europee.

Non si tratta di scelte facili, ma noi abbiamo il dovere di dirlo, e di indicare una visione. L’unica cosa certa, e stravagante, è che le scelte del governo Monti, con la complicità di tutti partiti, su questo punto stanno andando esattamente nella direzione opposta: l’indebolimento degli enti di area vasta e la loro trasformazione in enti di secondo livello, dove trionferanno le burocrazie e si indebolirà la capacità di pianificare e decidere.


Tag: Blog
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