9 luglio 2010 Questo Pd vive ancora nel passato. Le proposte di Nicola

L’intervista di Nicola a L’Espresso – 9 luglio 2010
Non dobbiamo morire conservatori… Nicola Zingaretti lancia il grido d’allarme: «Nel Pd c’è troppa difesa dell’esistente. Dobbiamo smettere di contrapporre alla destra l’odore della nostalgia». ”
Il presidente della Provincia di Roma prova a rispondere alla domanda del momento: perché il Pdl fallisce e il Pd va gi nei sondaggi?
«Per anni siamo rimasti inchiodati a uno schema: a destra il nuovo, a sinistra la conservazione. Ora con la crisi del Pdl si apre una finestra magica. Ma il rischio è che ancora una volta la nostra risposta sia la restaurazione. E invece dovremmo utilizzare i 150 anni dell’unità d’Italia per dirlo con forza: questo Stato non piace neanche a noi. Vogliamo un’altra Italia per chi merita e per chi ha bisogno».
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Come giudica la crisi del Pdl?
«Fini ha alzato la posta perché si è vicini al punto di rottura del compromesso con la Lega, al giro di boa del federalismo. Per questo Fini torna a parlare di patria e di legalità. Ma attenzione, non lo fa per noi, lo fa per sé. Il suo obiettivo strategico è guidare una destra migliore, costituzionale, ma alternativa al Pd»».
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A destra almeno si dividono su intercettazioni e Finanziaria. Voi del Pd nell’ultimo mese avete discusso di massoni e di cos’è la socialdemocrazia in Europa oggi. Eccitante…
«Resto basito di fronte all’enormità dei problemi che saremmo chiamati ad affrontare e questo spaventoso deficit di cultura politica. Riemergono aree, correnti, una reazione che privilegia l’identità di parte e addirittura le appartenenze che precedevano la nascita del Pd. C’è il rischio di un Truman Show dove c’è chi fa la destra e chi fa la sinistra, chi il laico e chi il cattolico. Il Pd è nato per affrontare la navigazione in mare aperto. in Europa, per esempio, dovremmo batterci per una grande questione democratica, l’elezione diretta del presidente della Commissione europea. E invece a livello nazionale c’è la ricerca di un patto tra eguali che a livello locale si trasforma in una guerra per bande. Ma se è così non aveva senso fare il Pd: bastava tenersi quello che c’era prima, che era più ordinato».
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Oddio, anche lei rimpiange i bei tempi che furono, quando c’erano i Ds e la Margherita?
«Nessun rimpianto, al contrario. Non serve un Pd che discute solo di primarie, leadership, Bersani, Vendola perché non sa parlare d’altro. Abbiamo di fronte un tema enorme, l’anniversario dell’unità nazionale. Dopo 150 anni lo Stato italiano è odiato, è percepito da molti cittadini come vecchio e oppressivo. Non è sempre stato così: durante la prima Repubblica lo Stato era rispettato perché Fanfani e Moro, con personaggi come Di Vittorio, facevano la riforma agraria, la scuola media obbligatoria, lo Statuto dei lavoratori. Allargavano i diritti di cittadinanza a chi non ne aveva. E divenivano leader e statisti. È da un quarto di secolo che non avviene più».
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Il Pdl non sembra neppure porsi il problema.
«Nel centrodestra c’è chi aspira a farlo: la Lega. Sul piano concreto non porta a casa nulla, ma la Lega vince perché con la Padania offre quel senso di cittadinanza che lo Stato non riesce pi a dare. Usa l’odio verso lo Stato per distruggere la nazione»».
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E voi del Pd?
«Noi dovremmo fare esattamente il contrario: rifondare lo Stato per salvare la nazione. Invece di difendere tutto per istinto dovremmo guidare la svolta. Parlare agli italiani che vogliono un altro Paese. Discutere delle disuguaglianze che sono cresciute, di quei quarantenni che non hanno mai visto un contratto e sono privi di welfare. Vorrei che l’identità del Pd fosse questa, se abbiamo qualcosa da dire. Questo è il cemento di un nuovo centrosinistra».
