17/03/2019

Il mio primo intervento da Segretario all’Assemblea del Pd, torniamo protagonisti

Il mio primo discorso da Segretario del Partito Democratico. Assemblea Nazionale del PD, Roma 17 marzo 2019


Care amiche, cari amici, compagne e compagni, 

Tutto ciò che ci accade intorno ci dice che a questo punto dobbiamo muoverci, chiusa la fase partecipata e intensa delle primarie, insieme dobbiamo metterci di nuovo in cammino. Io farò di tutto per questo

Voglio ringraziare ancora una volta tutte e tutti coloro che hanno reso possibile con il loro questo straordinario esperimento di democrazia che sono le primarie. Grazie a coloro che mi hanno sostenuto e un abbraccio a quelli che non lo hanno fatto a cominciare a Maurizio e Roberto e chi ha condotto la sua iniziativa da candidato nella prima fase del percorso.

Grazie perché oltre alla scelta di una leadership, noi avevamo come compito principale quello di dimostrare all’Italia che il Partito Democratico non è per nulla spezzato e sconfitto ma è il solo e vero pilastro di una democrazia partecipata, di un confronto politico civile, con un esercito di volontari disinteressati che hanno al centro dei loro pensieri il bene pubblico e l’interesse generale.

 Molti nostri avversari, e anche qualche amico, se ce la vogliamo dire tutta, prevedevano un disastro. Una stanca partecipazione di fronte a una destra incombente che sembra invincibile. Non è stato così.  Come è stato detto, più di un milione e mezzo di italiane e italiani hanno contribuito a questo nostro grande rito di democrazia deliberativa. Anche se, diciamo la verità, siamo stanchi di dover costantemente subire esami da chi pratica il vizio dei due pesi e delle due misure. Definendo un esempio fecondo quando il movimento di Grillo, in modo un po’ oscuro e non verificabile, fa scattare cinquantamila click per decidere la sua classe dirigente; e giudicando, invece, per noi insufficiente, come già si preparavano a fare, un milione di voti espressi andando ai gazebo e contribuendo alle spese con due euro.

Comunque, li abbiamo accontentati! E abbiamo contribuito a smuovere le acque in questa fase stagnante e pericolosa per la democrazia e la politica italiana. Sì, a smuovere le acque. Qualcosa, infatti, sta cambiando. Sono segni ancora forse impercettibili. Ma in qualche settimana abbiamo registrato in tutti i sondaggi un piccolo ma significativo aumento dei nostri consensi. Grazie anche ai due splendidi candidati ripresa in Abruzzo e Sardegna. E quindi dico grazie a Legnini e a Zedda e a coloro che si sono battuti in un momento drammatico della nostra vita interna.

Questi risultati sono merito di tutti noi. È un merito dovuto, al di là di qualche sbavatura, ad un clima unitario che siamo riusciti a ristabilire. Non unanime ma unitario. Perché il pluralismo e la battaglia delle idee sono il primo nutrimento del Pd.  Ma unitario nel senso di una doverosa e urgente consapevolezza che siamo dentro a un passaggio decisivo della storia italiana che impone solidarietà tra di noi, dibattito e convergenza d’azione.

Un passaggio nel quale non è in gioco solo il colore di un governo, ma le fondamenta irrinunciabili della nostra civiltà politica, del nostro patto costituzionale, del contributo che l’Italia, dopo la guerra, ha saputo dare alla costruzione di un modello sociale più giusto e inclusivo dell’Europa che va profondamente rinnovata, ma che rimane il nostro imprescindibile orizzonte per il futuro. Ci sono dei segnali in una situazione drammaticamente nuova.

 

Ovviamente siamo solo all’inizio di qualcosa che noi ora dovremo rendere più grande. Qualcosa in grado di influenzare il corso degli avvenimenti e di cambiare i rapporti di forza in questo Paese. È, questa, una velleità? Una rituale dichiarazione di intenti che tutti si aspettano dal nuovo segretario per uscire di qui un po’ più contenti? Oppure è qualcosa di possibile, anche se ancora nascosto agli occhi frettolosi e distratti di tanti che si affidano solo alla fotografia dell’esistente?

 

Dobbiamo avere fiducia. Io sono convinto che la situazione sta cominciando a muoversi. Dobbiamo saper cogliere questi movimenti e intervenirci dentro. Con una inflessibile chiarezza strategica e una grande elasticità e velocità tattica per segnare il corso della storia.

