04/01/2019

Arriva Zingaretti e il Pd scopre di esistere ancora

Sala piena a Bolzano per Piazza Grande. Partecipazione, collettivo, piazza, unitario, alleanze, cambiamento, inclusione: queste le parole per ripartire, insieme, senza essere il partito del leader ma un partito con un leader: un partito aperto, e pronto a cambiare, a rigenerarsi


Alto Adige, 4 gennaio 2019

L’applauso più scrosciante Nicola Zingaretti l’ha ricevuto appena conclusa questa frase: «E quando qualcuno di nuovo, magari un giovane, bussa alla porta del Pd, non chiediamogli subito a quale gruppo o sottogruppo vuole iscriversi… Facciamolo entrare e basta». E subito uno sguardo a Alessandro Huber, il segretario provinciale, infreddolito dal vorticare continuo delle sue correnti interne e in cerca di una vampata di caldo finalmente unitario. L’altro, quasi della stessa intensità, dopo questa: «Non dobbiamo essere il partito del leader ma un partito con un leader».

Eccolo l’uomo della provvidenza. Quello capace ancora di scaldare le anime disperse del grande corpo dem. Tanto capace da stupire. Il primo a farlo è stato lo stesso Mauro De Pascalis, che guida il comitato per la corsa alle primarie del presidente della regione Lazio: «Non ci credo… siamo tantissimi stasera, non facciamo altro che aggiungere sedie».

E Elio Cirimbelli, altro nome nel “board” per Zingaretti segretario: «A saperlo, chiedevamo la sala del Rainerum…». In effetti quella del Cristallo sembrava una bomboniera straripante. E con gli attesi Gnecchi, Pasquali, Calò, Bonagura, Berti, anche gli inattesi Stefania Gander, che sta con Giachetti-Ascani e Uwe Staffler uno del gruppo (con Costa) per Martina. Bassetti è in vacanza, Tommasini ammalato. Ma c’era molta vecchia e nuova sinistra di fuoriusciti (come Mandria Mazzotta) per la quale le parole di Zingaretti erano miele e non più sale sulle ferite delle antiche liti in famiglia.

Perché le parole che più ricorrevano nel discorso di Zingaretti erano, nell’ordine: partecipazione, collettivo, piazza, unitario, alleanze, cambiamento, inclusione. Condite da una chiusa: «Non è vero che tutto quello che non è Pd è nemico del Pd». Che costituisce un cambio di rotta culturale prima ancora che politico dopo la stagione renziana. Uno slogan coniugato da una premessa: l’assoluta necessità di un’autocritica, di un’analisi senza remore delle ragioni di una sconfitta. Di fronte alla quale le reazioni velleitarie potrebbero essere lo scioglimento del Pd (“follia”) oppure questo mantra spesso attribuito a Renzi: «Aspettare che Lega e 5Stelle governino male per poi tornare al potere è una teoria sbagliata, perché se non cambiamo noi non ci sarà consenso. E se rimaniamo fermi ad aspettare verremo travolti».

Guardare in faccia il nemico, dunque. Reagire. Mostrare la bandiera. Ma quella di una “economia giusta”, della “lotta alle diseguaglianze”, della sostenibilità e della partecipazione. Magari in piazza. «Che è il luogo dove andiamo quando abbiamo paura e non vogliamo sentirci soli», ha scandito il candidato alla segreteria. E “Piazza grande” è il logo del manifesto zingarettiano per le primarie di marzo. Dunque non solo sinistra (“anche se io vengo dalla sinistra del partito, che non rinnego”) ma soprattutto civiche, opinioni, pensiero. E modernità. «Abbiamo preso in giro Berlusconi quando comunicava con le cassette: è durato 20 anni.

Abbiamo scherzato anche sui selfie di Salvini e Di Maio, ed eccoci qui. Il web è il luogo “anche” della politica. Dobbiamo starci, come dovremo ritornare nelle piazze. Ma se crediamo che basti stare nei quartieri sbagliamo, dobbiamo stare anche qui (e indica il telefonino ndr) . E accettare la sfida. Perché senza di noi, la democrazia sarà solo la democrazia delle maggioranza. E dopo c’è Orban…».