11 aprile 2012 Primo Levi, 25 anni dopo Sono passati 25 anni dalla morte di Primo Levi. Con i suoi romanzi ha dato voce a tutti i sopravvissuti alla Shoah che non osavano raccontare, anche perché temevano di non essere creduti. La Provincia di Roma ha dedicato al grande scrittore il Viaggio della Memoria 2012: più di 500 ragazze e ragazzi delle scuole hanno visitato i campi nazisti di Auschwitz e Birkenau per portare avanti l’impegno e la sfida della Memoria, perché l’orrore non si ripeta mai più. In questo articolo pubblicato su ‘La Stampa’, Umberto Gentiloni, coordinatore del progetto ‘Storia e Memoria’ della Provincia di Roma ricorda Primo Levi e l’attualità del suo messaggio

di Umberto Gentiloni | La Stampa, 11 aprile 2012

Venticinque anni ci separano dall’11 aprile 1987, quando con un gesto estremo Primo Levi si tolse la vita nella sua abitazione torinese. Il tempo non ha sbiadito il ricordo di quella giornata né cancellato gli interrogativi su un epilogo così drammatico.

Un peso talvolta insopportabile ha accompagnato le vite dei sopravvissuti, di chi era tornato dal sistema concentrazionario nazista. Molti hanno raccontato le principali ossessioni, i tormenti del dopo, la condizione di «salvati» spesso incomunicabile e indicibile.

Temevano di non essere creduti e, quando le prime parole a fatica uscivano dalle loro bocche, i gesti di chi li circondava non incoraggiavano; venivano derisi, presi per matti, considerati come usciti di senno, segnati dalla durezza della guerra. Non creduti, non capiti, si sono lasciati tutto dentro per anni, per decenni nel buio della coscienza. Alcuni hanno evitato di raccontare alle proprie mogli, i figli ne sono venuti a conoscenza solo alcuni decenni più avanti nelle forme di una scoperta dolorosa difficile da metabolizzare.

Primo Levi era presente a tutti, con le sue parole, le sue riflessioni, i suoi scritti. Lo ha ricordato di recente Piero Terracina – ebreo romano, arrestato il 7 aprile 1944 e liberato ad Auschwitz il 27 gennaio dell’anno successivo – nel corso di un viaggio della memoria promosso dalla Provincia di Roma, che ha portato oltre 500 studenti tra Cracovia e i campi di Auschwitz e Birkenau una settimana fa.

Una studentessa ha chiesto quando e perché avesse cominciato a raccontare della sua vita. Terracina ha risposto con coraggio dicendo che Primo Levi li aveva rappresentati tutti, era una voce nella quale chi poteva riusciva a riconoscersi; con la sua improvvisa scomparsa si sono nuovamente sentiti soli, in un clima difficile e talvolta ostile. E così le parole hanno trovato le forme per comunicare, con sofferenza e ostinazione.

Con il passare degli anni il racconto è diventato corale, Primo Levi ha tracciato un sentiero arricchito progressivamente di voci e dettagli. Alla paura di non essere compresi si accompagna il peso di un senso di colpa inestirpabile, quella domanda – prosegue Sami Modiano, catturato a Rodi nel 1944 e condotto a Birkenau all’età di tredici anni – su come è stato possibile uscire da quell’inferno, sul perché proprio noi e non altri, quasi che tornare vivi fosse una macchia perenne sul cammino di una ritrovata esistenza.

Ognuno di loro ha cercato risposte, continua a farlo nel dialogo con chi allora non c’era e nella trasmissione di memorie che aiutano la preziosa tessitura della storia di vicende individuali e collettive. Un filo che non si è interrotto, nelle diversità di biografie e situazioni ha consentito passi avanti nella conoscenza consapevole.

Ancora il ruolo di Primo Levi nella sua funzione di voce che si oppone al carattere universale dell’omissione, alla cancellazione di luoghi, comportamenti, responsabilità soprattutto nel suo indagare sull’uomo vittima e potenziale carnefice. Anche lui inizialmente inascoltato, quando Se questo è un uomo non trova (nel 1946) un’adeguata collocazione editoriale: ci vorrà tempo per trovare i giusti canali e le coscienze pronte ad accoglierlo e valorizzarlo.

Levi continuerà a scrivere i suoi libri, gli articoli per La Stampa (dal 1960) attingendo alla sua esperienza di scienziato alla sua poliedrica cultura. In un dialogo del 1984 affermò: «Da quando ebbi l’impressione di aver esaurito i serbatoi ho ripreso a lavorare a una raccolta di saggi sul Lager “rivisitato” dopo 40 anni». Sarebbe uscita nel 1986, con il titolo I sommersi e i salvati, a pochi mesi dalla fine.

Umberto Gentiloni insegna Storia contemporanea alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Teramo e coordina il progetto ‘Storia e Memoria’ della Provincia di Roma.


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