 

Vedete, il consenso elettorale dell’insieme della destra di governo pare tenere. Eppure è chiaro che sta accadendo in mezzo a loro qualcosa. La Lega e il M5s, entrambi pericolosi, sono legati da un patto di potere. Due forza diverse che sempre più cozzano gli orientamenti dei loro diversi elettorati. E la conflittualità si esaspera in quanto la destra di Salvini sta colonizzando il suo alleato e imprime il suo umore nero al messaggio complessivo che questo esecutivo sta mandando agli Italiani.

La violenza sull’immigrazione, lo strizzare l’occhio sulla giustizia fai da te, la ricerca ossessiva di un capro espiatorio, la volontà di dividere, la volontà di spezzare l’Italia premiando le regioni più ricche del Nord, il linguaggio rozzo nei confronti delle istituzioni europee e dei nostri alleati storici come la Francia, l’esplicita consonanza con i leader più autoritari e nazionalistici come Orban, la Le Pen, fino a qualche intreccio illecito con la Russia di Putin. La predisposizione a cavalcare paure e diffidenze per far regredire la comunità verso approcci persino antiscientifici e di rifiuto della storia. La diffusione a piene mani della cultura dell’odio produce disastri incontrollabili. Allora fatemi mandare un abbraccio alla Nuova Zelanda e alla premier Ardern, che con la sua scelta di indossare quel velo ha dato al mondo un segnale bellissimo di vicinanza del suo Paese alla comunità musulmana. E questa cultura delle destre sta intaccando anche la qualità della nostra democrazia.

Da grande democrazia di un nevralgico Paese industriale, che nella sua storia è riuscita a parlare al mondo, ci vogliono ridurre a un’Italietta provinciale, isolata e chiusa in sé stessa, dominata da una conflittualità tra municipi e territori, che è tutto il contrario della valorizzazione delle autonomie e delle diversità del nostro splendido Paese, che merita molto di più, che dovrebbe ambire, perché ha la forza per farlo, ad un nuovo importante ruolo nel mondo.

Accanto a questo, dopo quasi un anno di governo, oltre a spingere con inusitata energia questo vento illiberale e regressivo, nei fatti non hanno concluso niente, se non provvedimenti spesso sbagliati e pasticciati. Non siamo noi a dirlo.  Sono i dati che parlano chiaro. Loro li chiamano numeretti, ma dietro quei numeri c’è la vita delle persone. Il Paese è bloccato e dunque sta decadendo.  Il Pil è fermo, e siamo tecnicamente in recessione. Le esportazioni flettono e calano i livelli di produzione, diminuisce il lavoro, i fatturati delle aziende crollano così come gli investimenti. Nonostante i margini maggiori concessi dall’Europa sul deficit di bilancio, allo stato attuale i tecnici più attendibili confermano che nel prossimo autunno ci sarà bisogno di una manovra di decine di miliardi di euro e che sarà drammatica.

Impossibile forse da affrontare se non attraverso una ingente imposizione di nuove tasse. Inoltre su tutte le questioni più urgenti su cui si deve dire semplicemente un sì o un no, il governo, con una fraseologia tipica della storia peggiore della vecchia politica, pronuncia solo degli imbarazzanti nì.

Nì sulla Tav. 

Nì sulle opere pubbliche.

Nì sulle autonomie. 

Nì sul sistema fiscale.

Nì sulla crisi venezuelana

Nì sul rapporto con l’Unione Europea.

Nì sulla via della seta. Con un incredibile pasticcio internazionale legato a uno strategico accordo per il futuro del commercio nel mondo.

L’Italia è un grande Paese e non si governa con i nì.

Questa è la più grande colpa di chi governa da 9 mesi!

È esattamente questo immobilismo che genera un insopportabile “costo dell’incertezza” che riduce la fiducia nel Paese, tra imprenditori e consumatori e nei confronti dell’Italia da parte del mondo. E sappiamo quanto la fiducia sia determinate per risollevare l’economia. L’Italia, così, galleggia malamente con la prospettiva di affondare presto se non accade qualcosa. E quindi sono colpite non solo le classi più deboli non vedono una possibilità di miglioramento, ma le energie migliori produttive, tecniche e intellettuali che si stanno scoraggiando, sono sbandate e senza punti di riferimento.

Molti fuggono dall’Italia, giovani e capitali. Nuovi migranti e nuovo straordinario capitale umano che abbiamo formato nelle nostre scuole e università che comincia a non vedere più una speranza per costruirsi una vita degna qui. Attenzione! Voglio dire che ci troviamo non solo di fronte a un governo che sta facendo male e di cui non condividiamo il programma. Dobbiamo saper leggere il salto di qualità, di questo tornante della Storia Repubblicana. Questo deve far scattare in noi una reazione.

