2 giugno 2011 Pd: basta con gli schemini sulle alleanze

L’intervista al Corriere della Sera

ROMA — Zingaretti, quale insegnamento dovrebbe trarre il centrosinistra dal voto? «Le elezioni hanno rappresentato un grande passo avanti rispetto al dibattito del centrosinistra, perché hanno dimostrato che per il nostro elettorato gli schemini delle alleanze non hanno fondamento. Si è manifestato dappertutto un processo di aggregazione di una massa enorme di elettorato che ha scelto sulla base di due cose: la credibilità delle persone e la speranza di cambiamento. Quest’ultima è importantissima. La vera posta in gioco, infatti, non era solo il governo delle città, ma il superamento della paura che il rapporto tra l’Italia e Berlusconi fosse indistruttibile e che quindi qualsiasi cosa facessimo non si potesse mai cambiare niente. In questo senso il voto cambia la storia italiana perché viene alla luce che in realtà negli ultimi mesi è maturato nella società un processo che ha leso la credibilità della leadership di Berlusconi, fondamentalmente per due motivi: perché alle sue parole non seguono mai i fatti e perché il disagio sociale ha raggiunto delle vette altissime».

Dunque le elezioni dimostrano che Berlusconi si può battere senza giochini di palazzo o ribaltoni. «Assolutamente sì. Evitiamo di fare errori, alziamo gli occhi dal contingente. Per metterci in sintonia con il popolo di centrosinistra che ha votato Pisapia, de Magistris, Fassino, Zedda, lanciamo una grande sfida per una nuova fase di modernizzazione dell’Italia. Dobbiamo “aggredire” i due principali fallimenti della destra — la mancata crescita e l’ingiustizia sociale — e creare la nuova Italia».

Nel Pd ci sono due linee: governo tecnico o elezioni. Lei che ne pensa? «Innanzitutto dobbiamo costruire le condizioni perché si realizzino le dimissioni. Ciò detto, io penso che noi dovremmo saper cogliere ora questa spinta che c’è nella società e cercare di andare al voto».

Bersani vuole cavalcare la battaglia referendaria, altri nel Pd sono più tiepidi. «Fare la campagna referendaria è importante perché è una straordinaria occasione non solo per dire “no” al nucleare ma anche “sì” a un nuovo modello di sviluppo. In questa fase ci sono molte congiunture che possono farci fare la mossa del cavallo e anche per questo abbiamo grande necessità di rinnovare noi stessi».

Cioè, di rinnovare il Pd? «Sì. Bersani, che io ho sempre difeso quando era “cool” dire che era un leader finito, ora che ha attorno a sé un clima molto più sereno, ha una grande chance: quella di promuovere una profonda innovazione dello strumento partito. Oggi per difendere la ditta, per usare una sua parola, bisogna cambiarla. E quindi ha fatto bene ad annunciare un appuntamento come la conferenza programmatica. Lì bisognerebbe introdurre grandi novità».

Esempi concreti di rinnovamento? «Il pluralismo correntizio oggi non è adeguato a farci discutere dei problemi italiani e a farci selezionare una classe politica fondata sul merito e non sulle appartenenze e la fedeltà ai capicorrente. E allora bisognerebbe fare una proposta rivoluzionaria: eleggere il segretario nazionale con le primarie, ma senza le liste collegate, che cementificano le appartenenze e che spesso hanno dato l’idea che non esista un partito, ma una federazione di gruppi. Insomma, proprio perché mi sono sempre sentito solidale con la fatica silenziosa di Bersani per non spostare la barra del Pd, ora penso che debba usare questa forza per cambiare tutto».

Lei, comunque, è favorevole alle primarie? «Io penso che sia un punto talmente identitario per il Pd, che non si può abbandonare. Bisogna invece cancellare le liste collegate ai candidati perché il nostro elettorato ci chiede un soggetto unitario: ci vuole un nuovo natale del Pd».

Rinnovare il Pd significa anche pensare a un soggetto politico più ampio in cui convivano Sel, Idv e altri pezzi del centrosinistra? «Io non ho formule, ma bisogna guardare al processo politico che questo voto ci prospetta, perché noi, Sel e Idv, abbiamo dietro un elettorato molto unito, che ha votato Fassino a Torino e de Magistris a Napoli, e che rappresenta un campo di forze che va riorganizzato. E’ in atto un processo al quale dobbiamo guardare con il coraggio dell’innovazione».

Dopo il voto, però c’è chi, nel Pd, continua a dire: apriamo all’Udc, non spostiamoci a sinistra. «Io mi rifiuto di ripartire con questi schemi. Il voto ha ucciso la dicotomia “o di qua o di là” e ha dimostrato che gli elettori non sono di proprietà dei partiti e quindi non è mettendo d’accordo i partiti che si mette d’accordo l’elettorato».

Domanda inevitabile, che farà da grande: il sindaco, il segretario? «Voglio sgomberare il campo da un equivoco che c’è dietro questa domanda che mi viene spesso rivolta. Io non sto in panchina: io sono a capo di un ente di 4 milioni di abitanti, in una situazione politica che mai nel dopoguerra si era realizzata, perché sia la regione, che il comune e il governo nazionale sono del centrodestra. Eppure il consenso e la credibilità crescono, e per un motivo semplice: al contrario di quello che si può pensare io in campo ci sto tutti i giorni con l’azione di governo».

Ma se si rifiuta anche di andare in tv per non dire che farà da grande.. «E vero mi sono rifiutato tantissime volte di partecipare a molte trasmissioni e lo rivendico. Ho un’idea diversa della politica, che assomiglia troppo al Truman show, dove c’è chi fa la destra, il centro e la sinistra che si scannano e poi c’è l’Italia, che resta fuori. Per tornare alla domanda “che cosa farò a grande”, dove il grande è relativo perché ho 46 anni, le dico che farò quello che ha sempre fatto, cioè quello che tutti insieme, il Pd e il centrosinistra, riterremo utile. Mi batterò perché a Roma si facciano le primarie e poi decideremo insieme il candidato».

Maria Teresa Meli


Tag: Blog
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