13 giugno 2005 Il Futuro del Software – atti del convegno

Giovedì 16 giugno alle ore 17:30 al Teatro Capranica di Roma ” si è tenuto il convegno
IL FUTURO DEL SOFTWAREIl dibattito, le decisioni nel Parlamento europeo e le prospettive dell’industria ICT.
Intervento di Nicola Zingaretti
1) Abbiamo usato volutamente per questa iniziativa il termine “audizione”. Forse per le sue caratteristiche è una definizione impropria, ma ciò che ci premeva, nel corso di un appassionato dibattito, era dare un segnale di volontà di ascolto, offrire un luogo di confronto su un tema delicatissimo quale quello affrontato dalla direttiva “relativa alla brevettabilità delle invenzioni attuate per mezzo di elaboratori elettronici” che lunedì verrà discussa in Commissione Giuridica e, nelle prossime settimane, votata dal Parlamento Europeo.
Su un tema così delicato crediamo, infatti, che sia importante non rinunciare al confronto delle idee e delle posizioni, anche perché a prescindere dal calendario parlamentare, per quanto riguarda l’industria ICT, il software, la sua ideazione, produzione e commercializzazione, si apre una fase del tutto nuova e i cui sviluppi ci accompagneranno per anni. E’ quindi fondamentale costruire e mantenere viva una rete di relazioni tra sapere, ricerca, governo o impresa affinché l’Italia e, in Italia, le nostre comunità locali non subiscano i processi in corso, ma di questi processi siano parte attiva.
Il mio compito, dunque, in questa breve intervento, è semplicemente quello di introdurre e chiarire i termini del problema che abbiamo di fronte: le caratteristiche e l’evoluzione della discussione in atto e offrire un punto di vista sapendo che, come ha detto recentemente il relatore del parlamento ” Michel Rocard, “dopo due anni di discussioni appare evidente che nell’ambito delle difficoltà a trovare delle soluzioni comuni, sono molto più rilevanti i dissensi riguardanti le definizioni e i malintesi di quanto non lo siano i contrasti nel merito”.
2) Prima di entrare nel merito della direttiva, però, permettetemi di fare una premessa doverosa sull’atteggiamento da avere rispetto all’attività delle Istituzioni Europee. Tendenzialmente, quando ci si trova davanti a un testo, una direttiva europea, la nostra cultura politica ci porta ad avere una discussione nella quale i termini del confronto si limitano ad esprimersi a favore o contro alla direttiva. Questo atteggiamento è conseguenza di una idea di attività parlamentare nella quale una maggioranza, un governo o una giunta propone provvedimenti, leggi o delibere, e una opposizione le giudica, le critica per modificarle o bocciarle.
Le relazioni tra Consiglio, Commissione e Parlamento Europeo non sono fondate su questo schema o principio politico.
C’è il Consiglio, cioè i Governi nazionali con gli orientamenti delle loro diverse maggioranze; ” la Commissione, nella quale sono presenti tutti gli orientamenti politici e, poi, il Parlamento anch’esso con i suoi orientamenti. Su questo equilibrio complesso, molto complesso, che diventa ancora più complesso se si pensa al diritto di veto, si fonda l’iniziativa dell’Europa.
Una attività a volte frenetica, ma utilissima, di produzione di direttive e atti giuridici che ha uno scopo, una missione: quella di armonizzare le legislazioni, la vita, le attività nei 25 Paesi membri. Un’attività che permette la costruzione dell’Europa. Se non c’è questa attività, non c’è l’Europa. Quando c’è un deficit di questa attività a seguito degli egoismi nazionali, pensiamo alla politica estera, l’Europa è debole. Non a caso, nella motivazione di questa direttiva è scritto, tra l’altro, “….esistono discrepanze nella tutela giuridica delle invenzioni attuate per mezzo di elaboratori elettronici assicurata dalle pratiche amministrative e dalla giurisprudenza dei vari Stati membri. Tali divergenze possono creare ostacoli agli scambi commerciali e, quindi, al buon funzionamento del mercato interno”. Per questo è utile una direttiva.