Sto dicendo, infatti, che l’insieme degli elementi descritti costituiscono il tentativo di uno stravolgimento delle migliori consuetudini istituzionali, di regole democratiche consolidate, di un regime dell’informazione pubblica equilibrato, e del rispetto delle libertà delle persone e della vita dei disperati, come di quei 50 migranti che a qualche decina di metri dalle nostre coste chiedevano aiuto, vita e ai quali per giorni è stato rifiutato un approdo in grado di salvarli e non farli morire. Solo per qualche voto.

 

Non è in atto uno scontro dentro le regole della democrazia liberale, ho la netta sensazione che il salto di qualità sia proprio qui: nella rimessa in discussione della democrazia liberale come luogo della politica per agire. Ma il limite a cui si è giunti allarma anche il cuore di tante italiane e tanti Italiani che il 4 marzo scorso hanno deciso di astenersi o di votare 5stelle o Lega  nell’illusione di cambiare le cose, in polemica con il nostro partito.

 

Questo è il fatto nuovo! Infatti qualche indifferenza si sta risvegliando e soprattutto nel M5S ci solo dei segnali di ripensamento. Di Maio è ben stretto al suo accordo di potere con Salvini. Ma una parte grande di chi ha creduto in quella speranza gli si sta rivoltando contro: l’orientamento di un elettorato largo e vario è turbato e insofferente perché non rappresentato. Non è rappresentata quella speranza di cambiamento che il movimento aveva intercettato e rappresentato.

 

Non è affatto scontato che tornino a noi. 

Ma questo è il passaggio essenziale che si sta verificando nel quadro politico.

La destra si sta salvinizzando. Il governo si sta salvinizzando. Questo è un pericolo. Ma questa è anche, a certe condizioni, una possibilità di riapertura di una battaglia politica.  Infatti questa destra risorgente, xenofoba, autoritaria e di fatto complice della paralisi produttiva del Paese, ha delle colonne d’Ercole che sarà difficile per essa superare. È la Lega di Salvini –e abbiamo cominciato a dirlo- la principale corresponsabile del crollo dei fatturati delle aziende del nord del Paese. È il movimento 5 stelle il principale corresponsabile della rimozione del tema del Mezzogiorno e della svendita del Sud sull’altare di un patto di potere dentro questo governo. Dunque un campo più largo, un PD che si muove, per una risposta democratica alla Lega, dominus dell’alleanza a noi avversa: non è solo auspicabile ma all’improvviso sta diventando possibile, più credibile.

A noi spetta, insieme, muoverci, prendere da subito l’iniziativa per ricostruirlo, animarlo, popolarlo e ispirarlo. Con spirito innovativo, guardando al futuro, alla concretezza della vita delle persone e mettendo in campo una nuova fase della battaglia democratica. Per cogliere questo obiettivo occorre voltare pagina.

In primo luogo dobbiamo cambiare. Tutti noi. Lo dico con grande chiarezza. Occorre un partito diverso, aperto, inclusivo, realmente democratico, fermo nei sui valori ma dialogante ed empatico con la società. Un partito più in grado di essere percepito come amico da chi guarda a noi. Occorre un Pd che passi oltre alla difesa giusta delle cose fatte, molte delle quali decisive per evitare la bancarotta della Repubblica, ad un partito che riprenda a fare politica, riconoscendo anche i propri errori e allargando il suo sguardo a chi è stato deluso e a chi ci ha percepito lontani e indifferenti al disagio e al dolore della società italiana. Ma soprattutto un Pd che ritorni al senso più profondo della sua missione. Che io francamente non ho mai avvertito come una scolastica sommatoria delle strutture e dei programmi dei vecchi riformismi italiani.

Piuttosto ho avvertito come la valorizzazione del nucleo ancora vivo e pieno di speranza, che unisce il sentimento e la pratica umanista di diverse correnti di pensiero della storia italiana che qui devono tornare a incontrarsi, a vivere, a contaminarsi per produrre buona politica. Quel sentimento diffidente rispetto alle ideologie, alle sovrastrutture e ai pregiudizi mentali, alle ricette astratte che calano dall’alto.

Quel sentimento che ha posto sempre al centro della politica la persona umana. Niente di più rivoluzionario oggi che questo semplice intento: rimettere al centro la persona umana. Come, se ci pensate bene, ci insegnano le ragazze e i ragazzi di Friday 4 Future, che sono scesi in piazza per difendere la persona umana nel futuro. E con loro va ricostruita l’alleanza. Invece a volte tutti noi – dobbiamo farci discorsi di verità, senza scambiarci pagelle- siamo sovrastati da una gigantesca montagna di frasi fatte, di intenti roboanti, di schemi politici e di alleanze, di dati macroeconomici che dovrebbero farci capire la realtà. E poi, anche noi, dalla cima di questa montagna, abbiamo perso di vista la quotidianità della vita. Permettetemi di dire dal mio punto di osservazione di Amministratore questo è assolutamente evidente. E non abbiamo compreso quanto negli ultimi vent’anni un becero liberismo, ringalluzzito dalla fine così poco dignitosa del socialismo reale, avesse ripreso le redini del comando.

