12 aprile 2010 Nicola a Mauthausen: “Ringrazierò sempre i sopravvissuti”

"E’ difficile comprendere in questi luoghi l’esperienza umana che poteva essere vissuta in quel contesto storico. È un grande dolore e mi permetto di dire, non finendo di ringraziarli mai abbastanza, che forse è anche poco giusto che oggi noi siamo costretti a chiedere a questi uomini e donne di ritornare qui dopo tutto quello che hanno affrontato. Ma ci tornano perché avvertono l’importanza di non spegnere la memoria. Per questo oggi sono felice, perché ci sono quasi trecento ragazzi e ragazze, e si sta facendo qualcosa di utile affinché la memoria non finisca, e perché lo sforzo di persone come Remo Comanducci non sia vano".
Lo ha detto Nicola, dopo aver deposto una corona di fiori al sacrario delle vittime italiane nel lager nazista di Mauthausen,
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"Non vorrei mai – ha aggiunto Nicola – che un ragazzo, entrando oggi a Mauthausen, provasse le stesse emozioni di quando studia e apprende la storia di come è morto Giulio Cesare. Entrare in questi luoghi non può non portare con sé anche quella carica di valori e tensione morale che è giusto che ci sia. Perché quanto è avvenuto qui è frutto dell’ uomo e non di marziani o mostri".
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I morti accertati (di fame, di stenti, uccisi dalle Ss e dai kapo, e da ultimo anche eliminati in una camera a gas) furono oltre 120.000. Gli italiani deportati di cui si conosce il nome sono circa 8.000. Da Roma ne arrivarono 247, portate qui dal carcere di Regina Coeli perché oppositori politici per trovare la morte in 200. La sede fu scelta per la sua vicinanza con una cava di granito e il lager fu poi classificato di "classe 3", come campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro, divenendo uno dei più terribili tra quelli nazisti e una fonte di reddito per il regime con un guadagno, nel 1942, pari a 15 milioni di marchi. Con una rete di una sessantina di sotto-campi sparsi per tutto il territorio austriaco (quelli di Gusen e di Ebensee furono i principali), Mauthausen arrivò a contare anche 120.000 prigionieri contemporaneamente tra spagnoli (i primi ad arrivare), polacchi, russi e italiani. Fu l’ultimo grande lager a essere liberato, con la Terza armata Usa che arrivò nel campo il 5 maggio del 1945.
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Il viaggio della memoria ha fatto poi tappa al castello di Harteim, nei pressi di Linz, trasformato dai nazisti in una sorta di ‘scuola’ di sterminio. Qui infatti fu ‘formato’ il personale, che poi fu mandato nei diversi campi. Ma non solo: il castello era originariamente un luogo di ricovero per i bambini malati di mente, curati da un gruppo di suore. Nel 1940, però, i nazisti mandarono via le suore e la struttura fu usata per l’ operazione ‘Eutanasia’ per lo sterminio sistematico di portatori di malattie mentali e di altri handicap.
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A spiegarlo ai 240 ragazzi delle scuole romane in visita, portati è stato il direttore scientifico della Fondazione museo della Shoah, Marcello Pezzetti: "Questo castello appartiene a un altro settore della politica nazista, alla cosiddetta operazione ‘Eutanasia’, che non aveva nulla a che vedere con l’organizzazione dei campi. Questi furono iniziati nel ’33 e negli stessi anni in Germania partì la campagna di propaganda della bonifica della società dal punto di vista eugenetico. Una specie di pulizia biologica della società tedesca che alla fine prevedeva l’eliminazione delle persone.
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L’operazione ‘Eutanasia’ conobbe ad Harteim una delle sue più terribili forme e fu interrotta poi nel ’41 per opposizione della Chiesa tedesca: ma da qui vengono i maggiori responsabili della costruzione dei luoghi della messa a morte attraverso il gas. Quando l’operazione viene sospesa – ha aggiunto Marcello Pezzetti – nel ’41, alcune persone, soprattutto medici, furono inviate nei campi per effettuare l’eutanasia lì".
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Il castello, terminata questa fase, divenne una struttura per la messa a morte degli oppositori politici, più di 8.000 in tutto, mentre i disabili uccisi tra il ’40 e il ’41 furono 18.269.


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