11 gennaio 2013 Un nuovo modello per la sanità del Lazio Non si può solo tagliare, dietro quei numeri ci sono vite, esperienze e storie che bisogna conoscere. Qui propongo dieci idee da cui ripartire, per migliorare i servizi e scrivere insieme il ‘manifesto per la salute’

Sulla sanità nel Lazio occorre essere seri. Basta con la demagogia di chi gira gli ospedali e dice a tutti sì per non cambiare nulla, e basta con un approccio che rischia di essere troppo schiacciato sui numeri senza capire che dietro quei numeri ci sono servizi, disservizi, vite, realtà, esperienze, storie che bisogna conoscere e distinguere, per criticarne alcune e apprezzarne altre. Dobbiamo rimettere al centro delle politiche per la salute le persone e i loro diritti fondamentali e dare vita a una rivoluzione dei modelli organizzativi, della trasparenza e del merito per innalzare la qualità dei servizi.

Il disastro che si sta abbattendo sulla sanità del Lazio è figlio della storia di questa Regione e della cattiva politica che spesso l’ha governata. È la storia di una lunga stagione di malasanità, nella quale il debito cresceva fino a diventare un macigno di oltre 10 miliardi sulle nuove generazioni, e senza neppure essere contabilizzato perché, ai tempi della giunta Storace, non venivano presentati nemmeno i bilanci delle Asl. Ed è la storia di una cattiva gestione, ben presente ai cittadini che hanno sperimentato l’abbassamento del livello dei servizi, ai professionisti che operano in condizioni sempre più precarie, e nota anche allo stesso governo, persino al governo Berlusconi, che in più riprese ha bocciato l’operato del Commissario Polverini, bloccando parte dei trasferimenti economici dello Stato. Mancano visione strategica e programmazione quanto capacità gestionale e controllo della spesa, dalle attività sanitarie al sistema di acquisti di beni e servizi. Si è praticamente affossata anche la centrale unica degli acquisti, pensata per limitare gli sprechi o la corruzione. Il Lazio è una delle poche Regioni italiane che non ha nemmeno comunicato alla Corte dei Conti a quanto ammonta per il 2011 il debito delle Asl e degli ospedali relativo ai propri fornitori di beni e servizi. Chiare, allora, devono essere innanzitutto le lacune e le responsabilità, perché se non si capisce l’origine della malattia, non se ne comprende neanche la cura.

Il servizio sanitario del Lazio deve affrontare oggi una difficile fase di transizione tra l’eredità di una stagione fallimentare, che ancora non si è chiusa, e la definizione e costruzione di un nuovo modello di sanità, che ancora non c’è. È un percorso lungo e complesso che va gestito con senso di responsabilità, equilibrio e capacità di dialogo. Il punto di partenza deve essere la verità sui numeri. Tutti i numeri. Quelli del debito che condiziona qualsiasi strategia di investimenti, ma, ad esempio, anche quelli sulla non appropriatezza dei ricoveri ospedalieri e quelli sulla qualità delle cure che devono essere resi più trasparenti e messi a disposizione dei cittadini, perché in gioco c’è innanzitutto la qualità della loro vita.

Una cosa è certa. L’urgenza del Piano di rientro non deve mettere in discussione il diritto alla salute dei cittadini, e non può essere caricato solo sulle spalle dei lavoratori, perché i medici e gli operatori della sanità sono il primo caposaldo di un sistema di cure adeguato. Difesa del lavoro e delle competenze professionali non significa postulare l’intangibilità di ogni struttura ospedaliera esistente: la rete ospedaliera del Lazio è fortemente squilibrata, con un’eccessiva concentrazione in alcuni aree urbane di Roma e forti lacune in altre, fino alla spoliazione di servizi essenziali in alcune aree della Regione; la spesa complessiva è troppo concentrata sulle strutture ospedaliere e poco sul territorio.