Imprimendo la sua impronta egoista alle opportunità offerte da uno sviluppo mai visto prima dell’innovazione scientifica, delle comunicazioni, delle transazioni finanziarie e commerciali globalizzate che se lasciate libere sono nemiche della giustizia del pianeta. Qualcuno prevede che noi per andare avanti metteremo da parte il riformismo per tornare ai tempi antichi.

Io dico esattamente il contrario. Che ci vuole più riformismo per affrontare il futuro. Se il riformismo alla fine si misura non sulla declamazione delle parole, ma sulla concretezza della verità dei fatti. Se il riformismo si misura sul grado di equilibrio, di giustizia, di libertà, di energia e vitalità di una società. Se il riformismo è il conflitto che noi dobbiamo determinare nella democrazia con un obiettivo: migliorare la vita delle persone. Abbiamo un immenso bisogno di questo riformismo, e lo faremo! Accidenti se lo faremo. Purtroppo, infatti, dopo vent’anni, segnati anche dalla più devastante crisi economica del dopoguerra, in cui abbiamo governato non poco anche noi, la realtà che ci troviamo di fronte è più squilibrata, triste e desolante di prima. Così come l’esistenza degli Italiani è più precaria, rassegnata e disposta ad affidarsi a questi spregiudicati imbonitori che hanno occupato la scena perché si sono sentiti troppo soli nella loro condizione umana. In Italia ci sono 5 milioni di poveri. I redditi da lavoro sono diminuiti, le ricchezze, soprattutto finanziarie, sono enormemente aumentate.

Ecco perché consideriamo indispensabile mettere al centro della nostra politica la giustizia sociale. Le nostre parole in questi anni sono rimaste indietro rispetto a quelle accorate che venivano da tante parti della società, del messaggio cristiano, in particolare di Papa Francesco. Ma ci dobbiamo intendere bene! La lotta alla povertà non è solo un dovere morale. No! È la condizione per stare meglio tutti. È difficile capirlo? Che una società divisa, attraversata di conflitti, priva di un ceto medio che consuma e stabilizza, strozzata da una povertà pubblica, produce di meno e alla fine decade? È difficile comprendere che la nostra ossessione nel chiedere investimenti per infrastrutture, nella innovazione, nel miglioramento della pubblica amministrazione è legata alla volontà di rendere le nostre imprese più competitive? È difficile capire che dovrebbe essere di tutti e di tutte in questo Paese l’impegno per avviare il più straordinario investimento della storia repubblicana sulla scuola, la formazione l’università e la ricerca? E che le imprese diventano enormemente più competitive se c’è la coesione sociale, la partecipazione dei lavoratori, la serenità nei rapporti con le persone? Che questo rappresenta anche la più grande risposta alla domanda di sicurezza individuale e collettiva che viene da milioni di cittadini?

Vedere, quello che voglio dire è che il riequilibrio tra chi soffre troppo e chi vive nel lusso, non è una “questione” di parte. Interessa tutti, tranne i grandi affaristi o i grandi monopoli, che agiscono nella loro dimensione globale, sfuggente persino agli obblighi più elementari rispetto al Paese nel quale risiedono. E da qualche paradiso fiscale una mattina alle 7 mandano una lettera di licenziamento a 500 operai solo perché hanno deciso che una parte in più di fatturato si fa in un’altra parte del pianeta. Interessa tutti un Paese che affronta questi temi della giustizia. Interessa quella straordinaria rete di piccole e medie imprese, che talvolta si indebitano per non licenziare i loro operai e che hanno salvato l’Italia dal crollo definitivo grazie alle loro esportazioni.

Interessa gli artigiani oberati dalla burocrazia e interessa chi è disponibile a pagare le tasse, ma in modo più giusto ed equilibrato. Sicuro che l’evasione verrà combattuta dallo Stato e che il fisco (altro che flat tax) sarà progressivo rispetto ai redditi e ai patrimoni, come è in tutte le migliori democrazie liberali dell’occidente e come prevede la nostra Costituzione.

