11/05/2019

Sosteniamo l’appello di Repubblica. Più storia a scuola

La storia è il più forte antidoto alle barbarie. Dobbiamo rispondere con la storia a chi cita Mussolini, a chi si affaccia dai balconi, ai tanti comportamenti che rischiano di riportarci indietro. Non possiamo restare fermi. Per questo il Partito Democratico accoglie l’appello di Repubblica in difesa dello studio e della promozione della storia. Io dico: più storia a scuola e meno odio in politica


La mia lettera a Repubblica, 11 maggio 2019

Caro direttore,
lo ha spiegato con nettezza la senatrice Liliana Segre: la storia è il più forte antidoto alla barbarie. Tra citazioni di motti mussoliniani, malcelate nostalgie, titoli di giornale apertamente razzisti, questo Paese sembra smarrire ogni giorno che passa un pezzo della propria memoria comune. Per questo è vitale non lasciar cadere l’appello in difesa dello studio e della promozione della storia lanciato da tante autorevoli personalità sulle pagine di Repubblica. Troppe volte, infatti, è prevalsa una linea di attendismo o di distacco, rispetto alle inqualificabili bassezze che attraversano il dibattito pubblico italiano.

In questa fase di fragilità democratica, una variegata forza intellettuale segnala al Paese una vera e propria emergenza che chiama direttamente in causa la politica, i processi decisionali, l’insieme degli equilibri tra i poteri. Il Partito democratico ha il dovere di raccogliere e rilanciare l’appello sulla storia come bene comune primario e indispensabile, poiché in gioco non ci sono principi astratti, ma le libertà, i diritti e le prospettive di crescita e uguaglianza dei cittadini italiani. Soprattutto di quelli più giovani.

Vorrei provare allora ad argomentare su due livelli quelli che potrebbero essere gli interventi della politica in questo tempo così difficile.

In primo luogo c’è la questione dell’insegnamento della storia nelle scuole. Vedo innanzitutto la necessità di costruire nuovi percorsi di conoscenza del nostro passato che non vengano percepiti dai ragazzi come un accumulo quantitativo di nozioni. Si tratta di un’esigenza fondamentale, soprattutto di fronte al flusso continuo di notizie e informazioni sul presente che travolge i nativi digitali (e tutti noi). Il metodo storico – come scritto nel manifesto – aiuta non solo a conoscere ciò che è stato, ma anche a pensare, ad avere opinioni, ad accettare che ci siano posizioni diverse. Su questo fronte la politica può fare molto: dobbiamo rafforzare la presenza degli insegnanti e contribuire a una formazione continua e aggiornata (per molti la seconda metà del Novecento rimane un terreno sconosciuto). Per farlo è necessario innanzitutto irrobustire gli organici, rafforzare i programmi, con obiettivi a medio e lungo termine. Lo studio della storia si deve inserire dentro un ampio progetto di sostegno alla scuola e alla formazione. Anche con questo obiettivo il Partito democratico propone un grande investimento nel campo della conoscenza e dell’istruzione: azzerare i costi dell’istruzione per redditi medio/bassi dall’asilo nido all’università, con libri di testo, mensa, trasporto pubblico locale gratuiti e di aumentare il tempo prolungato e le retribuzioni per i docenti.

Il secondo ambito di cui dobbiamo occuparci in difesa della storia chiama in causa invece direttamente la sfera della politica, i suoi comportamenti pubblici, la responsabilità delle parole e delle scelte. A questo livello è accaduto qualcosa di inedito che sarebbe profondamente sbagliato sottovalutare. Non mi riferisco solo alle provocazioni (pur gravissime) e ai continui richiami che il ministro Salvini fa al ventennio, tra selfie, citazioni e balconi. Penso anche, soprattutto, al carico di odio nelle espressioni della politica, alla ricerca ostinata del capro espiatorio e alle tante micce accese nel Paese da forze antidemocratiche che cavalcano l’odio e l’intolleranza, soprattutto nelle aree del disagio. Cose che abbiamo già visto e che – questo ci insegna la storia – hanno sempre esiti drammatici. Nell’assenza di cognizione storica e di anticorpi non c’è che la barbarie. Una sinistra che sia all’altezza del nostro tempo non può girarsi dall’altra parte. La storia di una comunità nazionale è la premessa necessaria per tracciare un cammino comune rispettoso e critico, a partire dalle parole di Primo Levi nel centenario della nascita «chi non ha memoria non ha futuro».