16 marzo 2011 L’orgoglio di un pensiero autonomo

Alcuni anni fa ci avevano detto che moderno è solo chi guarda al libero mercato. Poi è arrivata la crisi e ha spazzato via tutto.

È crollata l’illusione che gli spiriti animali del capitalismo e la legge naturale di un mercato sregolato possano essere il motore della ricchezza e del progresso. Emerge una nuova consapevolezza. Obama, rivolgendosi, agli americani lo ha chiamato «il momento Sputnik» della nostra generazione. Una sconfitta che può trasformarsi in vittoria. Come quando «investendo in ricerca e innovazione, non soltanto sorpassammo i sovietici, ma riuscimmo a innovare e a creare nuove industrie e milioni di posti di lavoro». Parole come ricerca, formazione, innovazione, responsabilità sociale: non sono più solo buoni auspici. Possono diventare il cardine di un nuovo paradigma, la nostra conquista della luna: il centro di un programma avanzato di governo.

A un certo punto, ci hanno raccontato che il sistema moderno per garantire l’ordine mondiale è la guerra preventiva. Come è finita in Afghanistan, in Iraq? Le conseguenze drammatiche sugli equilibri geopolitici del Medio Oriente e la percezione che miliardi di persone hanno di noi parlano chiaro. Parole come pace, diplomazia, disarmo, diritto internazionale, forse, non sono così superate. Forse, se vogliamo costruire un domani più sicuro, ci servono.

Fino a poche settimane fa ci spiegavano che moderno è imporre il proprio punto di vista, senza preoccuparsi del rischio di uno scontro di civiltà. Ci hanno voluto convincere che le identità si difendono solo rifiutando le differenze, con i respingimenti e il rifiuto delle moschee. Si sono scambiate le politiche dell’integrazione solo con le barriere e l’ordine pubblico. Poi è arrivata la rivoluzione del Nord Africa e ci siamo accorti che quei popoli a noi così vicini chiedono democrazia, una società più aperta, diritti e innovazione. Ci accorgiamo che siamo stati noi, stretti nelle nostre paure, ad avere sbagliato, trasformando il Mediterraneo da mare di scambi e commerci a deserto d’acqua. Integrazione, dialogo, inclusione, prevenzione, solidarietà: non sono più solo belle parole. Sono il cuore della risposta ai grandi conflitti del nostro tempo.

E, poi, ancora pochi giorni fa ci insegnavano che moderno è mettere il nucleare sicuro. Altro che le chiacchiere degli ambientalisti! Poi è arrivato lo tsunami giapponese e ci siamo accorti che il nucleare totalmente sicuro non esiste. Ma i danni ambientali, quelli, sì, e non sappiamo ancora per quanti anni continueremo a pagarli. Sostenibilità, efficienza, risparmio energetico, fonti alternative, lotta ai cambiamenti climatici: quali sono le vere parole del nostro tempo?

Forse quando ci vengono a dire “questo è il moderno”, dobbiamo cominciare ad avere più coraggio. Questo significa anche cambiare profondamente. Quelle che ci guidano non sono le parole di ieri. Sono le parole su cui costruire nuove e più efficaci risposte ai cambiamenti del mondo. L’idea che il moderno fosse solo nel pensiero unico ha avuto spazio, in questi anni, anche a causa della nostra incapacità di innovazione: perché siamo stati intellettualmente pigri, conservatori e timorosi, troppo spesso attaccati soltanto alla difesa delle conquiste ottenute nel mondo di ieri contro un mondo che non comprendevamo e, per questo, non riuscivamo più ad amare. Non si tratta di dire “avevamo ragione”. Proviamo a pensare che, ogni tanto, anche senza accordarci, possiamo trovare nuove risposte, nuove ragioni. Riscopriamo il gusto della ricerca. Si può e si deve essere innovatori senza essere subalterni. Recuperiamo, finalmente, l’orgoglio di un pensiero autonomo. Apriamo gli occhi, guardiamo in alto. Rimettiamo i chiodi nella roccia per ricominciare la scalata.


Tag: Blog
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