6 maggio 2012 Scelte di qualità per la spesa pubblica Per risparmiare non c'è solo la strada dei tagli ma anche quella dell'innovazione, che non solo permette di diminuire la spesa, ma anche di aumentare la qualità della vita delle persone. In una lettera al «commissario» Enrico Bondi, che si sta occupando dei tagli alla spesa pubblica, propongo quattro esempi, concreti e possibili, che abbiamo realizzato alla provincia di Roma

Pubblicato su l’Unità, 6 maggio 2012

Caro Enrico Bondi,

si è riaperta in questi giorni, su impulso del governo, una riflessione sulla spesa pubblica italiana. Ridurre la spesa non è un tabù, anzi è necessario. Ma i modi per farlo possono essere molto diversi.

In questi anni l’ideologia del «meno Stato» ha già prodotto abbastanza danni: uno degli errori drammatici sono stati i tagli lineari che identificano tutta la spesa pubblica come un male, senza distinguere tra spesa buona e spesa cattiva. Si è concentrata tutta l’attenzione sulla «quantità», senza ragionare su come produrre «qualità», coniugando efficienza e risparmi.

E la cosa peggiore è che, dietro l’ideologia del meno Stato, questa azione di rimozione costante dell’interesse pubblico e del bene comune ha prodotto, invece, nuove rendite parassitarie, nuove sacche di discrezionalità, opacità e malaffare. Altro che risparmi!

La novità, allora, non sono i tagli. Il rischio, altrimenti, è che nel nome del rigore, si finisca per mortificare e deprimere la qualità della presenza pubblica, acuendo la disaffezione dei cittadini nei confronti del bene pubblico o, ancora peggio, fomentando lo scollamento sociale e la percezione di insicurezza e solitudine di tante persone di fronte alla crisi. Per questo, non dobbiamo essere pigri. Se ci saranno da fare tagli a spese improduttive o a sprechi saremo contenti, ma la vera sfida è spendere meno – spendendo meglio – e grazie all’innovazione migliorare la qualità dei servizi e la qualità della vita.

Quattro esempi possibili per ridurre la spesa con l’innovazione che abbiamo realizzato

Faccio, in questa sede, solo accennandoli, degli esempi possibili. Il primo esempio è quello dei «tetti pubblici verdi». Lo Stato è proprietario di una infinita quantità di immobili dai quali si offrono servizi e si esercitano funzioni: dalle scuole alle caserme, dai ministeri alle sedi delle aziende pubbliche, alle carceri e cosi via. Tutti, ovviamente, hanno tetti: aree immense e in quasi tutti i casi inutilizzate. Si può, con progetti di finanza, trasformare questi tetti in aree per pannelli solari stimolando investimenti, riducendo la bolletta energetica e, allo stesso tempo, producendo meno Co2. Dico si può fare, perché lo abbiamo fatto con le scuole della Provincia di Roma e lo hanno fatto molti enti locali.

Il secondo esempio riguarda il cambiamento della bolletta per il riscaldamento di molti edifici pubblici. Anche qui non parlo di ipotesi, ma di quello che molti enti locali hanno già fatto o stanno facendo. La stragrande maggioranza degli edifici pubblici ha contratti per il riscaldamento fondati su una vecchia concezione: gare che prevedono di pagare il consumo di energia necessaria per garantire calore. Al gestore conviene sprecare, tanto «paga Pantalone». Occorre obbligare tutti gli enti pubblici a fare gare moderne dove si paga solo la temperatura garantita nell’ambito di un orario. Se viene assicurato che gli edifici sono riscaldati non mi importa sapere come si ottiene la temperatura richiesta. Questo garantirebbe certezze, trasparenza, risparmi e soprattutto investimenti del gestore sull’ammodernamento del patrimonio pubblico: coibentazione dell’ambiente, finestre, nuovi impianti moderni più ecologici e a basso consumo; opere per le quali lo Stato non ha più risorse.

Un terzo esempio riguarda i contratti di servizi, e la giungla che esiste oggi. Noi lo abbiamo sperimentato sulla fonia, costruendo, attraverso la convezione Consip, un contratto unico per tutte le scuole del nostro territorio, alle quali garantiremo una linea Adsl, che oggi non c’è, e un collegamento Wi-Fi gratuito nella aree comuni. Lo faremo nel giro di pochi mesi e otterremo un servizio migliore e una riduzione dei costi per decine di migliaia di euro l’anno.

Un quarto esempio comune a tutte le amministrazioni, riguarda l’adozione di un piano di acquisti verdi – che significa razionalizzare l’uso delle stampanti, usare lampadine a basso consumo, riciclare la carta o cambiare il parco macchine con l’uso di veicoli ibridi – ma una cosa è l’impegno dei singoli, un’altra cosa sarebbe un provvedimento per l’adozione, entro un anno, di un piano di questo tipo in tutti gli enti locali e gli uffici dello Stato, dalle stazioni di Polizia ai Tribunali, dai Ministeri alle Prefetture, fino ai singoli comuni.

>Una riforma a costo zero per ridurre la corruzione

Ecco alcuni piccoli grandi esempi che se adottati in fretta, produrrebbero risparmi notevoli ma anche investimenti e miglioramento della qualità dei servizi. Esempi fondati sull’innovazione, attenti alle novità delle tecnologie e della green economy, perché, se l’Italia vuole tornare a crescere, lo Stato non può limitarsi a predicare bene e poi non essere capofila nella ricerca di un nuovo modello di sviluppo.

E poi, esempi di trasparenza e buona amministrazione, perché se facciamo una spending review, non possiamo non chiamare in causa anche il convitato di pietra: la montagna di corruzione che grava sull’economia italiana e su ogni abitante di questo Paese, una megatassa di 60 miliardi l’anno secondo le stime della Corte dei Conti. Tagliare le spese significa anche prosciugare la palude di inefficienza che si nasconde dietro l’asettica dicitura «parere di competenza».

Su ogni materia hanno competenza tre, cinque o quindici enti diversi: non si sa chi decide davvero, e il gioco dei veti incrociati dilata il tempo, annacqua le scelte, fa esplodere le spese. Ed è proprio in questa zona grigia che si annida il cancro della corruzione.

Bene, allora, se si fanno nuove leggi repressive, ma, insieme, per risolvere davvero il problema, dobbiamo dire: basta sovrapposizioni e conflitti, e, quindi, cancellare, o limitare al minimo, la giungla dei pareri. I cittadini, per esercitare la loro funzione di controllo, hanno il diritto di sapere con esattezza chi fa cosa e chi non fa cosa.

È possibile costruire un’alleanza e un consenso intorno a questi obiettivi? Io credo di sì, ma anche qui occorre cambiare. Il governo nel suo impegno non è e non deve immaginarsi solo. Perché se apre gli occhi e si guarda intorno, può già trovare sostegno nei tanti buoni esempi offerti dagli enti locali. È normale che sia così.

Fra governo e territorio non deve esserci un diaframma: lo Stato siamo tutti, e i cittadini prima di giudicare se un servizio è stato erogato da questo o da quello, misurano la fiducia nello Stato nel suo insieme. E poi perché se sarà chiaro che i tagli non significano contrazione dei servizi essenziali, degli investimenti, delle risorse per lo sviluppo, ma costruire un Paese più efficiente, allora i primi alleati della riforma saranno gli attori sociali, le imprese, i singoli cittadini. La sfida, insomma, è aperta: si può e si deve dimostrare che il riformismo non è solo tagli, ma cambia e migliora la vita.


Tag: Blog
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