Rimettiamo le cose con i piedi per terra! Orgogliosi della storia italiana. Grandi imprenditori italiani, nei momenti difficili ma non solo con coraggio hanno ricostruito l’Italia nel dopoguerra anche invocando sobrietà e misura. È stato proprio Adriano Olivetti a dire che è uno scandalo se tra le persone c’è una differenza di reddito che supera il rapporto tra 1 a 10.  Oggi, invece, un top manager può percepire anche 3000 volte di più di un suo operaio. Se diciamo queste cose non è per intraprendere una battaglia corporativa ottusamente di parte. Ma perché siamo preoccupati, sapendo che è la RABBIA non rappresentata la premessa di ogni totalitarismo e di ogni tragedia.

No. Non c’è nessun atteggiamento ottuso o corporativo. Quando parliamo di giustizia, di infrastrutture, investimenti, innovazione, semplificazione, scuola parliamo in nome della democrazia, del bene di tutti e del futuro dell’Italia.

E io sono ottimista perché avverto che questa voglia ricercare nuove vie per una economia giusta è quanto mai trasversale: parla ai giovani, agli operai e ai lavoratori che scendono in piazza e anche a quegli imprenditori preoccupati dal crollo dei fatturati che si mobilitano e anzi, molti addirittura cominciano ad andare in piazza alfianco dei loro lavoratori per chiedere più lavoro.

Dunque, prima le persone. Un Paese importante e grande come l’Italia non può essere il binomio perverso tra masse regredite pronte ad accendersi e la retorica a un tempo pericolosa e bugiarda di leader destinati a non lasciare niente di buono dopo di loro, come Matteo Salvini. C’è un disperato bisogno di costruire una nuova classe dirigente della Repubblica che dia a questo Paese un futuro degno. Questa è la nostra missione! Cosa non facile, certo, ma per questo esistiamo noi! Perché impone la sintesi tra tradizione e innovazione. Tra libertà di pensiero e tensione ideale unitaria attorno al futuro del Paese. Impone la capacità di andare all’essenza dei problemi e della natura della società umana.

Se dovessi pensare alla formazione delle nuove e migliori classi dirigenti in diversi periodi del passato, mi vengono in mente quei giovani socialisti e comunisti, che si sono formati a cavallo tra il fascismo e l’avvento della Repubblica, studiando e unendo sempre la lotta clandestina con l’approfondimento del pensiero più alto dello storicismo italiano. Oppure, e forse ancor di più, mi viene in mente Camaldoli. Il pensiero cristiano di nuovo in campo direttamente nell’agone politico, dopo la fine del liberalismo e del fascismo.  Mi viene in mente perché è stato così capace di vedere, più di ogni altro pensiero, le tragedie del Novecento che avevano ridotto gli esseri umani a pedine nelle mani di una politica onnipotente.

Parlo del passato perché bisogna conoscerlo, non per viverci ma per fare bene nel presente e nel domani. Ora dobbiamo muoverci e abitare il futuro grazie al nostro passato, del quale siamo orgogliosi. Mettiamo dunque definitivamente alle spalle le contese sugli equilibri interni, se questa è la posta in gioco, riferite ai nostri vecchi partiti di appartenenza o alle correnti che in vari modi da essi sono scaturite.  I ragazzi che l’altro giorno manifestavano neanche sanno cosa siano, questa contese.

Costruiamo insieme un nuovo pensiero di tutti. Questo l’Italia chiede oggi ai Democratici: l’indicazione di una via, una speranza, un pensiero. Fatemi dire, che si nutra dell’umanesimo integrale di Gramsci, del solidarismo e del mutualismo socialista, del personalismo cristiano, che ogni giorno dimostra essere sempre più attuale del rispetto religioso della libertà dell’azionismo laico e del pensiero radicale. Come Moro, di cui ieri ricorreva l’anniversario della drammatica giornata del rapimento, a partire dai suoi scritti giovanili, ci esortava a fare: noi non dobbiamo più neppure lambire una politica lontana dalla vita. Ripeto: neppure lambire una politica lontana dalla vita. Ecco la storia dalla quale non ci vogliamo allontanare.

Dobbiamo farlo. Una parte d’Italia sta reagendo, non sono forse state le mobilitazioni di tante persone, prima di noi, a risvegliare la coscienza degli Italiani di fronte alla protervia e ai pericoli di questo governo? Venerdì scorso le manifestazioni delle ragazze e dei ragazzi per il futuro del Pianeta. I lavoratori organizzati dai sindacati che in modo unitario il 9 febbraio hanno riempito come non si vedeva da anni Piazza San Giovanni. Le mobilitazioni di Torino. Le imponenti assemblee delle associazioni datoriali mentre eravamo impegnati nelle nostre vicende interne. I cittadini singoli, che in più di 200mila, chiamati da una rete di associazionismo straordinaria, hanno invaso Milano contro per un’idea di comunità diversa. Il movimento per la libertà delle donne. E, infine il grande segnale di un grande popolo non tutto nostro, che ha visto nelle primarie del 3 marzo l’occasione per mobilitarsi, dire la propria e riaccendere una speranza democratica. Voi non avete idea di quante persone a quei gazebo si sono rimesse in fila per una speranza, e non ci avevano votato il 4 marzo. Un segnale di disponibilità straordinario, merito di tutti, di tutti noi che ci abbiamo creduto. E che segna un’inversione di tendenza.

