5 febbraio 2013 Remo Comanducci, un eroe che non dimenticheremo Il ricordo sulla Stampa di Umberto Gentiloni, che in questi anni alla Provincia ha coordinato il progetto ‘Storia e Memoria’ coinvolgendo gli studenti e le scuole.

“A vent’anni la vita è oltre il ponte” scriveva Italo Calvino in una delle canzoni più struggenti della Resistenza, oltre mezzo secolo fa (Oltre il ponte, Italo Calvino e Sergio Liberovic, 1959).

Strano destino quello di chi ha vissuto la stagione della lotta di liberazione, attraversato i decenni della Repubblica, costruito progetti e speranze lasciandosi alle spalle il peso di un passato ingombrante e pericoloso.

Quegli uomini e quelle donne che allora scelsero l’impegno contro il regime faticano ad ascoltare le stravaganti parole che riaffiorano su un presunto fascismo buono o sulle incomprese qualità da statista di Mussolini e dei suoi gerarchi.

Remo Comanducci si è spento ieri a Nettuno, nel litorale a sud di Roma, aveva appena compiuto novant’anni lo scorso 31 gennaio. Un uomo semplice e spiritoso, disponibile e generoso. Aveva scelto a poco più di vent’anni di opporsi al fascismo, sin dall’inizio senza attendere il responso del tempo o i giudizi del dopoguerra. L’8 settembre 1943 partecipa alla battaglia di Roma, sin dalla notizia dell’armistizio con gli anglo americani. Si batte contro l’occupante nazista, sceglie di manifestare il proprio sdegno, la ribellione di un giovane in cerca di libertà e giustizia.

Un passo impegnativo, una via senza ritorno: diventare adulti, seguire il proprio istinto, gli ideali di un’adolescenza difficile. La guerra è entrata nel vivo, nella fase cruciale: l’Italia è divisa politicamente e geograficamente, gli italiani travolti dalle dinamiche di una conflittualità senza precedenti.

Remo si organizza nella capitale unendosi ad altri che come lui cercano le forme più adatte per indebolire la presa dell’occupante sfuggendo alle azioni di rappresaglia. Lo spazio di azione si assottiglia progressivamente, i controlli diventano minuziosi e feroci. Il 27 dicembre viene fermato nei pressi della sua abitazione, in pieno centro, a Campo de’ Fiori: rastrellato e identificato, condotto immediatamente nel carcere di Regina Coeli.

Il tempo della giovinezza sembra fermarsi, partigiano per poco più di tre mesi agli albori della guerra civile. Ormai è un detenuto, un triangolo rosso, un politico pericoloso per gli interessi del Reich e per gli esiti della guerra nella penisola. Il 4 gennaio con altri trecento trenta compagni di viaggio sale su un treno dalla stazione Tiburtina, tappa a Dachau, destinazione finale Mauthausen, arrivo il 14 gennaio 1944.

Viene registrato con il numero di matricola 42053. Rimane nel campo fino alla conclusione della guerra; riesce a resistere, a sopravvivere ai ritmi del lavoro coatto e agli stenti dell’universo concentrazionario. Ricorda con piacere l’abbraccio con i soldati americani, nel sottocampo di Gusen agli inizi di maggio 1945. Ce l’aveva fatta, poteva ricominciare.

Remo non cerca riflettori o canali di comunicazione. Si stabilisce a Nettuno dedicandosi al lavoro. Fa l’operaio, l’elettricista specializzato nella riparazione di insegne luminose. La sua corporatura minuta e resistente gli permette di arrampicarsi su staccionate e facciate di palazzi; in poco tempo il profilo professionale si afferma: lo cercano in molti, spesso per lavori di manutenzione contro l’usura e la salsedine marina. Non vuole saperne di un passato lontano, chiuso in qualche angolo della memoria. Solo l’età, i primi acciacchi di salute lo rallentano, fino a ridurlo a una vita semi sedentaria.

Ma il suo sorriso, gli occhi vispi espressivi non lo abbandonano. Nell’aprile 2010 accetta l’invito dell’Aned e della Provincia di Roma per un viaggio della memoria nei luoghi della sua deportazione, non era mai tornato da allora.

Si ferma davanti al cancello principale del campo di Mauthausen prende il microfono appoggiandosi alle stampelle aiuto per una mobilità precaria, la voce rotta dall’emozione: “C’era la neve, era alta. Quando sono arrivato, in pieno gennaio, mi hanno spogliato, tagliato i capelli e, infine, cancellato il mio nome con il numero della matricola, 42053. Ora capite perché non volevo più tornare qui…”.


Tag: Blog
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