30 giugno 2008 Quando l’immigrato ci fa più paura del mafioso

da "Il Riformista" – inserto Sotto i Venti
EMERGENZE. SULLA SICUREZZA NON FACCIAMO I POLLI, CONVERSAZIONE COL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI ROMA
Cavalcata dalle forze di destra, snobbata da quelle di sinistra, pare che l’hit dell’estate sia sempre lei: la sicurezza. Tema di strettissima attualità, non solo ha calcato il palcoscenico dell’intera campagna elettorale, ma si è resa protagonista anche dei primi provvedimenti di governo. ” Il nuovo pacchetto, discusso, dibattuto, criticato, prevede infatti l’introduzione del reato d’immigrazione clandestina, l’istituzione di una banca dati del Dna, la perdita della patria potestà per chi sfrutta i bambini ed il reato di accattonaggio. I clandestini, inoltre, avranno un aumento di pena di un terzo rispetto ad un cittadino regolare, mentre si promettono modifiche anche sulla concessione dello status di rifugiato.
Le proposte per abbattere il colosso della malavita dalle fondamenta non si sono limitate a questo: commissari straordinari per l’emergenza rom a Roma, Napoli e Milano, pattuglie o ronde di volenterosi che vigilino per la sicurezza della collettività. Una sorta di "ciò che è vivo e ciò che è morto" del poliziotto di quartiere, dunque, vecchia fiamma del precedente Governo Berlusconi. All’epoca, questo personaggio a metà strada tra il giustiziere e il giornalaio non si concretizzò. Chissà se cadranno nella stessa sorte anche questi manipoli di generosi cittadini.
Per quanto concerne l’emergenza rom, la problematica ingloba altre prospettive. Si tratta solo di sicurezza? Possiamo non parlare di integrazione? L’argomento è ancora più spinoso. Gli immigrati si autoghettizzano oppure vengono esclusi dalla vita sociale della comunità? Qual è la linea di confine del rispetto reciproco? Roberto Fiore, esponente di rilievo di Forza Nuova, ha dichiarato che l’integrazione risulta possibile solo se con popoli europei, definiti "simili a noi e di religione cristiana". L’Italia può permettersi una chiusura di questo tipo? Secondo Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, invece, non bisogna ricercare in una comunità specifica le origini del male. Non si dovrebbe cedere alla tentazione, peraltro facile, di scegliere un capro espiatorio, di individuare un nemico su cui caricare il peso di tutto ciò che succede e non vorremmo accadesse. I quartieri dovrebbero essere salvati dall’applicazione delle regole, dalla certezza di pena.
Ne sono un esempio i fatti accaduti al Pigneto, storico quartiere romano dove il 25 maggio alcuni negozi gestiti da immigrati sono stati presi d’assalto. Caduta l’ipotesi del raid fascista, il problema rimane un altro. Assodata l’ingiustificazione dell’atto, è evidente però la tensione che serpeggia nelle aree che stanno "cambiando pelle", aree dove la tanto invocata sicurezza stenta a rassicurare i cittadini. Cosa è successo in quest’isola pedonale? Nonostante le denunce e le richieste d’intervento, alcuni di questi locali (internet point e phone center) hanno continuato a vendere alcolici fino a tarda notte, a spacciare droga, ad ospitare risse e schiamazzi: uno spazio che doveva essere dedicato alla vita del quartiere si sta lentamente trasformando in una zona franca dove tutto sembra concesso.
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Questo non aiuta l’integrazione, anzi, contribuisce ad istillare paure e a solcare ancora più profondamente il fossato della diffidenza. Le differenze tra culture diverse esistono e sarebbe sciocco negarle, ma non sono insuperabili e possono divenire un valido strumento di crescita. Bisogna far rispettare le delibere approvate, è necessario che le forze politiche collaborino con quelle di polizia per controllare non gli immigrati, non i clandestini, non gli stranieri, ma chi viola le regole e chiunque non accetti le norme della serena convivenza civile. L’obiettivo è quello di affermare una cultura legale. Parafrasando Zingaretti, oggi si avverte la necessità di "costruire un sistema di relazioni nel quale la legalità venga offerta sulla base di molte politiche".
Ci sentiamo costantemente braccati, minacciati, specie da coloro che sentiamo come diversi. Perché, però, avere paura di un immigrato e non di un mafioso italiano o del giro nostrano di usura che strozza moltissimi commercianti? Perché bisogna prendere come bandiera il concetto vacuo ed indistinto di sicurezza? Non credo si potrà mai raggiungere uno stato di perfetta immunità, sarebbe come aspirare alla felicità assoluta; più utile è impegnarsi a recidere le radici della criminalità, promuovendo delle politiche sociali che abbiano come scopo il prosciugamento di paludi dove ristagna e pullula la criminalità.
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Ogni quartiere, ogni pezzo di qualsiasi città ha la sua zona d’ombra, proprio come ogni persona. La maggioranza delle violenze sulle donne, ad esempio, avviene all’interno dei nuclei familiari. Gli stupri compiuti da extracomunitari, se guardiamo le percentuali, influiscono davvero marginalmente. Dunque, non è accettabile il clamore mediatico che segue questi atti di violenza, amplificandoli ed ingigantendoli, mentre si tace sul substrato molto più pericoloso che agisce quotidianamente. I giornali, le televisioni, le radio hanno il compito di diffondere un’informazione corretta e non strumentalizzata, non volta ad alimentare una sensazione di paura tanto improduttiva quanto ingiustificata.
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Un recente rapporto Istat ha documentato che gli omicidi negli ultimi cinque anni sono diminuiti, mentre è aumentata la percezione del pericolo. Gli esiti contraddittori dell’indagine sottolineano quanto il problema sicurezza, non banale e degno di attenzione, si stia schiacciando su stereotipi e suggestioni poco veritiere. Evitiamo di inserire un tema importante nella categoria delle agitazioni di massa inutili, come fu per l’aviaria: non facciamo anche questa volta i polli.
Caterina Mascolo
18 ” anni, Roma


Tag: Blog
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