23 giugno 2005 Programma Blair: Zingaretti, “dopo il coraggio i fatti”

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Il 23 maggio Tony Blair, Presidente di turno dell’Ue, interviene all’Europarlamento per presentare le linee guida della sua presidenza. Ecco il commento di Nicola…
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IL PROGRAMMA UE DI BLAIR
“DOPO IL CORAGGIO, I FATTI”
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L’intervento di Tony Blair è stato coraggioso. E’ evidente che ora l’Europa si aspetta da lui coerenza, oltre che nelle parole, nei comportamenti. Siamo assolutamente d’accordo sull’obiettivo di una radicale modernizzazione e rinnovamento dell’Europa, elementi davvero indispensabili per uscire dalla crisi. Questi obiettivi sono perseguibili solo attraverso un investimento e una coerenza negli atti e nei comportamenti sia in politica estera che in politica economica e sociale.
La nuova Europa non si costruirà mai tagliando risorse o riducendone l’influenza in politica estera. Dunque, il presidente Blair sarà giudicato sui fatti e su come affronterà le sfide da lui stesso lanciate.
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PRESIDENZA BRITANNICA: IL DISCORSO DI TONY BLAIRIl primo ministro inglese ha presentato al Parlamento europeo le priorità del semestre di Presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea

Discorso pronunciato a Bruxelles da Tony Blair nell’aula del Parlamento europeo in previsione del semestre di presidenza UE (23/6/2005)

É un onore essere qui oggi al Parlamento europeo. Col vostro permesso tornerò qui dopo ogni Consiglio europeo durante la presidenza britannica per riferire all’aula. Aggiungo che saró felice di consultare il Parlamento prima di ogni Consiglio in modo da avere l’opinione del Parlamento europeo prima delle decisioni del Consiglio.

É il posto giusto e il momento giusto. Per quanto l’opinione pubblica sia in disaccordo oggi con l’Europa, su un punto c’è accordo: l’Europa è nel pieno di un profondo dibattito sul suo futuro. Ovviamente voglio parlare oggi di questo dibattito, le sue ragioni e come risolverlo. In ogni crisi c’è un’opportunità. Ce n’è una ora qui per l’Europa se abbiamo il coraggio di coglierla.

Il dibattito sull’Europa non dovrebbe essere portato avanti con uno scambio di insulti o a livello personale. Dovrebbe essere uno scambio di idee aperto e franco. Fin dall’inizio voglio descrivere in modo chiaro la mia definizione di dibattito e il disaccordo che lo caratterizza.

Il punto non è tra un’Europa del “libero mercato” e un’Europa sociale, tra coloro che vogliono rifugiarsi nel mercato comune e coloro che credono nell’Europa in quanto progetto politico.

Non è solo un travisamento. È un’intimidazione verso coloro che vogliono cambiare in Europa rappresentando il desiderio di cambiamento come un tradimento degli ideali europei, per provare a zittire un dibattito serio sul futuro dell’Europa affermando che insistere sul dibattito significa abbracciare un’idea anti-europea.

É una mentalità che ho combattuto durante tutta la mia vita politica. Gli ideali sopravvivono ai cambiamenti. Muoiono per l’inerzia di fronte alla sfida.

Sono un pro-europeista appassionato. Lo sono sempre stato. La prima volta che votai fu nel 1975 per il referendum inglese sull’entrata in Europa e votai SÌ. Nel 1983, quando ero l’ultimo candidato in Gran Bretagna selezionato prima delle elezioni e quando il mio partito sosteneva una politica di ritiro dall’Europa, dissi che ero in disaccordo con quella politica. Alcuni pensavano che non sarei più stato scelto. Alcuni se lo auguravano. Ho contribuito quindi a cambiare la nostra politica negli anni ’80 e sono orgoglioso di quel cambiamento.

Da quando sono Primo Ministro ho firmato il Protocollo sulla Politica Sociale, ho contribuito insieme alla Francia, a creare la moderna politica europea di difesa, e ho dato il mio contributo ai Trattati di Amsterdam, Nizza e Roma.

Questa è un’Unione di valori, di solidarietà tra la nazioni e le persone, non solo di un mercato comune in cui commerciare ma uno spazio politico comune in cui viviamo come cittadini.

Lo sarà sempre.
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Credo nell’Europa in quanto progetto politico. Credo nell’Europa con una dimensione sociale forte e attenta. Non accetterei mai un’Europa che fosse semplicemente un mercato economico.

