3 settembre 2010 Quattro idee per i giovani. Mettiamoci alla ricerca del popolo Ciò che più conta in questo periodo è un radicamento popolare nella società da parte della Politica. Nicola interviene su Il Riformista ricordando che il terzo articolo della Costituzione Italiana parla di cittadinanza attiva, e così dev'essere la cittadinanza di ogni territorio: attiva.

L’intervento di Nicola su Il Riformista – 3 settembre 2010

Pier Luigi Bersani ha avanzato una proposta: dare vita a un processo per costruire un’aggregazione coesa su precisi punti programmatici e pronta ad allargarsi ad altri apporti se le condizioni politiche lo renderanno possibile o necessario. E’ utile, perché il centrosinistra italiano ha bisogno di chiarezza, di rilanciare un percorso per uscire dall’incertezza e rendere credibile la sfida al berlusconismo e una proposta di governo per il Paese.

Questo obiettivo sarà alla nostra portata se, insieme alla definizione del progetto politico, sapremo ora rifondare, allargandolo, il nostro radicamento popolare nella società. Sono due i rischi che dobbiamo evitare: il politicismo che disegna alleanze senza contenuti e il velleitarismo di voler scommettere sui contenuti prescindendo da un progetto che ai contenuti e ai valori dia credibilità e forza. Proprio nel momento in cui si percepisce una crisi strategica della destra, si apre lo spazio per una battaglia delle idee.

Io credo che il cuore del problema sia provare a capire dove si è interrotta la confessione sentimentale e programmatica fra un’esperienza quotidiana della politica e il tessuto diffuso della società: fra noi e l’Italia. E, da qui, lavorare per riallacciare i nodi che si sono spezzati con fili nuovi e nuove energie.

La realtà, quella da cui dobbiamo ripartire, è dura da ammettere: questa è un’Italia in cui molti non si riconoscono perché da almeno trent’anni non riesce più ad allargare il patto di cittadinanza che è il fondamento della Nazione.

E’ questo il male che oggi rischia di rendere marginali le forze di progresso, quelle che più delle altre definiscono la loro missione nell’impegno per una trasformazione positiva della società. In questi sessantacinque anni di Repubblica e democrazia, i momenti di avanzamento nella costruzione della Nazione italiana sono stati spesso segnati dall’allargamento della cittadinanza: vittorie collettive nella lotta per l’emancipazione e la piena dignità delle persone. Cito la riforma agraria, lo Statuto dei lavoratori, la riforma del diritto di famiglia. Conquiste che, di volta in volta, hanno significato la liberazione di masse di contadini, l’affermazione dei diritti dei lavoratori, l’autodeterminazione delle donne e la parità di genere di fronte alla legge.

E’ il terzo articolo della nostra Costituzione – la «rivoluzione promessa» di Piero Calamandrei – a dirci il dovere di dare cittadinanza non solo formale, ma sostanziale, a tutti gli italiani. «Rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscano il pieno sviluppo della persona umana e la effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». E’ quello stesso articolo a dirci, come ci ha insegnato Norberto Bobbio, che la cittadinanza è un processo aperto e continuo, segnato dall’acquisizione progressiva di diritti, capace di accompagnare, allargando gli spazi di uguaglianza, la trasformazione delle strutture economiche e sociali.

Ma questo processo si è bloccato. Il mondo è cambiato. La forza propulsiva degli Stati- Nazione si è indebolita. La politica è diventata ancella dell’economia globale. Riforme strutturali, positive ed estensive non se ne vedono più. I diritti dei garantiti sono diventati gusci vuoti. Gli esclusi sono rimasti senza prospettive. Da troppi anni la Repubblica concede poco e chiede molto. Anche l’ultima grande riforma, quella dell’euro, non è stata sufficientemente seguita da una battaglia, conseguente, per la riforma democratica dell’Europa e la partecipazione dei cittadini alle decisioni assunte in ambito comunitario. La storia di questi ultimi decenni, in larga parte, si è ridotta a una difesa dei diritti conquistati da parte di chi li aveva e all’esclusione di moltissimi che quei diritti non li avranno mai. Anche per questo quando la destra della Lega e di Berlusconi piccona non scatta quella risposta che ci aspetteremo. Lo Stato diventa una gabbia: per la sua incapacità di rinnovarsi, di rispondere alle nuove domande, appare, per molti, un ostacolo e un nemico. Fino al limite di sentirsi straniero in patria, di rifiutare l’essere italiano.