Sono mali che conosciamo. Ma, proprio per questo un punto deve essere chiaro: annunciare oggi la chiusura di grandi ospedali come il Cto o il San Filippo Neri, o di reparti di eccellenza, fuori da un quadro programmatico chiaro, motivato e condiviso, è sbagliato, controproducente e incomprensibile ai cittadini, perché se non si delinea e non si costruisce un nuovo modello di sanità, si peggiora un sistema di cure già squilibrato e non c’è risanamento finanziario. Sono tagli che colpiscono l’offerta di sanità, non curano le distorsioni del sistema, ma rischiano di accentuarle. Perché la programmazione è necessaria ma deve essere eseguita tenendo presente la distribuzione dei servizi: come è possibile ad esempio disporre nel Lazio di 35 strutture per l’emodinamica, una tecnologia che può permettere di salvare la vita di un paziente colpito da infarto, ma averne solo sei funzionanti h24?

In un sistema senza controlli sulla appropriatezza, qualità e quantità delle prestazioni e dove l’opacità degli acquisti di beni e servizi è ancora molto forte, la prima cosa da fare è agire sugli sprechi, sugli extra costi, sulle doppie fatturazioni, sulle spese fuori controllo, sulle duplicazioni e le sovrapposizioni di reparti e direzioni. Non si tratta di chiudere questo o quel reparto, questo o quel ospedale sotto il ricatto dell’emergenza, ma di agire sulla trasparenza, sull’efficienza, sul rigore della spesa e di avviare una riorganizzazione completa della rete ospedaliera e assistenziale, per coniugare qualità della spesa e qualità dei servizi, e avvicinare le cure ai cittadini, sul territorio e a domicilio. Molto dipenderà dalla capacità di innovazione, a cominciare da quella di investire sulla prevenzione e non solo sulla cura delle malattie per migliorare la vita delle persone e per ridurre i costi.

La sanità del Lazio ha grandi risorse. Esistono eccellenze dei singoli, eccellenze di strutture e reparti, eccellenze della formazione e della ricerca, ma non esiste un’eccellenza del sistema. Le capacità dei singoli così come le strutture più avanzate rischiano di non essere valorizzate e di trasformarsi sempre di più in monadi prive di una rete di sostegno, non riuscendo a svolgere nel migliore dei modi la propria funzione nei confronti degli utenti e a dispiegare appieno le proprie grandi potenzialità.

Dobbiamo rimettere al centro del sistema sanitario i suoi veri destinatari, tornando a legare qualsiasi percorso di innovazione al tema fondamentale dei diritti dei pazienti, che in una logica di tagli lineari vengono indeboliti e a volte cancellati, garantendo gli standard dei livelli essenziali di assistenza a prescindere dalle condizioni socio economiche.

Sono pronto a incontrare i lavoratori del mondo della sanità e le associazioni proponendo di aprire subito un cantiere di riforma largo e partecipato e stringere un patto che non lasci nessuno indietro e chiami a raccolta le energie di tutti nella comune consapevolezza che senza il coraggio di scegliere non c’é innovazione.

A partire dalle prossime settimane, propongo di scrivere insieme un manifesto condiviso per costruire, a partire da un nuovo piano sanitario regionale, un nuovo modello di sanità del Lazio, fondato su almeno dieci punti chiari:

1. La sanità territoriale. La riorganizzazione territoriale e la riconversione della rete ospedaliera (non tagliare senza criterio le strutture, ma le sovrapposizioni e le duplicazioni; non chiudere, ma trasformare). Il superamento dell’attuale sistema “ospedalo – centrico” e il potenziamento dei servizi territoriali, a partire dalle Case della Salute;

2. Le cure primarie. La nascita di una vera rete di cure di prossimità che, puntando sull’incentivo a nuove forme organizzative e associative, veda protagonisti i medici di base e i pediatri di libera scelta nella prestazione delle cure primarie e nella definizione e attuazione dei percorsi di cura, con studi aperti H12 ogni giorno.