Affermare che il problema è questo, significa sfuggire al dibattito reale per nascondersi dietro la certezza di quanto dichiarato in tempi difficili.
Non c’è una divisione tra l’Europa che deve riuscire economicamente e l’Europa sociale. L’Europa politica e l’Europa economica non vivono separatamente.

L’obiettivo dell’Europa sociale e dell’Europa economica dovrebbe essere il sostegno reciproco.

L’obiettivo dell’Europa politica dovrebbe essere la promozione di istituzioni democratiche ed efficienti in grado di sviluppare una politica in queste due sfere in cui vogliamo e dove sia necessaria una cooperazione nel mutuo interesse.

Ma lo scopo della leadership politica è di riportare le politiche al mondo reale.

Per 50 anni i leader europei hanno fatto questo. Parliamo di crisi ma parliamo prima di risultati. Alla fine della guerra, l’Europa era distrutta. Oggi l’Europa è un monumento del successo politico. 50 anni di pace, prosperità, progresso. Pensiamo a questo e mostriamo gratitudine.

Il corso della storia sta dalla parte dell’UE. Paesi di tutto il mondo si aggregano perché nella collaborazione aumentano la loro forza individuale. Fino alla seconda metà del XX secolo ” e per decenni le nazioni europee hanno dominato il mondo in modo individuale, colonizzandolo, combattendo guerre per la supremazia mondiale.

Dopo la carneficina della Seconda Guerra mondiale, i leader politici si sono resi conto che quei tempi erano finiti. Il mondo odierno non sminuisce quella visione, anzi. Gli Stati uniti sono l’unica super potenza mondiale ma la Cina e l’India in pochi decenni saranno le maggiori economie mondiali, con popolazioni tre volte superiori a quella europea. L’idea di Europa unita e collaborativa è essenziale per le nostre nazioni per non perdere il posto conquistato nel mondo.

Ora dopo 50 anni è tempo di rinnovarsi. Non è vergognoso. Tutte le istituzioni devono farlo e noi possiamo ma solo se facciamo combaciare gli ideali europei nei quali crediamo con la modernità del mondo in cui viviamo.
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Se l’Europa cedesse allo scetticismo verso l’Euro o se le nazioni europee confrontate con questa grande sfida decidessero di chiudersi a riccio sperando di evitare la globalizzazione, rifuggendo ai cambiamenti circostanti, rifugiandosi nelle attuali politiche europee come se a forza di ripeterle diventassero più utili, si rischierebbe un fallimento su ampia scala in termini di strategia. Non è tempo di accusare di tradimento coloro che vogliono cambiare l’Europa. È tempo di riconoscere che solo con un cambiamento l’Europa ritroverà la sua forza, la sua importanza, i suoi ideali e il sostegno dell’opinione pubblica.

Da sempre i cittadini sono un passo avanti rispetto ai politici. In quanto classe politica pensiamo che i cittadini, lontani dalle ossessioni quotidiane della politica, possano non capire, non vederne le sottigliezze e le complessità. Recentemente l’opinione pubblica vede la politica in modo più chiaro di noi, proprio perché non ne è quotidianamente ossessionata.

La questione non è sul concetto di Unione europea. È sulla modernizzazione, sulla politica. Non è un dibattito su come abbandonare l’Europa ma su come far sí che risponda agli scopi per cui è nata: migliorare la vita dei cittadini che al momento non sono convinti. Riflettiamoci.
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Per quattro anni l’Europa ha condotto un dibattito sulla nostra nuova Costituzione, due dei quali in Convenzione. Si è trattato di un’opera dettagliata e accurata che conteneva le nuove norme per un governo a 25 prime e a 27 poi e più Stati membri. Il documento è stato approvato da tutti i governi e sostenuto da tutti i leader. É stato poi rifiutato da due referenda tenuti in due Stati fondatori e nel caso dell’Olanda da più del 60% dei cittadini. La realtà è che sarebbe difficile oggi garantire la vittoria dei SÌ in un referendum.

Ci sono due spiegazioni possibili. La prima è che i cittadini abbiano studiato la Costituzione e siano in disaccordo su articoli precisi, ma dubito che questo spieghi la maggioranza dei NO. Non si è trattato di un problema di cattiva stesura o di un disaccordo testuale.

