21 maggio 2010 Università, non basta dire no. Tre idee per il Pd: rinneghi il mito del (falso) egualitarismo

E’ importante che il Partito democratico abbia scelto di dedicare la prima conferenza del suo Progetto per l’Italia all’università e alla ricerca. Tutti siamo convinti che sia un tema centrale per restituire merito, competitività e opportunità al nostro Paese. Misuriamo qui la capacità della politica di mettere in campo un’idea adeguata di cambiamento. La destra non lo fa: evoca la necessità di un intervento, cavalca l’insoddisfazione con le campagne della Gelmini, ma poi costruisce una risposta che è solamente distruttiva: meno risorse, meno strumenti, la distruzione del sistema. ”
Fra la pura difesa dell’esistente e il suo smantellamento sistematico si apre uno spazio di innovazione. Proviamo a coglierlo per aprire un confronto politico sulle idee, senza reticenze e senza tabù, mettendo in gioco i limiti delle nostre scelte passate e accettando i rischi di un vero riformismo. L’università pubblica italiana è un buon esempio per capire perché oggi in Italia cresce la disuguaglianza e scompare la mobilità sociale. E’ un’università che spende male, funziona male, non aiuta i giovani ad emergere. E’ chiaro: parliamo per generalizzazioni. Esistono docenti bravissimi, strutture di eccellenza, servizi efficienti, esempi di cui dobbiamo essere orgogliosi. Ma è la media che conta. E nella media l’università italiana cosa offre? Tasse basse e servizi scadenti. Non è un buon affare. Oggi in Italia ci vuole troppo tempo per laurearsi: in media 7 anni. Il 50 per cento degli studenti è fuori corso, il 20 per cento non mai superato un esame. Il rapporto fra l’università e il mondo del lavoro è fallimentare. Il tasso di disoccupazione fra i giovani laureati è il doppio del resto d’Europa, il triplo della Germania, dieci volte quello del Regno Unito.
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Tutto questo fa dell’Italia un Paese più ingiusto e più insicuro. Più ingiusto, perché se un giovane non trova nell’istruzione un meccanismo di crescita, il principale motore della mobilità sociale è fermo. Quando quasi tutto è livellato verso il basso, chi ha più chance? Il figlio di, l’amico di, chi sa dove chiedere. E più insicuro, perché un mediocre tasso di istruzione della forza lavoro significa una più bassa specializzazione produttiva (meno innovazione, meno ricerca, incapacità di aggredire i nuovi settori emergenti), e ci costringe, nella competizione globale del terzo millennio, a gareggiare al ribasso con Paesi che hanno costi incomparabilmente inferiori ai nostri. E allora ecco che avanza la paura della globalizzazione.
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In tutti questi anni siamo stati capaci di offrire una risposta a queste distorsioni? No. E qui sta la necessità di ripensare al nostro fallimento, perché la difesa di un falso egualitarismo e la subalternità alle rendite di posizione hanno prodotto un falso riformismo e colossali errori. Si è voluto dare spazio all’autonomia degli atenei, ma senza responsabilità finanziaria e criteri di valutazione obiettivi è diventato solo un modo per spendere in mille rivoli fuori da ogni parametro di controllo. Stesso discorso per i concorsi su base locale: un disastro, così come il precedente sistema nazionale. Docenti che si autopromuovono. Una scia di ricercatori cinquantenni tappabuchi nell’insegnamento per facoltà disorganizzate: un posto fisso in cambio di uno stipendio da miseria. La politica, invece di guardare questi problemi, ha colpevolmente, demagogicamente, difeso il fallimento dell’università italiana. Lo ha fatto con la cultura della destra, che lascia intatti i privilegi e conta solo i tagli. Ma lo ha fatto, in modo diverso, anche con la cultura della sinistra, troppo chiusa nella protezione dell’Italia di ieri, quasi a non rendersi conto che il Sessantotto ha sì prodotto l’università di massa ma quarant’anni di presunta uguaglianza non hanno saputo produrre un’università di qualità.
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In base alle classifiche internazionali, oggi il miglior ateneo italiano si colloca al 136° posto nel mondo. C’è da vergognarsi per un Paese che ha dato alla luce le prime università della storia moderna. Per questo, una vera riforma non può accontentarsi di mantenere l’esistente. Deve affrontare, e dove necessario tagliare, i nodi irrisolti del sistema.
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Vedo, allora, tre temi, fondamentali, che sono anche tre nodi di cultura politica. Il primo è affrontare il tabù del falso egualitarismo. Dobbiamo avere il coraggio di dire che far pagare tasse universitarie uguali per tutti non è né utile né giusto. Che una graduale liberalizzazione delle tasse può portare a un sistema più libero e più progressivo, fondato sul reddito e sul merito, attraverso un potente meccanismo di incentivi quali le borse di studio o il prestito d’onore che lo Stato può concedere a uno studente chiedendo che gli sia restituito negli anni dalla ricchezza che quello studente ha ottenuto grazie ai suoi studi. Ma per far sì che studenti e famiglie abbiano fiducia che le loro tasse universitarie siano ben spese, la strada è una sola: la qualità, soldi in cambio di servizi migliori. Per questo, ed è il secondo punto, occorre, innanzitutto, introdurre una vera cultura della valutazione. Certa, continua e verificabile. Per gli atenei e per i singoli docenti. Dobbiamo sostenere lo start up delle università più penalizzate per aggredire la disparità sociali del Paese, che concentra poche sacche di eccellenza nel Centro-Nord e vede il Sud scivolare a livelli sempre più bassi. Ma dobbiamo poter punire quegli atenei che spendono male e in modo clientelare. Dobbiamo incoraggiare in ogni modo la ricerca, anche premiando chi riesce a intercettare finanziamenti privati per potenziare gli strumenti a disposizione dei propri ricercatori senza limitarne la libertà. E dobbiamo saper valutare la serietà degli insegnamenti. Come far avanzare i migliori. Offrire spazi agli atenei per selezionare i docenti migliori in modo diretto e trasparente, e non temere di introdurre criteri di valutazione reali che premino chi lavora bene e puniscano chi lavora male. Infine, dobbiamo saper aggredire le resistenze dei corporativismi, sostenendo una forte battaglia contro il neo-centralismo della riforma Gelmini in nome di un’autonomia responsabile. Per farlo occorre anche rivoluzionare la governance, con una netta separazione tra un Senato accademico rappresentativo delle forze interne all’università (studenti e docenti) e un Consiglio di amministrazione aperto a forze esterne, rappresentativo di quella società che ha interesse che il nostro sistema universitario funzioni.
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Privatizzazione? No, trasparenza. A meno che qualcuno sostenga che il sistema attuale sia impermeabile a pressioni e interessi. Mettiamo da parte gli ideologismi. La destra sta fallendo, perché la nostra università ha bisogno di più risorse: quelle risorse che vengono riconosciute nel resto d’Europa, come misura di sviluppo, e solo da noi vengono tagliate come un costo inutile. Ma proprio perché la destra sta fallendo, noi, per essere credibili, dobbiamo dire: più risorse sì, ma per un’università migliore. Dobbiamo fare le nostre scelte coinvolgendo studenti e docenti, ma senza avere paura del consenso, perché è il consenso di domani che misurerà la qualità e la coerenza delle nostre proposte, e questa è la lezione più banale di ogni vero riformismo.


Tag: Blog
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