8 aprile 2010 Il nemico del Pd è l’astensionismo

L’intervento di Nicola su ‘Il Riformista’ – 8 aprile 2010 ”
Fuori da ogni retorica sulla partecipazione al voto, il crescente astensionismo è il fenomeno al quale dobbiamo guardare, dopo le ultime elezioni per tornare a vincere. Dobbiamo farlo per noi, perché negli ultimi 15 anni, il distacco dei cittadini dalle urne si accompagna a una progressiva, enorme, contrazione, del campo politico del centrosinistra. Milioni di voti dispersi: almeno 3 dal 2005 a oggi, a fronte di una riduzione contenuta dei voti della destra. Da più di 10 anni il problema maggiore che abbiamo è l’allontanamento dalla contesa elettorale di fasce sempre maggiori di elettorato. La destra cala, ma vince. Motiva una parte, noi con più difficoltà. Questo allontanamento ha due motivi: uno politico, l’altro sociale e forse ripartendo da qui potremo ricominciare.
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Il motivo politico è triste: malgrado tutti gli sforzi, da dieci anni il quesito di ogni competizione elettorale è sempre lo stesso: pro o contro Berlusconi. E qui sta la sua capacità di incarnarsi in un sistema di valori, trasformarsi in idolo, fame l’identità che tiene insieme i capifazione e copre il caos del Pdl. Cambiare schema? Molti leader del centrosinistra ci hanno provato ma quando si prova a prescinderne, lui si infila con le provocazioni e ci risiamo. Questo copione butta fuori dalla scena politica un numero sempre maggiore di persone. Hanno altri problemi, non gliene importa nulla. Si girano da un’altra parte. Se lo scontro diventa questo, pro o contro, tendenzialmente chi si appassiona alla battaglia preferisce lui. Ma c’è un cambiamento in atto. Da molto tempo la strategia che anima le invenzioni politiche di Berlusconi non è più espansiva. I canti, i giuramenti, i cortei guidati dai ministri, tutta la ritualità del Popolo della libertà servono a dare motivazioni e identità a un popolo di parte, un po’ come a un villaggio turistico o a un convegno di formazione aziendale. E’ una strategia che serve a consolidare un blocco di maggioranza relativa e un’omologazione del dibattito pubblico e che, nel progressivo logoramento dell’opposizione, permette a Berlusconi di governare il Paese con un margine di sicurezza sempre più ampio. Se nello stesso giorno un candidato sindaco, o presidente di Provincia o di Regione del centrosinistra riesce a suonare su un’altra sintonia, vince, spostando anche migliaia di voti.
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L’altro motivo è sociale. Sempre più elettori escono dal gioco politico perché sono emarginati dalla società e non trovano risposte credibili in nessuno. Il fenomeno è enorme e richiederà uno sforzo adeguato. L’Ocse da tempo ripete che l’Italia è uno dei Paesi nei quali è più cresciuta la disuguaglianza sociale. Sui 30 Paesi Ocse solo 5 hanno una struttura sociale più squilibrata della nostra: Messico, Turchia, Portogallo, Usa e Polonia. Fino agli anni 90 non era così. Aggiungiamo che l’Italia è uno dei Paesi a minore mobilità sociale, e quindi strutturalmente nega un sogno, una speranza di riscatto a molti, e capiremo perché tanti cittadini perdono interesse nel gioco sociale, cresce l’inquietudine e la ricerca di risposte individuali. Trionfa l’arrangiarsi quotidiano. I più penalizzati sono i giovani e le generazioni di mezzo che già sanno di non poter godere di tante tutele conosciute dai loro padri ma nelle quali loro non sono contemplati: un ragazzo che studia per trovare un lavoro, una giovane coppia che vuole sposarsi e fare un figlio, un figlio che deve prendersi cura dei genitori anziani, un piccolo imprenditore che vuole veder crescere la propria azienda, una donna che vuole farsi una carriera… A questo popolo non parla nessuno o parla la destra con un messaggio sbagliato di arroccamento su sé stessi.
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Questa è la radice della crisi. Un modello di sviluppo si è esaurito non solo perché non fa più crescere il Pil, ma perché non riesce ad offrire opportunità e a garantire tutele agli individui. Li lascia soli. Quel modello di sviluppo non tornerà, ma se ne potrebbe costruire uno migliore. Questo deve essere il nostro messaggio, dire la verità e non avere nostalgie per il passato, ma ricostruire una speranza. Un modello che favorisca l’acquisizione delle competenze e lo sviluppo delle conoscenze. L’opposto di quanto è stato fatto. E un nuovo modello di sviluppo che non può prescindere dal rilanciare l’idea di protezione, un nuovo welfare, più giusto e più , senza il quale crolla la qualità della vita e l’incertezza induce a cercare derive securitarie e scappatoie xenofobe, individuando nel diverso l’intruso, un nemico da combattere. Il Pd deve ripartire da qui, da questa missione ricostruendo un’agenda democratica che abbia come punti cardinali una battaglia per l’uguaglianza, l’allargamento della cittadinanza, la meritocrazia, la partecipazione civica. Un’agenda, dunque, per creare lavoro, combattere l’ansia del precariato, migliorare il lavoro di chi ce l’ha, cogliere le opportunità di innovazione che oggi attraversano il mondo.
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Un’agenda per far funzionare lo Stato, rinnovare la pubblica amministrazione dopo il fallimento di tante campagne demagogiche, offrire a ogni cittadino la possibilità di confrontarsi con una mano pubblica onesta, trasparente e capace, mettendo da parte poteri speciali, favori, consorterie e mazzette. Un’agenda, infine, per innalzare la qualità dei servizi in un Paese che oggi è penalizzato da standard medioevali che offendono persone e imprese.
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Sono questi i contenuti sui quali scegliere i compagni di viaggio. Personalità, partiti, forze organizzate che si incontrano in una missione comune, costruendo una rete politica riconoscibile. C’è una grande mobilità dell’elettorato. Ci sono grandi spazi liberi. Dobbiamo far crescere questa idea di Italia insieme all’Italia che vuole avere idee, proporle e battersi per esse. A tutti i costi. Una bella idea, anche la più bella, non è credibile solo se illustrata in un talk show. Deve essere coltivata, piantare radici, diventare patrimonio comune e speranza nella continuità dell’agire politico. Deve essere accompagnata da un movimento, da un arricchimento collettivo, da un’organizzazione sul territorio. Deve cessare di essere tecnica e diventare passione. Solo cosi si restituisce senso e identità a un collettivo, a un partito, plurale ma uno. Solo cosi si rida speranza a un Paese che ha capito che così non si va da nessuna parte, ma non sa a chi affidarsi e cerca rifugio nell’io.


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