 

È da questi positivi presupposti, rafforzati dalla forza del ritorno di una pratica di unità sindacale CGIL/CISL/UIL, da una ripresa di confronto con le Associazioni imprenditoriali, che scaturiscono le scelte che dobbiamo saper mettere in campo.

 

Occorre una proposta per l’Italia. Il populismo è una forma di innovazione dello status quo, ma regressiva. L’unica risposta credibile non è la difesa dell’esistente ma è quella di produrre un’innovazione e un riformismo progressivo, che aiuti davvero a superare l’angoscia del presente.

 

Eccolo l’insostituibile ruolo del Pd in questa fase storica! Non voglio qui riproporre i punti del nostro programma politico. Ma credo che sia importante indicare le nostre priorità sulle quali dovremo chiamare il Paese a un ampio confronto sul nostro futuro e sulle sfide più urgenti che abbiamo di fronte a noi. E mi permetto anche di proporvi, prendendo noi l’iniziativa: se il Governo non li incontra, incontriamoli noi su una proposta di piattaforma per l’Italia: le grandi associazioni datoriali, del mondo del lavoro, del sindacato, del mondo della produzione, delle imprese e confrontiamoci con loro nei prossimi giorni su un’altra via possibile per l’Italia. Abbiamo detto “economia giusta”. Vogliamo mettere in campo un’altra politica, un modello di sviluppo di radicale cambiamento, basato sulla sostenibilità ambientale e sociale per creare benessere e lavoro. E se non lo fanno loro, lo proporremo noi, insieme a chi in questo Paese lavora e produce. Io vedo quattro pilastri, che cito solamente.

Le infrastrutture materiali. Serve un grande piano per un Italia più competitiva ma anche più connessa, più sicura, più verde e più rispettosa dell’ambiente. Gli investimenti sulle opere pubbliche sono al minimo storico. Il tema è quindi innanzitutto sbloccare quell’enorme mole di opere già programmate e già finanziate. Si sono contate 27 grandi opere ferme che attiverebbero 380 mila posti di lavoro. E speriamo che almeno su questa priorità agli annunci del Governo, per una volta, seguano i fatti. Ma non basta. Dobbiamo realizzare un piano infrastrutturale per collegare l’intero Paese e renderlo così più competitivo e con eguali opportunità per tutti. Penso soprattutto al Mezzogiorno e alle tante zone del Paese che aspettano da anni. Perché non c’è solo il no sbagliato alla Tav, c’è anche il silenzio criminale sulla domanda di infrastrutture nel sud del Paese che noi dobbiamo denunciare con grandissima forza. E non è affatto vero che le infrastrutture e l’ambiente sono nemici! Anzi, il successo della transizione energetica dipende proprio dall’impiego di infrastrutture intelligenti, a zero emissioni e resilienti. Perché, vedete, il fatto vero che ci dicono Greta e i ragazzi di #friday4future è che quella è una protesta giusta non solo perché è a rischio il futuro del pianeta e la nostra salute, ma perché è solo dalla svolta green che possiamo tornare ad essere un nuovo, grande Paese moderno che produce ricchezza. Pensate che la Germania ha installato, solo nel gennaio 2019, 579 megawatt di solare fotovoltaico, mentre l’Italia in tutto il 2018 ha installato appena 435 megawatt. E noi poi saremmo il Paese del sole… Se chi ci governa, invece di fare propaganda dai palchi delle campagne elettorali, si fosse dedicato all’amore per il Paese, i risultati sarebbero molto, ma molto diversi anche su questo. Noi dobbiamo essere quelli che indicano una via. L’Italia deve tornare a giocare un ruolo di leadership sul clima e contribuire a rendere l’Europa la prima economia mondiale a zero emissioni ben entro il 2050, per rispettare l’obiettivo di un grado e mezzo dell’accordo di Parigi.

