26 maggio 2011 Ministeri al nord contro il federalismo

Intervista a ‘Il Messaggero’ – 26 maggio

ROMA — Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, non ha dubbi: «La cosa ridicola per un potenza economica come l’Italia è che stiamo discutendo di cose come questa. E’ il segno della degenerazione di una classe dirigente».

Perché l’idea del trasloco dei ministeri non le piace o perché non ci crede? «Questa sceneggiata della destra o è trasformismo allo stato puro e dunque al Nord si dice una cosa e al Sud un’altra confidando in una palese doppiezza, oppure, come io credo, siamo di fronte allo sfascio di una maggioranza politica anche su questo punto della riforma dello Stato. Lo sfascio è determinato dal fatto che tutto l’impianto del federalismo leghista sta mostrando la corda. Il federalismo fiscale prevedeva delle scadenze che non sono state rispettate; la nuova carta delle autonomia sostanzialmente è ferma; e infine a parte il cambio del nome, su Roma capitale il secondo decreto, quello sui poteri, è un desaparecido. Ne emerge il fallimento di una politica che ha promesso molto, ha fatto poco e di fronte alle difficoltà si azzuffa».

Però è vero, presidente che le istituzioni – la presidente della Regione e il sindaco di Roma, entrambi di centrodestra – si sono sollevate contro sostenendo che il trasferimento dei ministeri determinava uno smembramento dello Stato. Concorda? «Certo. Infatti nella contrarietà allo spostamento dei ministeri non c’è alcuna tonalità campanilistica. La proposta di spostare la strutture statali in periferia è il segno del fallimento di una ipotesi federale, perché il federalismo voleva dire delegare i poteri dello Stato ai livelli delle autonomie. Invece abbiamo il paradosso che i poteri periferici non sono stati decentrati e invece si vuole geograficamente collocare lo Stato in periferia. Intendimento del tutto folle, che da un lato provoca un sicuro aumento della spesa pubblica e poi, almeno a mio avviso, non è praticabile visto che occorrerebbero decenni. Mi creda, sono chiacchiere in libertà».

Tuttavia il ministro leghista Calderoli rilancia su dipartimenti da decentrare mentre Berlusconi ora parla di uffici di rappresentanza al Nord. «Mah, cosa vuole. Voglio ricordare che questa legislatura cominciò con un ingresso trionfante di Berlusconi nell’aula Giulio Cesare del Campidoglio dove annunciò la riforma di Roma Capitale. Tre anni dopo non solo quei poteri non sono arrivati ma addirittura è messa in discussione la funzionalità dello Stato. Bilancio davvero deludente».

Insisto, davvero secondo lei neanche a livello di dipartimenti si può parlare di trasferimento da Roma? «No, perché non è utile a rendere più efficiente la macchina statale. Guardi, ciò di cui avremmo bisogno è un grande patto tra Roma e Milano di rivendicazione verso il governo per un coraggioso decentramento dei poteri».

Ma il problema politico delle richieste leghiste rimane. secondo lei evolverà in uno scontro ancora più forte dentro la maggioranza? «La verità è che stiamo assistendo alla rappresentazione della fine del centrodestra italiano inteso come coalizione portatrice di un progetto e guidata da un leader riconosciuto. Dobbiamo per alcuni giorni usare la terapia della riduzione del danno e poi voltare pagina cambiando la classe dirigente italiana».

E il rilancio sulla riforma fiscale fatto in queste ore dal premier? «E’ tendenzialmente dal 1993 che questo annuncio viene fuori più o meno ogni sei mesi. Che oggi Berlusconi lo riproponga è tipico di una politica che si illude che i cittadini abbocchino. La realtà è diversa. Il Paese vero è quello descritto dall’Istat, con un impoverimento devastante della classe media proprio perché quelle tante riforme non si sono mai realizzate se non sotto forma di annunci».


Tag: Blog
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