20 ottobre 2006 “La necessità del Partito Democratico”

“Nicola interviene nel dibattito sul Partito Democratico con un articolo per il periodico “Left – Settimanale dell’Altritalia”.
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LA NECESSITÀ DEL PARTITO DEMOCRATICO
Il processo unitario per la costruzione di un nuovo grande partito riformista sta andando avanti. Il seminario di Orvieto del 6 e 7 ottobre ha messo a fuoco il livello di volontà politica esistente ed insieme i nodi da sciogliere. Ma soprattutto, credo, ha reso ancora più evidenti i motivi di questo impegno. I più importanti mi sembrano due: in primo luogo la storia del Paese, e poi la sua contingenza politica. Le divisioni del passato, figlie di storie antiche e ideologie radicate, sono state in gran parte superate, o cancellate, dal terremoto dell’89. Il mondo diviso in contrapposizioni radicali non esiste più, o meglio, si determinano contrapposizioni radicalmente nuove: e un po’ tutti, compresi noi, nel travaglio dei nostri cambiamenti, abbiamo sperimentato il confronto, il dialogo e la vicinanza con i diversi riformismi della storia italiana. Sono storie cresciute su binari paralleli, dentro i grandi partiti della prima Repubblica, vincolati dentro contenitori divisi dalla guerra fredda. Eppure, in tanti momenti, sono stati protesi a cercarsi, interrogarsi, integrarsi pur nelle maglie delle diffidenze imposte dal vecchio assetto del mondo. Dentro questa vicenda storica è via via maturata la consapevolezza dell’elettorato democratico e di sinistra che l’unità è un bene e va realizzata. Di solito sono le avanguardie politiche che fanno da battistrada; in questo caso il cosiddetto “popolo” dell’Ulivo ha camminato più avanti dei suoi vertici. O almeno di alcuni suoi vertici. Mobilitazioni di massa, primarie con milioni di votanti, appelli e raccomandazioni in ogni piazza hanno convinto a fare i primi, seri tentativi di unità con la presentazione di liste comuni. Questa unità è stata premiata elettoralmente. Ma in secondo luogo io credo che questo processo unitario sia indispensabile anche per l’azione del governo Prodi. La nostra vittoria poco netta, la frammentazione in tanti partiti, la violenza di una opposizione per nulla disarmata, gli effetti di una legge elettorale assurda, figlia di una transizione infinita e pasticciata che ci tiene perennemente in bilico tra proporzionale e maggioritario impongono nel nostro campo la presenza di un perno politico forte, autorevole e unito; altrimenti tutta l’impalcatura dell’alleanza può venire giù. Non è allarmismo e basta guardare a questi primi mesi di governo per rendersene conto. In assenza di un visibile nucleo riformista e moderno in grado di parlare all’Italia con credibilità e con una sola voce, riprendono subito spazio la babele dei linguaggi contraddittori, la ricerca di visibilità particolari, il gioco delle interdizioni. Questo clima, questa “atmosfera” dà spazio a teorie che ritengo inquietanti e pericolose, perché spingono molti elettori e settori della società ad invocare un nuovo grande “centro”, in grado di tagliare le ali dei due schieramenti alternativi, ritenuti troppo condizionati dalle loro rispettive formazioni estreme. Sono tanti e importanti, dunque, i fattori che ci spingono all’unità. Ma c’è anche dell’altro. I partiti non nascono solo per sanare il passato o per le convenienze di un passaggio politico. O meglio, se nascono solo per questo, sono destinati a morire rapidamente. Al contrario, resistono se interpretano un’esigenza storica. Se si mettono al servizio di essa e si identificano in un progetto di rinascita nazionale. E allora: dov’è oggi il punto saliente dell’emergenza? Dove c’è il rischio di un declassamento definitivo dell’Italia nel contesto europeo? I rischi non mancano. A partire dall’economia, che non cresce più. Ma non c’è solo questo: la sensazione generale, ma anche l’analisi sociologica e dei dati, ci dicono che l’insieme della crisi è raccolto attorno ad un grumo che produce scollamento, impotenza e decadenza. È la crisi e il degrado ormai verticale del rapporto tra istituzioni e cittadini, tra il potere e il popolo; è il precipitare dello “spirito pubblico” e della autorevolezza e rappresentatività della Repubblica. Ogni vincolo pare dover saltare per l’irrompere di comportamenti selvaggi, anarcoidi, egoistici e unilaterali. Quando l’armatura di un paese si incrina così è difficile aspettarsi buoni dati per l’economia, per la crescita, per la qualità sociale, per la competitività. L’Ulivo deve vedere bene in faccia il punto vero a cui si è arrivati; la profondità dei guasti del berlusconismo; che non finiscono con Berlusconi e che lambiscono qua e là anche noi stessi. E non basterà, anche questa volta, un buon programma di governo per salvarci. Anche perché non potrà attuarsi alcun buon programma, se non viene in campo una svolta politica, culturale, istituzionale più generale capace di ricostruire l’autorità della politica e un nuovo patto tra cittadini e Repubblica. Ecco le ragioni del partito democratico, la sua funzione in questo tornante della storia italiana. Ecco la coincidenza tra l’esigenza politica e soggettiva di realizzarlo, con l’avvio al contempo della ricostruzione di un assetto democratico e rappresentativo che ridia fiducia agli italiani, stimolandone le doti migliori. Chiaramente i problemi di questo processo sono enormi. Ciò che è importante è passare da una fase nella quale la lettura dei problemi era finalizzata a bloccare il processo, ad un’altra nella quale l’elenco dei punti aperti sia finalizzato ad affrontarli e scioglierli. Occorrerà dunque avere idee e battersi perché queste si affermino. Se la lettura dell’Italia è questa io credo ad esempio che abbiamo bisogno di un partito popolare con radici profonde, strutturato e diffuso nel territorio, forte di centinaia di migliaia di iscritti. Non di una struttura elettorale abbiamo quindi bisogno, ma piuttosto di un grande soggetto organizzato che sappia coinvolgere gli elettori nelle scelte fondamentali da compiere. E poi di un partito che non abbia la presunzione e non commetta l’errore di pensarsi da solo nel mondo, e quindi di un partito “solo” nazionale. La globalizzazione, il processo di edificazione dell’Europa impongono anche alla politica di pensarsi sovranazionale. Il tema del rapporto con il Pse non ha dunque un risvolto ideologico, ma direi pragmatico e di opportunità. Oggi il Pse è la forza politica europea che organizza nei 25 – domani 27 – Paesi membri le principali forze progressiste europee. Se la sinistra vincerà o perderà nei Paesi membri, questo dipenderà in gran parte dal successo o meno delle forze organizzate nel Pse. Perché noi dovemmo isolarci da questo network? I problemi posti da più parti, e che rispetto, ho la sensazione siano legati più al passato che non a prospettive future. In ogni caso, ripeto, definita la volontà politica i problemi si affrontano. Ciò che è importante è non avere paura, o peggio non comprendere che le paure, anche fondate, non possono portare all’immobilismo. No. Occorre affrontarle e superarle.
Nicola Zingaretti


Tag: Blog
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