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Lei lo ha visto finora?
«C’è una difficoltà a comprendere che serve una nuova elaborazione culturale. Il nostro futuro dipende dalla capacità di intercettare un’ansia di innovazione che la destra ha saputo interpretare ma non è riuscita a trasformare in azione di governo. Obama non ha vinto con le idee di Clinton ma perché ha proposto una storia nuova. Noi del Pd dobbiamo smettere di contrapporre alla destra l’odore della nostalgia».
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Si riferisce al boato che ha accolto il saluto dell’attore Fabrizio Gifuni, «compagni e compagne» alla manifestazione del Pd? Nostalgia canaglia, del Pci.
«Della storia del Pci, della Dc e dei partiti della prima Repubblica salvo le grandi battaglie per costruire i diritti di cittadinanza. C’era una gran voglia di includere, i lavoratori, le donne, i giovani. Il centrosinistra oggi dovrebbe affrontare la stessa sfida nelle nuove condizioni».
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Ma chiamarsi compagni è da conservatori?
«Assolutamente no, come non lo è chiamarsi amici. Semmai è da conservatori discutere per settimane sulle parole di un artista che ha il diritto di dire quello che vuole»».
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Lei avrebbe salutato così?
«lo in quelle parole mi sono sempre sentito a mio agio. Ma so che non tutti ci si ritrovano nel Pd. Bisogna andare avanti».
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Qual è la madre di tutte le riforme?
«Il meccanismo di selezione del Parlamento. Prendiamo il caso Brancher o il caso Dell’Utri: possibile che dopo eventi del genere nelle aule parlamentari non sia successo nulla? Sì, possibile, perché le liste bloccate hanno reso ininfluenti i parlamentari, nonostante la dura opposizione dei gruppi Pd di Camera e Senato. C’è un black out democratico. Berlusconi considera i propri deputati come dei dipendenti. Il Parlamento e le reti televisive sono diventati i luoghi della normalizzazione, in cui in conflitti vengono addormentati, rimossi. Mentre il governo Berlusconi e Tremonti massacrano con i tagli le istituzioni elette dal popolo: le regioni, i sindaci, i presidenti di provincia. Berlusconi non è stato eletto direttamente dal popolo, io sì».
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 ” «Non è vero che il Paese vuole innovazione. Vuole rassicurazione e conservazione»: lo dice il segretario del Pd. Bersani è un conservatore?
«Bersani sta facendo un lavoro enorme per rimettere al centro dell’azione del Pd il bene comune: la scommessa che una collettività funziona non perché viene in tasca qualcosa a me, ma perché siamo soddisfatti tutti. Ed è giusto parlare a quella parte di Italia che non sogna l’assalto al Palazzo di inverno, ma semplicemente desidera arrivare alla fine del mese. La destra impone una manovra classista, impone i balzelli ai pendolari, neanche una parola sui precari che hanno cinquant’anni. Di fronte a tutto questo è necessario rassicurare. L’importante è non fare solo quello. Non dimenticare l’obiettivo strategico: rifondare l’Italia senza le ricette del passato».
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E Vendola? È un innovatore o un conservatore?
«Nichi è un innovatore nel coraggio di narrare la verità sulla condizione del Paese. Sulle sue soluzioni non sempre sono d’accordo, c’è un bel confronto da fare. o fatto un incontro affollatissimo con lui a Roma e subito sono partite le dietrologie sui ticket, ma non è questo il punto. Non c’è dubbio che Vendola porti nel centrosinistra un pezzo d’Italia fondamentale. Così come considero Matteo Renzi una grande risorsa del Pd. Dopo qualche incomprensione ci siamo incontrati e abbiamo parlato. E ora abbiamo ottimi rapporti».
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In attesa di fare gli italiani non si potrebbero almeno rifare i capi del Pd, gli eguali ?
«Chi ha più filo tessa. La classe dirigente sarà nuova se saprà indicare una via d’uscita. E se la competizione sarà su questo la sfida diventerà affascinante. Se non è così, se abbiamo scherzato è stato inutile fare il Pd. Ma io credo che non sia così».


Tag: Blog
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