5 luglio 2009 Cara Debora, vecchi contro nuovi è uno schema che non serve a nulla

La lettera aperta di Nicola a Debora Serracchiani
Cara Debora, nei giorni scorsi, interrogato da un giornalista a margine di un convegno, ho commentato, con una battuta, una tua osservazione. Il dibattito che ne è scaturito ci ha immediatamente contrapposto in due universi separati, senza comunicazione. Improvvisamente ho visto riproporsi il cancro che ha devastato intere generazioni di dirigenti dei principali partiti del centrosinistra: amico, nemico. Eppure non ci conosciamo e, cosa pi grave, quella contrapposizione non è nostra, ma figlia di un dibattito nel quale rischiamo di essere pedine. Credo allora che sarebbe giusto ribellarsi a questo schema e provare a confrontarsi, ascoltarsi reciprocamente, discutere capire. I congressi dovrebbero servire a questo; ci che sta emergendo in questi primi giorni sono tutti i limiti di regole che temo, ci porteranno lontano da ci che serve all’Italia.
Ma per questo ti scrivo, per non perdere il gusto di mettere le idee in comune, perché non mi rassegno a un declino culturale che tanto critichiamo quando parliamo degli altri. Credo che il problema fondamentale che avremo in questo congresso del Pd sarà quello di rimanere fedeli all’ordine del giorno che abbiamo davanti. Abbiamo fondato questo partito persuasi che solo dall’incontro di esperienze, culture, riformismi diversi potesse nascere una risposta nuova e convincente alla crisi italiana. Chiudere la lunga transizione nella quale ci ha trascinato l’esaurimento delle grandi tradizioni politiche del Novecento, aprire una prospettiva nuova intorno ad un’idea di coesione nazionale, di benessere e di sviluppo che ci consenta di far entrare il nostro Paese a testa alta nelle nuove sfide della competizione europea e globale. A testa alta nel terzo millennio.
Oggi non è così. Oggi, il nostro Paese è immerso in una profonda crisi civile, sociale, produttiva. Una crisi che ha evidenti risvolti pratici materiali nella qualità della vita dei cittadini e altrettanto evidenti ricadute etiche nel campo, sempre pi inaridito, dei valori condivisi, in un tessuto civico che regge con sempre maggiore fatica ai colpi dei particolarismi, degli egoismi, della paura, delle troppe campagne contro che aggrediscono il senso comune. A noi, allora, il compito di dimostrare da che parte stiamo: parte di questa crisi, o capaci di contribuire alla sua soluzione. Il Pd è nato con questa ambizione. E’ nato, cioè, dalla convinzione che divisi non ce la facciamo, ma insieme si può provare a mettere insieme una forza organizzata, una cultura politica, un pensiero e una capacità di governo. E che questa forza e questa capacità possano incardinarsi in una nuova missione nazionale: ricostruire l’Italia. Non solo la sconfitta, ma soprattutto i segni strutturali di arretramento registrati nel voto di giugno ci consegnano ora un problema immenso. Ce lo fanno misurare, al di là di ogni auto illusione. Il problema è che se quella era la nostra ambizione, non ci siamo riusciti, O quanto meno, non ci stiamo riuscendo.
Il voto ci consegna un problema immenso perché dimostra la debolezza della nostra funzione politica, e quindi la debolezza della nostra identità, e, con essa, la fragilità del nostro senso di appartenenza. Oggi, per molti, non per me e penso neanche per te, è pi forte il senso di appartenenza a una corrente che non al partito. o una sensazione chiara, ce lo dice il nostro elettorato. Sull’ elenco dei cinque/sei problemi chiave per il futuro del nostro Paese – dalla sicurezza al lavoro, dal rilancio dell’economia alla qualità della pubblica amministrazione, dall’immigrazione alla povertà – gli italiani pensano che la proposta della destra sia migliore della nostra. O meglio: sia l’unica. La nostra non c’è, e se c’è, non è percepita come credibile, perché non è chiara e perché non è credibile la classe politica che la sostiene. Il con- senso della destra, oggi, appare incrinato da un diffuso clima di sfiducia. Eppure, anche in presenza di un malessere carsico di tante categorie che si interrogano sul domani, non siamo noi gli interlocutori prescelti.
Avanzano i partiti antisistema, si afferma il radicamento della Lega, il voto di protesta premia l’Italia dei valori. Mai come oggi, prima di parlare di alleanze, dovremmo pensare alla nostra alleanza con i cittadini, al patto che dobbiamo tornare a stringere con l’elettorato. Avremmo, dunque, bisogno di un congresso che torni a parlare di questo. E a questo, con molta franchezza, lo schema innovazione/conservazione non mi serve a nulla, non mi dà risposte. Se davvero si affermasse solo questo schema converrai con me che tutti, ma proprio tutti, i protagonisti principali di questo congresso dovrebbero andarsene a casa. Spesso la parola innovazione viene usata proprio perché non si hanno idee nuove: si soddisfano le platee di tifosi ma non cambia in nulla la percezione che si ha di noi. Da parte mia ho detto che manterrò il mio patto con gli elettori: immagino che neanche mi candiderò in una delle liste per l’assemblea nazionale. Per continuare a partecipare alla discussione e alla ricerca.
Da presidente di una Provincia di 4 milioni di abitanti eletto da poco, devi pretendere da me che mi cimenti e aiuti a capire come riconquistare la fiducia delle immense periferie urbane delle metropoli. A te chiedo di aiutarmi a capire cosa è successo al Nord. Quale partito ci serve. Quello che possiamo fare, in fondo, è semplice. E’ più faticoso, ma è semplice: continuare a pensare, sempre; arruolarsi: mai. Perché quando la corsa a mettersi una casacca prevale su tutto il resto, è lì che muore il progetto del Pd.


Tag: Blog
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