3 dicembre 2005 Valori e scelte: intervento alla conferenza programmatica Ds di Firenze

Nicola Zingaretti interviene alla conferenza programmatica dei Ds a Firenze nel corso della sessione dedicata a “valori, culture e libertà: «Milioni di persone sentiranno il nostro come un Paese più giusto e democratico se nei primi sei mesi di governo approveremo leggi sul riconoscimento dei diritti religiosi per tanti movimenti e della cittadinanza per tanti cittadini immigrati».
§Il testo dell’intervento:
Parlando di valori e libertà, Barbara Pollastrini ha sicuramente ragione: «La destra, tra i suoi lasciti più perniciosi ci consegna uno spirito pubblico impoverito. Il calpestio di principi e regole, culture».
E noi siamo qui con l’ambizione di “ricostruire“, ridando senso e dignità, in questa nostra Italia e in questo nuovo secolo, a parole e valori come democrazia, libertà, uguaglianza, giustizia.
E allora, care compagne e cari compagni, muovendo da queste giuste ambizioni, io credo che la politica non può sfuggire alla domanda che il mondo ogni giorno, in ogni luogo ci ripropone spesso in forma drammatica.
Per chi, questi diritti e valori? E queste parole, a chi oggi, nelle società europee e non, suonano attuali e credibili. Chi è ammesso o incluso e coinvolto realmente, nel mondo globale delle nostre metropoli meticcie, in questo messaggio?
Compito oggi della politica, del riformismo, è anche quello di non aver paura della radicalità di questi interrogativi e di capire cosa occorra fare affinché tutto ciò torni a “conquistare” una moltitudine di esseri umani.
Non sono domande retoriche.
L’ultimo kamikaze suicida in una via di Baghdad era una donna di 36 anni. Nata e cresciuta in Belgio, nel cuore dell’Europa.
Le parole dei ragazzi delle periferie francesi comunicavano soprattutto estraneità: «Vogliamo distruggere» – essi dicevano – «qualcosa che non ci appartiene, che ci opprime, ci fa sentire inferiori«.
I terroristi che hanno seminato morte e terrore a Londra erano ragazzi nati e cresciuti nelle strade delle città inglesi.
Si parla molto della vergogna dei cori razzisti negli stadi contro calciatori di colore; ma durano da anni, e poco si riflette su quanto quei cori infami vengano vissuti da milioni di altri ragazzi, come muri che si ergono tra le strade delle nostre città.
Oppure, ieri D’Alema parlava della solitudine di quel giovane operaio, che non ha proprio nel suo orizzonte il diritto alla pensione, e per il quale proprio la parola “diritto” appare un lusso. Oppure, ancora, Paola Concia ci ricordava il dramma, per una coppia omosessuale, dell’estraneità assoluta della sfera dei diritti civili nella loro vita.
Occorre avere coscienza di questa complessità, non averne paura e non eludere il fatto di vivere in un tumultuoso passaggio di civiltà, nel quale è imperativo anche il compito di ridare un senso pieno e una coerenza vera, viva, umana a valori che definiamo storicamente universali e che però a volte e a molti così non appaiono, perché vengono avvertiti come distanti e non propri.
Perché a loro non hanno dato, e loro sono coscienti che se non accade qualcosa, non daranno mai nulla.
Avviene in popoli ai quali la proposizione violenta di modelli provoca rifiuto e odio, e avviene anche nelle nostre società spesso così fintamente libere.
In primo luogo, la democrazia, ovviamente.
Ma allora occorre essere rigorosi, perché di danni, l’occidente, in questi anni, ne ha fatti davvero molti.
Ha ragione Prodi: è importante, per essere credibili, non stancarsi di dire, oggi da qui e domani dal Governo, che la democrazia non si esporta con le bombe, con guerre illegali come l’occidente ha fatto.
Oltretutto, lo ha fatto nel modo più odioso: mentendo sulle motivazioni, le armi di distruzione di massa. Torturando i prigionieri, e usando, l’esercito americano sì, armi illegali.
La destra, che cavalca le paure e la voglia di sicurezza, ma anche noi, non possiamo non porci il problema del danno immenso, della frattura enorme che tutto ciò ha comportato nelle coscienze di una moltitudine di esseri umani, nella percezione che si ha di noi, della democrazia, delle nostre certezze e delle nostre coerenze.
La democrazia: o è inclusiva per le sue ragioni, conquista per quel di più di civiltà umana che è in grado di garantire, o non è. O è lo spazio nel quale la differenza delle identità si sposa con l’uguaglianza delle opportunità ” davvero, oppure semplicemente non è.