Per il Parlamento e’ dunque sbagliato limitarsi, con un atteggiamento burocratico, ad accettare in maniera passiva tutte le proposte della Commissione o del Consiglio, ma credo sia infantile al contempo illudersi che l’unica arma nelle nostre mani sia quella di opporvisi. Di dire dei no. Il compito, molto più che in qualsiasi altra assemblea elettiva, é quello di partecipare alla definizione di indirizzi e scelte, e occorre quindi un grande sforzo creativo e intellettuale affinché ci sia una “buona Europa”; direi una Europa utile agli interessi generali degli Europei e del mondo.
3) Ma veniamo alla direttiva in questione. Come sapete, la Convenzione di Monaco del 1973 esclude esplicitamente il software dal campo di applicazione del brevetto. In sostanza, si riconosce che il software non è un campo della tecnologia ma della scienza. Oggi i programmi per calcolatore (software) sono legalmente protetti dal diritto d’autore (copyright): il programmatore cioè controlla la pubblicazione, l’esecuzione, la copia di un programma che ha scritto, allo stesso modo in cui un compositore controlla una sua sinfonia o uno scrittore un suo romanzo.
Ciò che viene protetto è, dunque, lo specifico programma scritto da un programmatore ma non le idee che stanno alla base del programma. E’ così da sempre, o meglio, come ci ha ricordato alcune settimane fa Guido Rossi, da quando la Repubblica di Venezia concesse il primo copyright allo stampatore delle “Storie” di Plinio il Vecchio. In seguito, il privilegio di Venezia si estenderà agli autori. Alla base c’è il principio che dove esiste un valore, allora deve esserci anche un diritto. E, così, in epoca più tarda nasce il brevetto a tutela delle invenzioni, soprattutto quelle ad uso industriale.
E’ stato scritto, forse un po’ forzando la mano, che “compositori e romanzieri hanno facoltà di impedire che vengano effettuate copie illegali dei loro lavori, ma nessuno scrittore può brevettare, per esempio, l’idea di scrivere delle vicende di una coppia di fidanzati lombardi del ‘600”.
Il copyright tutela l’attuazione di una idea nella forma di un prodotto finito, mentre il brevetto l’idea stessa.
Negli USA, negli anni 80, si è sviluppata una riflessione sull’opportunità di brevettare il software che ha portato, negli anni ’90, ad una adozione piena del sistema dei brevetti. Non voglio soffermarmi sui risultati controversi di questa scelta, ma limitarmi a segnalare che questo fatto ha indubbiamente costituito un elemento di turbativa e concorrenza tra le imprese USA ” e non.
4) Ora, e qui nasce e trova radici il problema di cui discutiamo , è noto che da venti anni a questa parte, i rapidissimi sviluppi dell’informatica hanno interessato tutti i settori dell’industria e dei servizi. Al di là degli usi professionali, non esistono più oggetti di uso corrente che non prevedano la presenza di software integrato: autovetture, telefonia mobile, televisioni, videoregistratori, lavatrici, comandi degli ascensori e così via. Le università, i laboratori la ricerca nel mondo sono proiettati sempre più in questo orizzonte.
I costi per la messa a punto e la loro produzione sono ingenti. E’ naturale e auspicabile, dunque, che l’industria possa brevettare i risultati dei propri investimenti al fine di ricavarne un guadagno e proteggerli dalla contraffazione e dalla concorrenza sleale.
Da tempo esiste il problema della regolazione dei processi fisici applicati nell’ambito delle invenzioni, che hanno forme diverse, in particolare di tipo meccanico o pneumatico. Mettere a punto tali regolazioni, brevettabili quando esse stesse risultavano innovative nella loro realizzazione, risultava estremamente oneroso. Sostituirle con un software, dai costi di sviluppo ben più contenuti, rappresenta un enorme risparmio e ciò ha determinato la sua grande diffusione.
Ma un software, ecco il punto, e’ di natura diversa: si tratta di un bene immateriale.
Di fatto, il software e’ dato dalla combinazione, all’interno di un opera originale, di uno o più algoritmi, vale a dire un insieme di formule matematiche. Ora, come ha affermato Albert Einstein, che, caso della vita, inizia la sua attività come funzionario dell’ufficio brevetti di Berna, “una formula matematica non e’ brevettabile”. Essa rientra nell’ambito delle idee, come una storia, un insieme di parole o un accordo musicale.