L’altra spiegazione è che la Costituzione sia diventata puramente il veicolo per i cittadini per esprimere un’insoddisfazione più ampia e profonda per la situazione in Europa. Credo che quest’analisi sia la più corretta.

In tal caso non è una crisi delle istituzioni politiche, è una crisi della leadership politica. I cittadini in Europa ci pongono quesiti difficili. Sono preoccupati della globalizzazione, della sicurezza sul lavoro, delle pensioni e del tenore di vita. Vedono non solo l’economia ma la società cambiare intorno a loro. Le comunità tradizionali si disgregano, i modelli etnici cambiano, la vita familiare è stressata nel conciliare vita privata e lavoro.
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Viviamo in un’epoca di profondi cambiamenti e mutamenti. Pensiamo ai nostri figli e alle tecnologie che usano e al mercato del lavoro che avranno davanti a loro. Il mondo è irriconoscibile rispetto a 20, 30 anni fa. Rispetto a tali cambiamenti i moderati devono assumere la leadership. Se non avviene saranno gli estremisti a dirigere i processi politici. Avviene in una nazione. Avviene in Europa.

Riflettiamo. La Dichiarazione di Laeken che ha avviato la Costituzione aveva il compito di “portare l’Europa vicino ai cittadini”. C’è riuscita? L’Agenda di Lisbona fu lanciata nel 2000 con l’ambizione di rendere l’Europa “il luogo più competitivo del mondo entro il 2010″. Siamo a metà strada ora. C’è riuscita?

É tempo di svegliarci e guardare in faccia la realtà. L’opinione pubblica sta suonando le trombe intorno alle mura della città. Le sentiamo? Abbiamo la volontà politica di uscire e incontrare le persone in modo che possano considerare la nostra leadership una soluzione e non un problema?

Questo è il contesto su cui impostare il dibattito sul bilancio. Si dice che il bilancio sia necessario per rilanciare la credibilità dell’Europa. Certamente ma dovrebbe essere il bilancio giusto. Non dovrebbe essere estrapolato dal dibattito sulla crisi dell’Europa ma dovrebbe essere parte della risposta.

Vorrei aggiungere qualcosa sul Vertice di venerdi scorso. Ci sono state voci sulla mia volontà a mantenere lo sconto britannico, sul fatto che ho posto la questione della riforma della PAC all’ultimo minuto, che ho aspettato a rinegoziarla venerdi notte. In effetti sono l’unico leader britannico che si sia dichiarato disposto a rivedere lo sconto. Non ho mai affermato di porre fine alla PAC ora o rinegoziarla in una notte. Sarebbe assurdo. Ogni cambiamento deve considerare i bisogni legittimi delle comunità agricole e avvenire nel tempo. Ho detto semplicemente due cose: che non possiamo accordare una nuova prospettiva finanziaria che non tenga in considerazione l’esecuzione di un bilancio più razionale; e che questo bilancio sarà alla base della seconda metà della prospettiva fino al 2013. Altrimenti si arriverà al 2014 senza alcun cambiamento. Nel frattempo la Gran Bretagna darà il suo equo contributo per l’allargamento. Devo precisare che rimarremmo il secondo contribuente netto dell’UE, avendo pagato miliardi in più rispetto a paesi di dimensioni analoghe.
Questo è quindi il contesto. Come dovrebbe essere l’agenda politica europea?
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In primo luogo dobbiamo modernizzare il nostro modello sociale. Alcuni hanno affermato che vorrei abbandonare il modello sociale europeo. Ma secondo voi che tipo di modello sociale è un sistema che vede 20 milioni di disoccupati in Europa, un livello di produttività lontano da quello americano, un numero di laureati in India in materie scientifiche superiore a quello europeo e che rispetto ad un indice relativo di un’economia moderna – specializzazioni, ricerca e sviluppo, brevetti, tecnologia dell’informazione – sta regredendo anziché progredire. L’India espanderà il suo settore biotecnologico 5 volte nei prossimi 5 anni, mentre la Cina ha triplicato le spese destinate a ricerca e sviluppo.

Nella classifica delle 20 migliori università al mondo, solo 2 sono in Europa.

Lo scopo del nostro modello sociale dovrebbe essere quello di aumentare la nostra competitività, per aiutare i cittadini ad affrontare la globalizzazione, dando loro la possibilità di coglierene i vantaggi ed evitare i pericoli. Certamente abbiamo bisogno di un’Europa sociale ma dev’essere un’Europa sociale che lavora.