L’uguaglianza, dunque.
La sinistra ha avuto il merito, anche in Italia, di rimettere in discussione il valore della tolleranza, perché anch’esso riproduce una gerarchia tra chi tollera e chi è tollerato, affermando invece la cultura del valore della differenza. Ma attenzione, ce lo dicono proprio Londra e Parigi e il processo di costruzione dell’Europa: anche tutto questo, alla politica, non basta più.
Non ci basta più dire: «A ognuno il diritto di rimanere sé stesso».
 ” Anzi, forse proprio questo pensiero è inadeguato, perché finisce per congelare le identità, producendo divisioni, ghetti, esclusioni e disuguaglianze. E perché, come la storia dell’uomo insegna, nel confronto tra diversi chi è più debole, malgrado solenni proclami, spesso non ha accesso reale alla cittadinanza.
Occorre sporcarsi le mani.
Il tema dell’Europa e dei Paesi europei è come fondare una società nuova nella quale le differenze vivono e si manifestano nella loro libertà, ma perché condividono e costruiscono tutte un minimo comune denominatore, che a tutti permette di sentirsi parte di quella comunità e a tutti permette di aver accesso con pari opportunità al bene che la comunità offre.
La parola solidarietà, invece, in un’Europa senza regole ha perso valore per quegli operai europei della Lituania (Paese dell’Unione europea) che a Stoccolma sono stati licenziati perché la loro società “Levai” si è scontrata sui diritti e sui salari con i giusti argomenti degli operai svedesi.
Democrazia, uguaglianza, solidarietà. Quello che voglio dire è che in questo passaggio di civiltà sbaglia chi si illude che tutto ciò possa essere traghettato nel nuovo secolo in virtù di una gloriosa funzione avuta nel passato.
La sfida, il compito del riformismo è cimentarsi, come stiamo facendo, davvero con una pratica che tenda a rendere questi valori attuali perchè inclusivi, pane commestibile oggi e non ieri per miliardi di donne e uomini nel mondo, non dando per scontato nulla.
E io credo che di fronte alle immense masse di individui, di diseredati che si affacciano al palcoscenico del mondo, portando con sé storie, culture, religioni, vite che si mescolano nelle strade delle nostre città, il riformismo della sinistra, se si immerge con umiltà in questa complessità, ha più cose da dire dei deliri della destra.
Perché in questo contesto è fragile la furiosa pretesa neoconservatrice di imporre la democrazia come modello, fondato sulla forza di qualcuno a prescindere dalla coerenza dei comportamenti. Oppure sono fragili gli appelli, le politiche, le teorie che ripropongano società di eguali, tra le quali, una ovviamente è superiore a tutte.
Lo abbiamo visto cosa questo ha prodotto: conflitti e morte.
La destra ha fallito. Perché ha aumentato la paura. E ha aumentato l’insicurezza perché è di questo che si alimenta, in una spirale che rischia di non avere fine.
No. C’è un’altra strada, e abbiamo fatto bene dunque a parlare di valori in una Conferenza per un programma di Governo per il Paese; perché alla politica e al riformismo tocca di trasformare quest’ambizione in concretezza.
La concretezza di una nuova strategia di politica estera.
Perché la storia può cambiare se un grande Paese come l’Italia muterà da subito e radicalmente la sua politica estera, per contribuire a porre fine alla stagione dell’unilateralismo e per impegnarsi al ripristino della legalità internazionale.
La concretezza di un rilancio dell’Europa come grande progetto politico.
Perché c’è un drammatico bisogno di un forte, nuovo protagonista nella battaglia degli equilibri del pianeta. E di una Europa politica che, nella società del benessere che produce malessere sia solo terreno di scambio e scontro, ma unione di vite,di risorse, di regole che trasformino la giungla in giardino.
La concretezza di nuove politiche di cittadinanza.
Perché milioni di persone sentiranno il nostro come un Paese più giusto e democratico se nei primi mesi di governo approveremo leggi, anche sul riconoscimento dei diritti religiosi per tanti movimenti e della cittadinanza per tanti cittadini immigrati.
Fatti concreti per un Paese moderno, come è il titolo di questa sessione. Fatti che mantengono vivi valori e una idea forte della politica che non deve smettere, proprio in presenza di nuove disuguaglianze, della precarietà dell’esistenza umana, e di ridiscussione di assetti del mondo di riequilibrare i rapporti di forza tra chi sta sotto e chi sta sopra, per permettere a tutti di godere delle bellezze del mondo.
Altro che relativismo. Io non vedo nulla di più universale di questo approccio al mondo.


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