7 luglio 2015 Rimborsi per cure e diagnosi in altre Regioni: la lettera di Nicola ai ministri Padoan e Lorenzin Nicola ha chiesto che la norma sui tetti di spesa prevista dal cosiddetto decreto legislativo sulla spending review venga applicata in tutte le Regioni, non solo in quelle con Piano di rientro, per evitare le disparità che determinano svantaggi e soprattutto penalizzano la qualità dell’'assistenza ai cittadini

di Carlo Picozza, La Repubblica, 7 luglio 2015

Fino a sette anni fa, da altre regioni, venivano nel Lazio per farsi curare o sottoporsi a un esame diagnostico. La “bilancia commerciale” del “turismo sanitario”, diciamo così, era in attivo. Nel 2008, ultimo anno “felice”, il saldo tra entrate e uscite (tra “ingressi” e “fughe”) sorrideva con un segno più davanti a 47 milioni. Da quell’anno, però, gli effetti del Piano di rientro dal deficit con il seguito di tagli imposti, hanno segnato una picchiata dolente e irreversibile. Così, nel 2013 il saldo negativo tra prestazioni garantite ai cittadini di altre regioni e quelle ottenute dai laziali in centri extraregionali ha superato i 36 milioni. Conti in rosso, insomma, che segnalano anche l’incapacità del sistema sanitario laziale di rispondere nei tempi giusti al fabbisogno di salute dei suoi assistiti. Perciò, carta e penna alla mano e, dalla Regione, è partita una lettera del presidente Nicola Zingaretti, che è anche commissario di governo per la Sanità del Lazio, all’indirizzo dei ministri Beatrice Lorenzin (Salute), Pier Carlo Padoan (Economia e Finanze) e del presidente della Conferenza delle Regioni, Sergio Chiamparino.

Nella missiva il governatore chiede che la norma sui tetti di spesa prevista dal cosiddetto decreto legislativo sulla spending review (il 95 del 2012), venga applicata in tutte le Regioni, non solo in quelle con Piano di rientro, per evitare disparità che, com’è accaduto per il Lazio, determinino svantaggi competitivi e, soprattutto, penalizzino l’assistenza nei suoi aspetti quali-quantitativi. «Il decreto, all’articolo 15», scrive Zingaretti, «introducendo come valore di riferimento per i centri accreditati la spesa del consuntivo 2011, sulla quale agire con riduzioni successive, ha di fatto imposto il budget onnicomprensivo di tutte le prestazioni a carico del Servizio sanitario, indipendentemente dai destinatari ai quali queste sono state assicurate». Mentre le otto Regioni in Piano di rientro (Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, Lazio, Molise, Abruzzo e Piemonte) sono costrette, in forza delle verifiche dei ministeri di Economia e Salute, a rispettare i tetti di spesa, le altre non ne tengono conto.

Questa disparità, denuncia Zingaretti, «ha prodotto effetti distorti non più sostenibili nelle regioni in Piano di rientro, dove la definizione di un tetto vincolante, nell’ambito di un budget unico, ha di fatto ridotto la mobilità attiva e favorito in modo significativo quella passiva premiando, in particolare, le regioni confinanti, con un saldo negativo per il Lazio, in costante crescita». «Peraltro», ammette Zingaretti, «la situazione è aggravata dalla ridotta capacità produttiva delle stesse strutture pubbliche sottoposte da anni a un sostanziale blocco del turnover».

«In attesa di una soluzione omogenea» ed equanime, conclude il governatore aprendo un fronte vertenziale, «il Lazio non intende riconoscere altri incrementi al saldo di mobilità, salvo quanto previsto da decreto 95/2012». In altre parole il Lazio non pagherà un euro in più, oltre il tetto imposto dalla spending review, alle altre Regioni alle quali fanno capo le Asl che hanno assicurato prestazioni ai suoi cittadini. Potrà farlo stante la libertà costituzionale di scelta delle cure? Tant’è, più che sul piano giuridico, la querelle si consumerà su quello politico. «Zingaretti ha lanciato una sfida», spiega Alessio D’Amato, coordinatore della Cabina di regia per la Sanità, «aspettiamo che venga raccolta dalle altre Regioni».

Di certo innescherà un contenzioso spinoso, ma la questione è di quelle che pesano. Lo confermano i dati sulla mobilità passiva alimentata da veri “rappresentanti commerciali” dei centri sanitari soprattutto di Toscana e Umbria. Con campagne di marketing sanitario, spiega Pier Luigi Bartoletti, segretario romano della Fimmg, federazione dei medici di famiglia, «inducono alcuni colleghi e gli stessi assistiti, a migrare negli ospedali o nelle cliniche accreditate per operazioni all’anca o alla cataratta, senza aspettare i tempi biblici del Lazio».

In sette giorni si va e si torna. Poi, arriva il conto che vede il Lazio esposto con la Toscana (per 48 milioni), l’Umbria (30), l’Emilia Romagna (27), la Lombardia (24), il Molise (11), l’Abruzzo (10). In entrata, invece, si registrano gli apporti dei cittadini della Campania (con cui il Lazio ha un saldo attivo di 45 milioni all’anno), quelli della Calabria (38), della Puglia (22) della Sicilia (15), della Basilicata (9), della Sardegna (5). Ma i conti restano in rosso, complice anche la mancata applicazione omogenea della spending review sui tetti di spesa per le prestazioni ospedaliere, di diagnostica con immagini e per quelle specialistico-ambulatoriali. Zingaretti ora aspetta che il sasso lanciato nello stagno produca i cerchi giusti per spezzare quello in cui sembra avvitata la questione «più volte sollevata in sede di verifiche ministeriali».

 


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