Da millenni il sapere si costruisce e si diffonde copiando e migliorando, vale a dire avendo libero accesso alle idee. Il fatto che il sapere moderno, almeno in quei contesti che hanno qualche rapporto con la logica o la quantizzazione, possa più agevolmente essere espresso in forma di software non deve in alcun caso portare a rinunciare al principio del libero accesso, che è il solo a garantire la straordinaria capacità dell’umanità di creare nuovo sapere. ” Pensiamo ai limiti che questo sistema porterebbe alla ricerca universitaria o alla libera iniziativa dei programmatori che non solo dovrebbero essere in grado di sviluppare un programma da zero, ma dovrebbero anche assicurarsi che il loro codice non violi nessuno delle decine di migliaia di brevetti software esistenti.
Quale è, dunque, la natura del problema che abbiamo davanti? Il tema é fondamentale sia a livello economico che a livello politico o filosofico: si tratta di regolamentare la diffusione del sapere e delle idee nella nostra società e il problema scaturisce dalla contraddizione fra il sistema giuridico e la tradizione ereditata, da un lato, e le esigenze di remunerazione rispetto agli investimenti, riconoscimento del diritto ai profitti derivati e di sicurezza dell’industria, dall’altro.
Da lungo tempo si cerca una conciliazione fra queste due contraddittorie esigenze ed e proprio tale ricerca ad essere oggetto della direttiva in esame. E permettetemi di dire che nelle decine e decine di incontri che ho avuto in questi mesi, con operatori del settore, docenti universitari e imprese, ho avuto a volte la sensazione che tutti abbiano ragione se non si riesce, fino in fondo, ad assumere la complessità del problema.
5) La via emendativa alla direttiva, che il Parlamento sta provando ad attuare su spinta di Michel Rocard, parte da qui: un software, formulazione di un idea, è di natura immateriale. Le funzionalità che determina all’interno di un elaboratore elettronico sono incluse al suo interno e non sono direttamente comunicabili a cosa o persona esterna. Affinché tali funzionalità siano comunicabili ed abbiano effetto, è necessario che un componente si metta in movimento, che un segnale elettrico, radio o luminoso venga prodotto, che una informazione appaia su uno schermo o che si scateni un qualsiasi effetto fisico.
Ciò che, in modo quanto mai evidente, e’ brevettabile sono i sensori da una parte e tutti gli effettori dall’altra che alimentano l’elaboratore di informazioni trattabili dal software e che traggono dall’informazione prodotta infine dal software, nel suo linguaggio, un effetto fisico che costituisce la soluzione tecnica al problema tecnico che é stato posto. La distinzione da cercare separa, dunque, il mondo immateriale dal mondo materiale o piuttosto dal mondo fisico. Anche se entrambi i termini sono alquanto insufficienti per riguardare l’intero settore interessato. Materiale evoca troppo la materia e non l’energia, fisico richiama implicitamente una quantità tangibile. Ma io mi fermo qui.
Di audizione si tratta e a me il compito di indicare solo una traccia, una possibilità di sviluppo della discussione per orientarci meglio. Ma il dibattito è aperto e fondamentale che vada avanti con il contributo intellettuale di tutte le esperienze. Del resto, anche il Governo Italiano e il Ministro Stanca, per tutelare la nostra industria, si sono pronunciati e orientati a sostenere gran parte del lavoro emendativo ” che ” Rocard sta approntando e che ha, alla base, questa impostazione: modificare e approvare la direttiva, ribadendo con più forza e nettezza la non brevettabilità del software e individuando al contempo i limiti e confini delle invenzioni brevettabili.
L’importante ora è confrontarsi, e mi permetto di dire, qui a Roma, non perdersi di vista. Continuare a tenere viva una rete di rapporti che sappia, in maniera feconda, tenere aperti i canali di comunicazione tra il Parlamento e le Istituzioni Europee e i luoghi del sapere e della scienza le professioni e l’impresa. Almeno, conoscere i processi in atto è indispensabile per poi provare con ambizione a condizionarli, perché in giuoco alla fine c’è il futuro del nostro modo di vivere.
Nicola Zingaretti


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