3. L’integrazione socio sanitaria. Il rafforzamento dell’integrazione socio – sanitaria, riaffermando un modello positivo di sussidiarietà, coinvolgendo associazioni e organizzazioni sociali e valorizzando le funzioni degli enti locali, con l’obiettivo di ampliare la rete delle strutture di assistenza domiciliare e di accoglienza per anziani non auto sufficienti e persone con disabilità e promuovere politiche e programmi per la salute;

4. La prevenzione, come elemento integrante del sistema della salute;

5. La sicurezza e i diritti degli utenti, mettendo in campo tutti gli strumenti previsti di controllo dei rischi, di monitoraggio di attrezzature ed impianti e di formazione del personale, necessari a ridurre al minimo i fattori di pericolo per la salute dei cittadini, e facendo propri i principi della Carta Europea dei diritti del malato.

6. La partecipazione e la comunicazione: le comunità territoriali devono sapere quali nuovi servizi vanno a sostituire quelli da riconvertire e perché;

7. La meritocrazia e la valorizzazione del lavoro. Meritocrazia e trasparenza nelle scelte delle figure apicali, siano esse quelle dei direttori generali o dei primari, con i curricula dei candidati e dei vincitori pubblicati in rete sul sito della Regione. La valorizzazione del lavoro che, soprattutto in un campo così delicato come quello della salute, deve potersi basare su un percorso di certezze, della formazione, a partire dai centri di ricerca e dalle strutture universitarie, delle competenze di cui il mondo della sanità laziale è ricco. Soprattutto che svolge funzioni di assistenza diretta al malato non può vivere nell’ansia della precarietà. Molti degli obiettivi di innovazione dall’efficienza alla qualità e appropriatezza delle cure dipendono direttamente dall’esercizio dell’autonomia e responsabilità professionale;

8. La trasparenza e l’eliminazione degli sprechi. Ristabilire la capacità di individuare le priorità, di scegliere e di esercitare trasparenza ed efficienza nel rapporto con i fornitori privati (di prestazioni sanitarie da un lato, di beni e servizi dall’altro), nella condivisione degli inevitabili obiettivi di risanamento, per aggredire il nodo dei costi, colpire le sacche di inefficienza, le rendite di posizione e gli sprechi, e orientare il partenariato sul terreno della qualità e l’innovazione;

9. Il monitoraggio e il controllo degli obiettivi. La riforma radicale della struttura amministrativa regionale chiamata a compiere questo lavoro, a cominciare dall’Assessorato e dalle tecnostrutture di supporto, a partire dall’Agenzia di Sanità Pubblica, oggi ridotta a insopportabile e dispendioso carrozzone, che mortifica le professionalità presenti al suo interno, e che invece dovrebbero diventare il moderno strumento di sostegno all’innovazione e monitoraggio della qualità della sanità del Lazio accessibile ai cittadini e in grado di controllare l’appropriatezza dei percorsi di cura;

10. Le nuove tecnologie. L’utilizzo delle nuove tecnologie per accedere a prestazioni o informazioni sulla qualità delle diverse strutture, ricevere orientamento sui percorsi di cura, ridurre le liste di attesa in piena trasparenza ed equità di accesso.

Sono queste le priorità su cui si misurerà la capacità della politica di riacquistare la credibilità di cui ha bisogno per agire, riassumere il suo ruolo guida, recuperare la sua funzione strategica per andare oltre la frammentazione dei punti di vista particolari, la difesa degli interessi consolidati, la pressione dei centri di potere, le sirene dei vecchi demagoghi che indeboliscono il confronto pubblico, per allontanare lo spettro dei tagli che oggi sembrano l’unica, drammatica, risposta al dramma del debito e costruire finalmente un modello di sanità regionale più moderno, efficiente e vicino ai cittadini.


Tag: Blog
Per partecipare alla discussione sulle ultime attività seguimi su Facebook Se vuoi essere aggiornato sulle notizie più importanti iscriviti alla newsletter.
PUOI LEGGERE ANCHE
parajumpers outlet