10 gennaio 2013 Il debito della sanità nel Lazio sembra un pozzo senza fondo Come si è arrivati al disastro della sanità nel Lazio? Ignazio Marino, in un articolo su l’Espresso, ci spiega com’è possibile venirne fuori


Da l’Espresso di venerdì 4 gennaio 2013

 

Sembra un pozzo senza fondo quello del debito della sanità del Lazio dove da anni chi governa dichiara di ridurre un deficit che invece continua a crescere.

Ora Enrico Bondi, nominato commissario da Mario Monti, ha predisposto interventi dirompenti nell’organizzazione e tagli drastici ai bilanci di Asl e ospedali, questa volta per davvero. E il mondo sanitario è entrato in fibrillazione al punto che i sindacati hanno annunciato per metà gennaio lo sciopero generale di tutta la sanità, pubblica e privata.

All’orizzonte c’è il taglio di quasi mille posti letto che, come voluto nella legge sulla spending review dello scorso agosto, diverranno inferiori agli standard europei. E poi la cancellazione di interi reparti e la chiusura di alcuni ospedali: misure che, a cascata, ricadranno su centinaia di posti di lavoro.

II timore che non si possano più garantire cure di qualità appare concreto. Ad essere sinceri non è solo un timore, basta entrare in qualunque ospedale romano per accorgersi che il sistema è in tilt: non si fanno investimenti, non si riparano le apparecchiature, non si acquista più nulla, a volte nemmeno le medicine, e così capita che qualche persona in chemioterapia venga lasciata senza farmaci per settimane.

Come si è arrivati a un tale disastro? L’anno della catastrofe finanziaria è il 2005 quando, con la fine della giunta Storace, i debiti ammontano a 9,9 miliardi di euro. Alla cattiva gestione si aggiunge il malaffare: strutture private accreditate senza necessità, reparti creati per distribuire primariati, ricoveri inappropriati, esami specialistici senza limiti (500 mila TAC e risonanze magnetiche solo nel 2005), spesa farmaceutica oltre i tetti imposti, ma anche Asl che non presentano i bilanci, manager incapaci e funzionari corrotti.

È il periodo in cui Anna lannuzzi, meglio conosciuta come Lady Asl, ottiene oltre ottanta milioni di euro di rimborsi per prestazioni mediche mai effettuate in una clinica fantasma.

Arrivato al governo, Romano Prodi stanzia 2,1 miliardi di euro ma non sono sufficienti e la Regione negozia quindi un prestito di 7.5 miliardi da ripagare in trent’anni  la (che ricade sui cittadini del Lazio attraverso l’aumento dell’irpef e delle tasse regionali) e alla sanità laziale viene imposto un piano di rientro per tentare di ripartire su basi più sane.

La cattiva gestione è dura a morire e la Regione continua a ripianare i debiti degli ospedali invece di imporre misure contro le inefficienze. Così il deficit corre, al ritmo di un miliardo l’anno. Renata Polverini, nel 2010, eredita i debiti ma le misure che decide di introdurre nell’arco degli ultimi due anni e mezzo vengono ripetutamente giudicate inefficaci dai ministeri dell’Economia e della Salute.

In particolare, viene contestata la mancata realizzazione delle cosiddette “reti di specialità” (il coordinamento tra il lavoro dei diversi ospedali, fondamentale per migliorare l’efficienza di un servizio sanitario moderno) e una sostanziale acquiescenza nei confronti del privato accreditato. Fatto sta che il deficit accertato per il 2011 arriva a 1 miliardo e 140 milioni di euro.

E Palazzo Chigi pochi giorni fa ha confermato un deficit tendenziale anche per il 2013 di 900 milioni. Dieci anni di decisioni non prese e di omissioni di responsabilità hanno condotto la macchina della sanità laziale contro un muro.

E in mezzo ai rottami, è arrivato il piano lacrime e sangue del commissario nominato dal governo: taglio del 7 per cento al budget degli ospedali religiosi, riduzione di 960 posti letto pubblici per acuti, incremento dei letti in alcuni ospedali di provincia, aumento di 2500 posti destinati al territorio per anziani e persone non autosufficienti.

Il percorso sarà duro e traumatico ma va fatto ogni sforzo per evitare ingiusti tagli lineari utilizzando invece criteri di equità e di sostenibilità e preservando quelle eccellenze cliniche che assicurano ottimi risultati, come la neurochirurgia e la cardiochirurgia dell’ospedale San Filippo Neri che oggi rischiano di essere cancellate.

Perché le parole d’ordine devono essere: riconversione, aggregazione, integrazione ma con una visione che garantisca l’accesso alle cure per tutti.


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