Noi, dunque, dobbiamo rimettere i chiodi saldi nella roccia per la scalata. Facendo scelte per riorganizzare e riconquistare un popolo. Dare cittadinanza a chi oggi ne è escluso e riallacciare, sulla base di un nuovo patto, il rapporto di fiducia fra questi italiani, lo Stato e il bene pubblico. Allora il popolo, per usare una parola cara ad Alfredo Reichlin, sentirà suo il nostro progetto politico.

Voglio fare un esempio, che può essere anche un piano di lavoro. Scegliamo una priorità. I giovani. Troppo spesso rischiamo di parlarne solo in termini di organigrammi interni e potere. Ma il problema è un altro. I giovani, oggi, sono i veri nuovi esclusi della nostra società. In larga parte, oggi, non hanno prospettive. Sono quelli che l’immobilità sociale lega alle condizioni dei padri. Sono i ragazzi del Meridione costretti a emigrare per un impiego precario, sono i piccoli imprenditori che non trovano incentivi e opportunità per far crescere la propria azienda, sono i ricercatori costretti a scambiare un posto fisso e senza prospettive con uno stipendio da miseria. Sono le giovani coppie che non hanno certezze e servizi per costruirsi una famiglia, sono le donne che vogliono avere un figlio e continuare a lavorare, sono le nuove famiglie schiacciate fra la necessità di crescere i figli e l’assistenza ai genitori anziani. Parlo di nuove generazioni che rappresentano ormai una categoria fin troppo ampia (fino a quarant’anni e, a volte, oltre) accomunata dalla stessa percezione di insicurezza del futuro e precarietà presente. I nuovi esclusi sono quella parte d’Italia che chiede merito e opportunità, ma non trova spazi per affermarsi. E sono gli italiani che hanno bisogno, inseguiti da nuove povertà e precarietà crescente, ma non trovano più protezione e diritti in un sistema che non li può tutelare.

La destra, tanto più in questa fase estrema e degenerata del berlusconismo che stiamo attraversando, è contro i giovani. Quale, se no, la cifra finale dell’inesistenza di riforme coraggiose, del tempo perso, dell’assenza di politiche capaci di riallineare produttività, crescita e innovazione? Tutto è fatto per scaricare sul futuro i problemi attuali, approfondendo il solco delle nuove disuguaglianze, accentuando le asimmetrie dei diritti e scatenando il senso di una crescente emergenza di sistema.

Se questo è il quadro, allora facciamo una scelta. Ridare una speranza. Preleviamo risorse dalle rendite finanziarie e prepariamo un’Agenda per i giovani 2010-2020. Quattro punti per costruire una nuova Italia. Istruzione, rilancio della scuola e dell’università per dare linfa a una società del merito e della conoscenza. Lavoro, per superare il dramma della precarietà senza più rimandare riforme attese da anni (reddito minimo di cittadinanza, ammortizzatori sociali, parità contributiva). Servizi, per rispondere alle nuove esigenze delle famiglie e degli individui con un welfare adeguato e universale (penso ad esempio a una grande campagna per avvicinare la diffusione di asili nido ai livelli europei). E, infine, nuove tecnologie, perché l’accesso alle reti rappresenta ormai un valore aggiunto che traccia un nuovo discrimine tra marginali e integrati (wi-fi gratuito e diffusione della banda larga).

Discutiamo questi temi nelle università, nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Rendiamo i soggetti della riforma protagonisti del cambiamento. Fissiamo obiettivi chiari senza il timore di scardinare tabù e pigrizie culturali. Se faremo così, non affronteremo solo uno dei drammi irrisolti del nostro Paese, ma ridaremo respiro a quel cammino della cittadinanza che da troppo tempo è interrotto.


Tag: Blog
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