3 febbraio 2005 Intervento al III Congresso Nazionale dei Democratici di Sinistra

Intervento di Nicola Zingaretti al III Congresso Nazionale dei Ds
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In questi giorni il Parlamento Europeo, tra mille provvedimenti che hanno l’onore della cronaca, sta discutendo su una direttiva che riguarda la brevettabilità del software.Da questa direttiva dipenderà, in sostanza, se lo strumento nuovo del comunicare, del creare, del pensare, sarà, anche in Europa, sottoposto ad un regime di brevetti analogo a quello in vigore negli Stati Uniti d’America.La politica ne sa poco e non si mobilita. Per ora i mass media ignorano perché non ne hanno capito l’importanza.Ma in realtà, immensi interessi si stanno mobilitando per condizionare questa discussione e le decisioni che verranno prese.Questo dibattito, e le scelte che ne scaturiranno, condizionerà in maniera rilevante lo sviluppo dell’Information Technology nei Paesi membri per i prossimi decenni, influenzerà il mercato, trasformerà nettamente il modo di pensare, inventare, produrre in un settore strategico per il futuro stesso del mondo. Cambierà la vita.Sono partito di qui perché io credo che questo sia solo un ennesimo esempio della dimensione nuova nella quale si trova oggi l’agire politico.Un processo straordinario di costruzione di una nuova stabilità che sta coinvolgendo e investirà sempre più tutti gli aspetti della nostra vita. È bene che sia così. Anzi, occorre accelerare questo processo. Nessun Paese europeo da solo ha, ormai, un futuro di fronte a sé. Ma essere coscienti, questo è il punto, che questo è il livello della decisione e dell’agire, il campo nel quale si gioca la partita, richiede e impone coerenza. Significa, anche, che occorre attrezzarsi per esserci, altrimenti semplicemente non si è. Non si esiste, non si conta e inevitabilmente ci si ridurrà alla nobile ma sterile funzione di testimonianza di valori nobili alti, senza avere la possibilità di farli vincere.Ecco perché noi, insieme ad altri, non solo ci chiamiamo “socialisti europei” ma siamo i socialisti europei nel nostro Paese. Perché la famiglia socialista, cosciente di quanto stava avvenendo all’inizio degli anni ’90, decise di fondare un partito europeo, di dotarsi di uno strumento di coordinamento e iniziativa politica sopranazionale. Affinché nella costruzione di una nuova statualità europea ci fosse, anche, attiva e forte, la nostra politica.Così come, all’indomani del secondo conflitto mondiale, la costruzione degli Stati nazionali fu accompagnata dall’organizzazione della società civile in partiti, sindacati, associazioni, oggi la scommessa è competere e organizzarsi a questo livello.Quel processo è andato avanti. Oggi nel PSE si trovano, si organizzano, lavorano, le principali forze progressiste e riformiste dei 25 Paesi membri. Si tratta di partiti di massa, popolari.Forze di governo diverse tra loro, nelle quali convivono culture, personalità, idee che si confrontano.Sono tutte realtà alternative e antagoniste alle destre europee, alle quali contendono la leadership dei singoli Paesi.Il PSE è dunque il principale luogo di confronto e iniziativa dei riformisti europei; è quello strumento indispensabile per giocare la partita.A questo punto del discorso, di norma, ci dicono o diciamo: forze che anch’esse devono muoversi ed aprirsi al nuovo, alle nuove culture politiche che avanzano. Sono d’accordo, ma attenzione. Nessuna furbizia o rimozione.Io credo che, a parte una necessità tutta nostra di collocarsi nel dibattito nazionale interno, anche questo approccio, o –per dire- questa postilla che dobbiamo aggiungere, rischia di essere provinciale, una ovvietà, e soprattutto ci porta fuori strada.Dire e sostenere che le forze socialiste e progressiste europee non devono fermare la loro ricerca e innovazione politica, aprirsi alle nuove idee e culture, è dire qualcosa di giusto, ma anche ovvio.E dobbiamo sapere che il motivo vero di questo rinnovamento, il suo motore, non saranno certo i nostri richiami ma piuttosto l’esigenza per loro, nel conflitto denso degli scontri nei singoli Paesi, di continuare ad essere grandi forze democratiche che rappresentano baluardi popolari, di difesa di idee e valori progressisti. Ciò che li spinge e li spingerà è, cioè, la semplice ambizione a voler rappresentare milioni di cittadini e vincere.Il tema aperto è un altro, siamo noi italiani. Nel PSE, nell’Internazionale Socialista ancora di più, convivono forze e culture diverse e, a volte, anche radicalmente difformi.Fassino lo ha ricordato molto bene oggi. Diverse, ma che hanno scelto di stare insieme, perché insieme si ha una speranza, una possibilità di cambiare il mondo, mentre da soli non si è nulla.Siamo noi che abbiamo un problema. Noi abbiamo la colpa, perché di colpa si tratta, di non essere riusciti ad offrire, all’inizio