10 luglio 2013 Noi e la primavera di Francesco Proprio quest’anno che si celebrano i 50 anni del Concilio Vaticano II, la figura di Bergoglio, nel suo richiamo ai valori semplici ed autentici, mostra una Chiesa umile, sorella, vicina

Tanto è stato scritto in questi giorni su Papa Francesco, sulla visita a Lampedusa, sulla semplicità dei suoi gesti, sui primi cento giorni del governo vaticano, ma se dovessimo immaginare una fotografia di questo periodo, non riusciremmo a trovarne una perché la molteplicità di queste sembra averci positivamente travolto.

Immagini come il bacio dei piedi ad un giovane detenuto del carcere minorile di Casal del Marmo, il saluto ai fedeli dopo la celebrazione domenicale, la croce in argento, il calice di legno usato nel corso della messa a Lampedusa ed ancora la sedia vuota durante un concerto in suo onore.

Gesti che non rappresentano una deriva demagogica dell’autorità pontificale, ma che esprimono un serio cambiamento in un‘ottica di riavvicinamento alle persone. Sono azioni che hanno un cuore, una parola, che narrano un modo di essere alla guida della Chiesa che mira a ribaltare il punto centrale sino ad ora insito nella figura del Pontefice cui tutti tendono e che ora raccontano i luoghi degli ultimi, le periferie, da leggere non solo in senso geografico, ma come gli spazi di coloro che sono ai margini. I poveri come il nuovo centro di questa Chiesa.

La sedia vuota l’altro giorno al concerto in suo onore non è solamente un luogo in cui non è seduto nessuno, ma raffigura la nuova dimensione spazio-temporale di un Pontefice che con un semplice gesto si colloca lontano dalla mondanità e dal superfluo, veri mali di quest’epoca. Ritiene non solo più importante dedicarsi ad altro, ma lo realizza collocando la sua figura lontano dall’Appartamento da sempre destinato ai successori di Pietro in quanto vissuto come spazio d’isolamento, posizionandosi invece dentro la Casa di Santa Marta. Una spinta a voler essere Papa tra la gente, a non configurarsi come un sovrano inaccessibile, a vivere una dimensione non solo spirituale, ma comunitaria, condivisa.

Al di fuori dell’anedottica e della semplice lettura che in questo possiamo trovare abbiamo la consapevolezza di trovarci di fronte ad una rivoluzione che, per quanto concerne lo spazio profetico e il valore simbolico dei gesti, rimanda a Papa Giovanni XXIII e a quella naturalità che non era solo stile, ma modalità e forma di governo.

Sbaglia chi non coglie la potenza del simbolismo che questi atti esprimono: come non rimanere colpiti da una corona di fiori gettata in mare in ricordo di chi, in cerca di un futuro migliore, ha perso la vita? Come non vedere nella lavanda dei piedi al carcere di Casal del Marmo una tenace volontà di far capire chi sono gli ultimi e come stargli vicino?

Proprio quest’anno che si celebrano i 50 anni del Concilio Vaticano II, momento in cui si gettarono le basi della nuova Chiesa, la figura di Bergoglio, nel suo richiamo ai valori semplici ed autentici della fede così come del vivere umano, ci induce a riappropriarci di una Chiesa umile, sorella, vicina.

Papa Francesco, nell’arco di poco più di cento giorni dall’inizio del Pontificato, sta portando la Chiesa ad una nuova primavera. Una semplice rivoluzione che, senza entrare in quella che sarà la presumibile riforma della curia, è oggi un insegnamento profetico che tocca tutti, a prescindere dal proprio credo religioso e che ci richiama alle nostre responsabilità, ad essere semplici, sobri, ad essere guidati come dice Alberto Melloni da una “mite intransigenza”.


Tag: Blog
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