25 giugno 2008 Nicola: “Nel Pd non m’iscrivo a nessun gruppo, servono solo ai capi”

Nicola parla con "Il Riformista" del Pd e della sua presunta competition con Cuperlo ”
Dentro un Pd che sembra aver perso la bussola, è spuntata la sfida per il trono del futuro: Nicola Zingaretti contro Gianni Cuperlo. Che ne pensa Zingaretti?
«Penso che sono molto d’accordo con quello che Cuperlo ha detto oggi (ieri, ndr) al Riformista. L’idea che il rinnovamento passi per un elemento generazionale mi fa venire l’orticaria. Nel relazionarci col paese abbiamo bisogno di un’innovazione culturale, non c’è dubbio. Ma la nostra generazione, in questa fase storica, dovrebbe cimentarsi su come garantire collegialmente, lo dice pure Gianni, un rapporto nuovo e di massa con l’Italia. Non dobbiamo contare sul fatto che per vent’anni qualcuno ci ha fatto scudo, ma lanciare una sfida».
Dica la verità, presidente Zingaretti. Si sente in competizione con Cuperlo?
«Non sono certo un paio di articoli di giornale, scritti peraltro a quaranta gradi di temperatura, a farmi sentire dentro una competizione. Il problema nostro è esattamente l’opposto. Di fronte a una leadership frammentata e divisa, nella quale è scomparso qualsiasi legame di solidarietà, si deve rafforzare l’unione tra tante risorse che già ci sono e non per forza provengono dalla storia dei Ds. Questa contrapposizione con Cuperlo, se mai ci fosse, vive solo nel gossip».
Lei non sembra aver l’aria di quello che chiede un ricambio generazionale. O sbaglio?
«L’unica mia richiesta è poter lavorare serenamente a quello che i cittadini mi hanno chiesto di fare: il presidente della Provincia di Roma. Sarebbe singolare, a settanta giorni dal voto, fantasticare su scenari che non mi riguardano. Ovviamente, come persona che ha a cuore il destino di questo partito, partecipo a un confronto sulle idee. Se si svolgerà fuori da una cultura correntizia, questo confronto sarà utile. Ma se mi si chiedesse di iscrivermi a qualche corrente per avere diritto di parola, vuol dire che farò le mie riflessioni altrove».
Sia come sia, sono almeno cinque anni che, non appena nel centrosinistra si discute di ricambio generazionale, spunta fuori il suo nome. Prima per il dopo Fassino nei Ds, oggi per il dopo Veltroni nel Pd.
«Le rispondo così: io odio quelli che assumono un incarico e dopo trenta secondi si attaccano al telefono per cercarne un altro. Credo che la missione della politica obblighi a fare bene quello che si fa, a prescindere dall’interesse personale. Uno lavora al meglio e poi si vede. Io faccio il mio lavoro e assisto al ciclico chiacchiericcio estivo su di me. Ma ho imparato a non farmi distrarre da un mio modo di vivere la militanza».
Poc’anzi, lei sollevava il tema delle correnti. Che cosa sono? Un rischio o l’ultimo baluardo a salvaguardia del pluralismo?
«Credo che il correntismo, e cioè l’esasperazione dell’organizzazione di “luoghi separati”, non c’entri niente col pluralismo delle idee. Anzi, è proprio la debolezza delle idee che spinge tanti a una “deriva organizzativa”. Come se fosse l’unico modo per tenere insieme dei pezzi. A mio avviso, tutto ciò favorisce la gestione di un sottobosco di potere ma devasta la percezione che si ha di noi nel paese. E soprattutto elimina qualsiasi possibilità di costruire un pensiero unitario».
Una stroncatura delle correnti, dunque.
«Più che altro il rispetto di un insegnamento. Tanti anni fa, durante un’assemblea di quadri della Fgci, un autorevole dirigente del Pci di allora e del Pd di adesso prese la parola per criticare Cossutta. Armando stava organizzando una sua mozione per il congresso. Quel dirigente, di cui non faccio il nome, fece uno straordinario intervento in cui ci spiegò che le correnti non sono un dramma, ma hanno una funzione molto chiara: togliere il potere agli iscritti e consegnarlo ai capicorrente».
Scusi, Zingaretti. Lei un tempo era incasellato tra i dalemiani. Oggi, a leggere il Foglio, lei è un veltroniano per interposto Bettini. Morale?
«Io non mi sono mai sottratto a nessuna delle battaglie politiche che si sono giocate nel Pci-Pds-Ds prima, e nel Pd poi, negli ultimi vent’anni. Non credo affatto che compito nostro, oggi, sia quello di protrarre pedissequamente nel tempo una dialettica che ha bisogno di rimescolarsi. Vorrei un partito nel quale ci si giudica, si sta insieme e si litiga sulla base delle proprie idee e non su quella del “con chi sto”. Perché molto spesso il “con chi sto” ti impedisce di esprimerti liberamente».
Tornando dal particolare all’universale: come sta messo, oggi, il Pd?
«C’è poca consapevolezza dell’immensa forza che questo partito ha. In ogni caso, la relazione di Veltroni di venerdì è stata molto buona perché ha indicato la via per superare una fase che rischierebbe altrimenti di rimanere insoluta. Posso aggiungere una cosa?»
Prego.
«Voglio essere giudicato per quello che farò qui in Provincia, non per le interviste che rilascio».
Che farà nel pomeriggio? La Melandri riunisce alcuni dirigenti del Pd, D’Alema presenta Red, Veltroni…
«Io sarò a un’iniziativa della Caritas. Con Ruini, Alemanno e Marrazzo». ”
T. Labate


Tag: Blog
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