 

E poi, oltre alla infrastrutture materiali, anche le infrastrutture immateriali che costituiscono il crinale sul quale si giocherà la sfida della competitività e della sostenibilità dei processi di crescita del nostro Paese. Per poter cogliere appieno le potenzialità di un mondo sempre più connesso e sempre più digitale dobbiamo rilanciare un grande piano per il potenziamento delle reti immateriali dell’innovazione e del sapere. Hanno bloccato tutto, è tutto nel caos, è tutto fermo. Hanno cancellato gli investimenti di industria 4.0. E invece, accanto alle infrastrutture materiali, l’altro grande pilastro riguarda proprio le infrastrutture immateriali e la ripresa di una potente lotta contro il digital divide, e cioè contro il rischio di nuove discriminazioni drammatiche legate alla collocazione geografica, al censo o al livello d’istruzione, alle differenza tra chi sa e chi non sa utilizzare le nuove tecnologie.

 

Terza infrastruttura, di cui si parla poco perché la si chiude in un capitolo del programma di governo. Per noi invece è l’infrastruttura centrale, quella della conoscenza. Tutto questo non è possibile se non rilanciamo gli investimenti sulle persone. Quindi, come ho detto, investiamo nella scuola, nell’istruzione pubblica, che deve essere l’architrave di un’ampia operazione di crescita, ma anche di equità e giustizia. Il diritto all’istruzione, riconosciuto dalla nostra Costituzione, va garantito sempre e ovunque anche con scelte radicali che le persone riescono a capire. Scelte che permetteranno un riavvicinamento a noi immediato di parti di questo Paese. Scelte radicali, a partire, dalla prossima legge di bilancio, dalla battaglia per richiedere un aumento dei salari delle maestre e dei maestri italiani e per aprire il pomeriggio in tutti i quartieri le scuole del Paese: per iniziare a trasformare quei luoghi di crescita in opportunità di incontro, di formazione e accrescere quel livello di consapevolezza di fronte a tassi di analfabetismo funzionale degni di Paesi del terzo mondo.

E infine sono infrastrutture anche il welfare e la sanità. Non crediamo nella monetizzazione del welfare come sistema di presa in carico delle persone. E quindi su questo non daremo tregua. E forse in questo il Governo avrà un problema in più, perché il Segretario del Pd da sei anni è commissario per la sanità di una Regione che in questi anni abbiamo portato fuori dalla tragedia. E quindi non ci prenderanno in giro. Se vogliamo che l’articolo della Costituzione che garantisce la sanità sia rispettato non ci sono scorciatoie: noi ci batteremo in tutto il Paese per questo, per la sanità pubblica. Occorre “quota 10”, cioè un incremento di almeno 10 miliardi nel triennio 2019-2021 per garantire e incrementare i livelli essenziali di assistenza e assumere 100mila nuovi operatori nella sanità pubblica italiana. Altrimenti tutto è una presa in giro. Questa, vedete, è la nostra Italia, è quella che si rimette in cammino per dare ai giovani non pacche sulle spalle, non per solleticare i loro slogan ma per dare loro un futuro. Ed è l’Italia che affronta così la vera priorità del nostro tempo dimenticata da questo Governo: il lavoro, il buon lavoro, il lavoro per le persone.

Lavoro in tutto il Paese ma anche e soprattutto nel Mezzogiorno. Il governo gialloverde non si preoccupa del Sud se non per chiedere voti con slogan e solleticando o rimettendo in campo le quarte file di una pessima classe dirigente del Sud Italia. Tocca a noi allora ma per favore -e lo dico anche a noi del campo democratico- facciamolo con più unita e più umiltà. Torniamo a vederci, come classe politica del nord, sud e prepariamo una proposta politica, un patto di rinascita che unisca il sud al nord dell’Italia, e che dimostri all’Europa che solo insieme ce la faremo a rimettere in campo il futuro di questo Paese.

 

E poi, ammettiamolo: il grande tema dello Stato. L’Italia non funziona. Anche per colpa della vittoria dei NO al referendum. È ovvio che questo capitolo va riaperto, perché l’Italia non ce la fa e i motivi sono chiari. Fattori cruciali: sovrapposizioni tra livelli amministrativi, lentezza della giustizia, modernizzazione e accelerazione del sistema dei pagamenti e semplificazione fiscale. Ma vado veloce: accanto a una nuova piattaforma, a una nuova cultura politica serve anche un nuovo partito. Ed è questo il nostro compito

 

Per essere all’altezza di queste sfide dovremo costruire il nuovo partito, la sua organizzazione dovrà cambiare molto, se non del tutto. E dobbiamo crederci tutti perché saremo tutti chiamati a dare il nostro contributo. Io credo in un partito pluralista, aperto, luogo d’incontro e confronto tra diversi approcci e sensibilità culturali. Credo in un partito aperto e in relazione continua e viva con chi pratica altre forme di militanza: nel volontariato, nell’associazionismo e nei comitato di quartiere. Anzi, tornino ad essere i nostri circoli i luoghi nei quali gli altri si incontrano per fare associazionismo. Non credo in un partito nel quale le idee si organizzano in filiere di gestione del potere e alla fine negano o restringono il nostro rapporto con la società italiana.

