14 marzo 2016 Worldmun 2016: da oggi a Roma oltre 2.500 studenti da tutto il mondo Da oggi a Roma oltre duemila e cinquecento studenti universitari da oltre centoventi paesi del mondo si ritrovano per partecipare all’Harvard Worldmun 2016, la più grande e prestigiosa simulazione dei lavori delle Nazioni Unite promossa dall’università statunitense: lingue, storie, religioni, bandiere che s’incontrano per discutere e dialogare dei grandi temi che affliggono il pianeta. La scelta per l’Italia è anche un riconoscimento al lavoro di tanti che nelle scuole e nelle università riescono a promuovere attività formative ispirate alle sfide del nuovo mondo

di Umberto Gentiloni, La Repubblica, 14 marzo 2016

Da dove cominciare per poter guardare al mondo con una dose sufficiente di fiducia senza passare per visionari? Dove voltare lo sguardo in tempi così difficili e complicati? Quali energie si muovono e si mobilitano per sondare scenari diversi magari rafforzando i timidi spiragli di accordo in Siria o in Libia? O ancora quali interlocutori andare a cercare per consolidare un cammino senza eccessive paure? Da oggi a Roma oltre duemila e cinquecento studenti universitari da oltre centoventi paesi del mondo si ritrovano per partecipare all’Harvard Worldmun 2016, la più grande e prestigiosa simulazione dei lavori delle Nazioni Unite promossa dall’università statunitense: lingue, storie, religioni, bandiere che s’incontrano per discutere e dialogare dei grandi temi che affliggono il pianeta. Solo un gioco in apparenza, nel cuore del mediterraneo attraversato da crisi e sommovimenti epocali. Per qualche giorno giovani ambasciatori si muoveranno come se dovessero rappresentare paesi, governi, punti di vista, contenuti di risoluzioni da presentare e votare a maggioranza. Ma al di là del gioco c’è qualcosa cosa di più profondo: l’idea che ci si possa misurare con gli altri, con chi è diverso senza dover annullare soggettività e posizioni dialettiche. Lo scopo è proprio quello di consolidare punti di equilibrio,  trovare soluzioni, negoziare fino al raggiungimento di un compromesso possibile.

Una goccia nell’oceano è l’obiezione quasi scontata. Eppure è qualcosa che si muove che mobilita risorse e disponibilità, spesso nel silenzio di chi preferisce occuparsi d’altro, magari delle notizie di terrore o violenza che invadono le nostre giornate. Un piccolo segno che va nella direzione giusta quella del confronto pacifico, della conoscenza reciproca, della possibilità che nonostante tutto possano prevalere le ragioni, gli strumenti, i linguaggi della pace e della diplomazia. L’università di Harvard promuove l’incontro in un paese diverso da venticinque anni (dalla Polonia al Messico, dal Brasile all’Egitto, dalla Svizzera alla Cina, dal Canada a Taiwan, l’anno scorso a Seul in Corea) con l’ambizione di mettere insieme saperi e conoscenze, scommettendo sulla possibilità di rafforzare un sentire comune, uno spirito di collaborazione e solidarietà. Parole antiche che in un nuovo contesto possono ancora dire molto, trovare canali di comunicazione, raggiungere gli angoli più diversi del pianeta. La scelta per l’Italia è anche un riconoscimento al lavoro di tanti che nelle scuole e nelle università, spesso tra mille difficoltà, riescono a promuovere attività formative ispirate alle sfide del nuovo mondo. E’ un tessuto diffuso che si muove nel paese convinto che ci siano due elementi chiave rintracciabili nelle esperienze formative mosse sotto l’egida delle Nazioni Unite: la centralità della formazione e della cultura come chiavi di accesso a una nuova idea di cittadinanza e la dimensione globale della competizione sui saperi. Non si può rimanere alla finestra né pensare che ci sia una sterile competizione tra metodi tradizionali di scolarizzazione e formazione e nuove possibilità che si muovono nel mondo. La scuola e l’università sono per definizione luoghi aperti all’incontro, pronti alla contaminazione tra culture e metodi. Nulla di alternativo o sostitutivo alla realtà di oggi. Ma il tentativo che s’intravede è quello di aggiungere qualcosa, fare un passo in avanti, magari tutti insieme. Ed è qui che il sistema nel suo complesso viene sollecitato. Anche in questa occasione, il contributo di istituzioni (la Regione Lazio in prima fila), il governo, il Presidente del consiglio le competenze che si muovono dietro un simile appuntamento (trasporti, sicurezza, comunicazione, servizi) fino all’incontro tra i delegati e papa Francesco. Una tensione collettiva per la riuscita di un’esperienza, per lasciare un segno nelle vite di tanti a oltre settant’anni dalla fondazione delle Nazioni Unite. Qualche anno fa uno slogan recitava «Se vuoi la pace devi prepararla», chissà se l’hashtag del convegno #Future25 non sia un modo per dirlo diversamente lanciando un messaggio, un’ambizione che vada al di là di un bel gioco: «i prossimi venticinque anni sono nelle nostre mani».

 


Tag: Blog
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