del nuovo secolo, alla democrazia italiana ma anche al mondo e all’Europa che ci guarda in apprensione, quel forte e unitario soggetto delle forze riformiste presente in tutte le democrazie avanzate del mondo. Presi, come siamo, certo dalle nostre ragioni, ma anche –perché non ammetterlo- dalle nostre rendite, dai nostri egoismi.Quando dico che noi abbiamo colpe e responsabilità non mi riferisco solo e principalmente ai DS. Ma a noi, campo di forze progressiste, organizzati in soggetti politici che certo si sono rinnovati, che certo trovano le loro ragioni nell’Italia di oggi, ma i cui motivi di divisione, alla fine e inevitabilmente, trovano una ragione più in una appartenenza a una storia del ‘900, che non sulla condivisione o meno di sfide per il futuro. Ciò che in Europa è unito, in Italia è diviso.Ecco l’importanza del processo politico della Federazione e del soggetto riformista. Ecco perché, nel rispetto di idee diverse, dobbiamo insistere. Dal 1989 ad oggi la nostra linea è unire i riformisti.È così perché in quella scelta era presente l’intenzione di risolvere una anomalia nostra, tutta italiana; a differenza di tutti gli altri Paesi europei, da noi la presenza del PCI, in un mondo diviso in blocchi, offrì all’Italia una grande forza riformista, il PCI, ma impedì ai tanti filoni del riformismo italiano di organizzarsi e vivere insieme. Questa condizione non c’è più.Cosa impedisce questa ricerca e sfida unitaria? Il mondo? No, è vero il contrario. L’Italia? La condizione italiana? È vero l’opposto: è proprio il drammatico stato di salute della democrazia italiana che impone una ricerca nuova e unitaria.Attenzione: a guardare bene gli avvenimenti di questi mesi, quello che colpisce è la presenza di due distinti fattori.Il primo fattore, certo, è il disastro economico, sociale, politico e culturale a cui la destra ha ridotto il nostro Paese. L’arretramento dell’Italia da, praticamente, tutti gli standard competitivi ai quali siamo sottoposto. Ma l’altro fattore è che in un sistema maggioritario, a crisi politica e di consenso non corrisponde crisi parlamentare. Interruzione di una prova di governo. Ciò significa che a ogni crisi corrisponde, sempre e comunque, una reazione. Può essere inefficace o pasticciata, o –ancora- pericolosa, ma c’è e cambia lo scenario politico. Il tema, dunque, anche qui, siamo noi, non i fallimenti della destra.Per questo, anche guardando alle vicende italiane, se c’è un obiettivo, una missione di questo congresso, io penso sia quella di rilanciare una proposta che abbia l’ambizione e la credibilità di sbloccare il sistema politico che oggi è bloccato.Dare forza a una proposta politica che abbia l’ambizione di conquistare il 51% dei voti degli italiani.Obiettivo ambizioso, da fare paura, ma criminale sarebbe rimuovere questo nodo.Per questo, una leadership credibile per il governo, una coalizione larga, la più ampia e plurale possibile, ma dentro a dargli stabilità, forza, credibilità, un baricentro unito, forte, autorevole.Ma allora occorre uscire dalle secche e dalle polemiche di questi mesi, cha hanno in parte danneggiato il processo unitario.È ora di un salto di qualità, che significa dare a questo processo volti e idee nuove, radicamento sociale, edificazione di una nuova cultura politica che parli al Paese.Un processo unitario che o vedrà protagonista una nuova generazione o nuovo non sarà.Se il nodo è dare speranza e fiducia a un Paese ferito e umiliato, ridisegnare i contorni di una moderna società europea, battersi per una Europa e una società dell’eccellenza che faccia del sapere, della cultura, ma anche del welfare, i suoi fattori di competitività e modernità.Allora una nuova generazione deve sapere che sarà obbligata a sporcarsi le mani con questa sfida, che si farà classe dirigente solo se saprà contribuire in maniera originale e autonoma a questa ricerca.E, al contempo, la classe dirigente del Centrosinistra deve capire che, senza energie nuove che impongano sulla scena, la nostra ricerca sarà più debole, inefficace e superficiale, perché, per la sua autoreferenzialità, si priverà di una risorsa fondamentale.Oggi l’Italia conosce una nuova, drammatica, giovane emigrazione intellettuale di massa.Le intelligenze se ne vanno.Se ne vanno da un Paese bloccato, chiuso, che dà poche speranze. Se ne vanno e contribuiscono alla crescita, alla ricchezza e alla prosperità di altri Paesi.Proviamo, insieme, a parlare proprio a loro. Creiamo per loro una proposta nuova per l’Italia. Ecco la sfida della Federazione.Anche per questo l’Italia deve ricominciare, perché non bastano più gli appelli. Occorre cambiare.Oggi, dopo tre anni, possiamo dirlo con più fiducia.E, finita l’illusione, si ricomincerà anche con loro.Testo completo dell’intervento di Nicola Zingaretti (PDF) >>


Tag: Blog
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