E sappiamo come fare. Il “rapporto Kok” nel 2004 ci mostra il modo. Investimenti nella conoscenza, nelle specializzazioni, nelle politiche attive del mercato del lavoro, nella scienza e nelle innovazioni, nell’istruzione superiore, nella ristrutturazione delle aree urbane, nell’assistenza alle piccole imprese. Questa è una moderna politica sociale, non la regolamentazione e il protezionismo che possono salvare qualche posto di lavoro per breve tempo a spese di un numero più ampio di posti di lavoro in futuro.

E visto che oggi è il momento di distruggere falsi miti, lasciatemene distruggere un altro: l’idea che la Gran Bretagna sia vittima di una filosofia di mercato anglosassone che calpesta i poveri e i più deboli. L’attuale governo britannico ha introdotto un patto per l’occupazione, il più ampio programma occupazionale d’Europa che ha permesso l’abolizione della disoccupazione giovanile, aumentando investimenti nei servizi pubblici maggiori di quelli di qualsiasi altro paese europeo negli ultimi 5 anni. Era un investimento indispensabile e lo abbiamo fatto. Abbiamo introdotto per la prima volta un livello di salario minimo. Abbiamo rigenerato le nostre città. Abbiamo sottratto alla povertà quasi un milione di bambini e tolto dall’indigenza due milioni di pensionati oltre ad aver lanciato la più radicale assistenza all’infanzia e ai diritti di maternità e paternità. L’abbiamo fatto grazie ad un’economia forte, non a spese di un’economia forte.
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In secondo luogo il bilancio deve riflettere queste realtà. Il “rapporto Sapir” ci indica la strada. Pubblicato dalla Commissione nel 2003, definisce in modo chiaro come dovrebbe essere il bilancio di un’Europa moderna. Mettiamolo in pratica. Ma un bilancio europeo moderno nei prossimi 10 anni non può consacrare il 40% del denaro alla PAC.

In terzo luogo, applichiamo “l’agenda di Lisbona”. Su lavoro, partecipazione al mercato del lavoro, evasione scolastica, formazione, i nostri progressi non si avvicinano agli obiettivi di Lisbona. Quell’agenda ci ha detto cosa fare. Facciamolo.

Quarto – e qui ci vado piano – diamo all’Europa una struttura macroeconomica che sia regolamentata ma flessibile. Non voglio commentare l’Eurozona. Dico solo che se riuscissimo a concordare un effettivo progresso nelle riforme economiche, se dimostrassimo serie intenzioni nelle modifiche strutturali, allora l’opinione pubblica percepirebbe una riforma della macropolitica sensata e razionale, risultato non di negligenza fiscale ma di buon senso. Abbiamo bisogno urgente di queste riforme se vogliamo che l’Europa cresca.
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Dopo le sfide economiche e sociali dobbiamo affrontare le tematiche correlate – il crimine, la sicurezza, l’immigrazione.

La criminalità attraversa le frontiere oggi in modo molto più facile rispetto al passato. La criminalità organizzata costa al Regno Unito 20 miliardi di sterline l’anno.

L’immigrazione è raddoppiata negli ultimi 20 anni. La maggior parte è sana e ben accetta ma deve pur essere gestita. L’immigrazione illegale è un problema per tutti i paesi, e una tragedia umana per migliaia di persone. Si stima che il 70% degli immigrati illegali sia agevolato da gruppi di criminalità organizzata. Poi c’è la prassi ripugnante della tratta degli esseri umani per cui bande di malavitosi organizzati spostano persone da una zona del mondo all’altra allo scopo di sfruttarli nel luogo di destinazione. Ogni anno in tutto il mondo tra 600.000 e 800.000 persone sono vittime di questo traffico e 100.000 donne in Europa sono vittime della tratta degli esseri umani.

Un capitolo specifico del Gai (Giustizia e affari interni, ndt) si occuperebbe di questi temi: l’attuazione del piano di azione UE per contrastare il terrorismo con un alto potenziale per affrontare la radicalizzazione e il reclutamento dei terroristi; l’intelligence transfrontaliera e le forze di polizia internazionali; lo sviluppo di proposte atte a colpire duramente i trafficanti di droga accedendo ai loro conti bancari, ostacolando le loro attività, arrestando i vertici portandoli di fronte alla giustizia; raggiungere accordi per il rimpatrio dei rifugiati e degli immigrati clandestini provenienti dai paesi confinanti e dagli altri; sviluppare tecnologie biometriche per rendere più sicuri i confini europei.

Infine c’è il capitolo della PESC (Politica estera di sicurezza comune, ndt). Dovremmo concordare misure pratiche per potenziare la capacità di difesa europea, prepararci ad assumere più missioni di mantenimento della pace, sviluppare la capacità, con o senza la NATO, di intervenire velocemente e in modo efficace nella soluzione dei conflitti. Consideriamo i contingenti degli eserciti europei oggi e la nostra spesa. Rispondono veramente ai bisogni strategici di oggi?

Una simile politica di difesa è una componente indispensabile in una politica di difesa efficace. Anche senza, dovremmo fare in modo che l’influenza dell’Europa pesi. La recente decisione dell’UE di raddoppiare gli aiuti all’Africa è stata una spinta ulteriore non solo per quel tormentato continente ma per la cooperazione europea. Noi siamo leader mondiali nello sviluppo e ne siamo fieri. Dovremmo diventare leader anche nella promozione di un nuovo accordo multilaterale che stimoli il commercio specialmente per i paesi più poveri. Stiamo portando avanti il dibattito sui cambiamenti climatici e stiamo sviluppando politiche pan-europee. Grazie a Javier Solana l’Europa ha iniziato a far sentire la sua presenza nel processo di pace in Medio Oriente ma la questione è molto semplice: un’Europa forte sarebbe un attore molto importante nella politica estera, un buon partner degli Stati Uniti, ma capace allo stesso tempo di dimostrare la propria capacità di dar forma e far progredire il mondo.
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Un’ Europa come questa in via di ammodernamento, con una sicurezza potenziata da chiare azioni all’interno e al di fuori dei suoi confini, sarebbe un’Europa sicura di sé, abbastanza fiduciosa da considerare l’allargamento non come una minaccia, come se farne parte fosse un gioco a somma zero in cui i vecchi stati membri perdono e i nuovi guadagnano, ma un’opportunità straordinaria, storica, per costruire un’Unione più grande e più potente. Perché non illudetevi: se fermiamo l’allargamento o ci rifiutiamo di vederne le conseguenze naturali, alla fine dei conti non salverà un solo posto di lavoro, non terrà in piedi una sola impresa, non eviterà una sola delocalizzazione. Forse per un po’, ma non per molto. E nel frattempo l’Europa diventerà più ristretta, più introspettiva, e coloro che otterranno consensi non saranno coloro in linea con le tradizioni e gli ideali europei ma i sostenitori di un nazionalismo fuori tempo e xenofobo. In tutta franchezza: è una contraddizione essere a favore della liberalizzazione dell’appartenenza dell’UE e contrari all’apertura della sua economia.

Se seguiamo chiaramente questa direzione, se ci uniamo alla Commissione – come sarà pienamente capace di farlo sotto la leadership di José Manuel Barroso – che è pronta a respingere alcune regole non necessarie, ad eliminare un po’ di burocrazia e a diventare portavoce di un’Europa competitiva globale e proiettata all’esterno, allora non sarà difficile ottenere il consenso e il sostegno dei popoli d’Europa.
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Durante la nostra presidenza proveremo a perseguire l’accordo sul bilancio; a risolvere alcuni dei dossier più difficili come la direttiva sui servizi e la direttiva sull’orario di lavoro; a adempiere agli obblighi dell’Unione nei confronti di Turchia e Croazia che aspettano speranzosi un futuro nell’Europa; e a portare avanti questo dibattito sul futuro dell’Europa in un modo aperto e onnicomprensivo affermando con forza i nostri punti di vista ma totalmente rispettosi delle opinioni altrui.

Chiedo solo una cosa: non prendiamoci in giro sull’inutilità di questo dibattito; se svolgiamo solo le nostre mansioni di “amministrazione ordinaria” l’opinione pubblica prima o poi si arrenderà ad un’Europa così com’é e non come vorrebbe che fosse. In quanto primo ministro mi sono reso conto che la parte più difficile non sta nel prendere le decisioni, quanto capire il momento giusto per prenderle. E’ capire la differenza tra le sfide da gestire e quelle da affrontare e superare. Ora per l’Europa è il momento in cui si deve decidere.
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La gente d’Europa ci sta parlando. Ci sta ponendo degli interrogativi. Ci chiedono una leadership. È tempo di dargliela.
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Traduzione di Silvia Dragoni
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Tag: Blog
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