Io vi confesso che in questo mio viaggio nelle realtà locali del Paese dopo dieci anni –perché in questi anni ho amministrato il mio territorio- mi ha molto colpito quanto troppo spesso alla ricchezza positiva del confronto tra territori diversi, esperienze diverse, plurali e ricche si sia sostituita l’omogeneità e la freddezza dei terminali correntizi. Il rapporto si è invertito. È un tema delicatissimo come far convivere pluralismo delle idee, aree culturali e vivacità del partito.

Io non voglio il mio partito inteso come cultura o monocultura. Non abbiamo più luoghi nei quali si confrontano diversità e ricchezze delle città, delle Regioni, delle condizioni di vita e di lavoro.

Ma abbiamo in questi luoghi la metallica rappresentanza di organizzazione del leader. Dobbiamo destrutturare questi meccanismi e scommettere nelle potenzialità che la voce di un operaio, un imprenditrice, uno studente o di un rappresentante di Milano, di Palermo o Perugia possa arricchire con la sua identità e no quella della sua corrente la nostra discussione politica, la nostra proposta.

 

Abbiamo bisogno di un partito di differenze per essere poi in sintonia con chi non è del nostro partito. Ripeto: non voglio un partito monocorde, o monoculturale, dobbiamo cambiare il correntismo esasperato che ha lasciato fuori questa ricchezza. E ha lasciato fuori i centri di formazione e di ricerca l’elaborazione culturale e programmatica e soprattutto ha lasciato fuori troppe le persone che non hanno trovato la porta da dove entrare, e che nel pieno della loro libertà individuale vogliono partecipare al processo di decisione politica. Certo la dimensione individuale a discapito di una dimensione collettiva dell’agire politico si è profondamente radicata nella nostra cultura. Dobbiamo veramente cambiare, cultura politica e organizzazione. Dobbiamo davvero provarci, almeno per un periodo, ad abbattere l’idea di un partito fatto da tanti io e riscoprire la bellezza di un partito del noi come luogo di incontro di tante differenze nel quale se vince lui io sono ugualmente contento perché ha vinto il mio partito, il mio progetto, anche se a me in quel caso non ne viene niente di materiale e di diretto. Ecco perché nelle prossime settimane dovremo mettere in campo il disegno più adeguato, alle nostre finalità, ma intanto predisponiamoci ad aprire una fase costituente di radicale innovazione della forma-partito. Il Pd non è una bad company.

 

Possiamo iniziare da subito. Per questo proporrò nei prossimi giorni di costituire dei FORUM TEMATICI accanto ai dipartimenti, diretti da una alternanza uomo/donna nelle responsabilità. Sperimentando una forma nuova anche su come ci organizziamo. Dei Forum grandi, aperti al contributo di tanti, personalità, creativi, intellettuali, imprenditori, esperti non iscritti al PD. Ma aperti e disponibili ad essere coinvolti. Luoghi vivi che assomiglino di più alla società italiana che è fuori di noi. Ci doteremo di una ROOMDATA, un cervello nuovo della nostra struttura per costruire accanto alle strutture territoriali delle nostre strutture del Web, per il partito digitale che abbiamo promesso e che non sarà sostitutivo ma complementare e punto di forza della nostra struttura organizzata per aumentare la democrazia interna e aumentare il coinvolgimento delle persone.

 

Penso dunque ad un nuovo partito, con un nuovo Statuto che dovremo scrivere e preparare. In grado di riaprire un rapporto positivo con corpi sociali fondamentali, con il mondo della cultura, le esperienze associative e di volontariato e i movimenti, per tenere viva l’intelaiatura della democrazia italiana. Perché a noi serve un Pd forte, ma serve anche una rete di corpi intermedi e associazionismo forse anche più forte di noi per difender la democrazia in questo Paese.

E poi un nuovo protagonismo dei giovani, sia dentro il partito che nel confronto con quelli che sono fuori. La protesta dei ragazzi di tutta Europa sul clima è un fatto epocale. Io ho dedicato la mia vittoria alle primarie a Greta perché sono consapevole che lì c’è un indirizzo di riforma della politica che arriva proprio dalla nuova generazione. Apriamo, spalanchiamo quindi le porte del Partito Democratico alla nuova generazione: rendiamo disponibili le nostre sedi e i nostri luoghi. Non dobbiamo avere paura di averli vicino. E alle ragazze e ai ragazzi del Pd dico un immenso grazie per tutto ciò che avete fatto, per come avete resistito, per come avete combattuto, per il vostro impegno nei sindacati studenteschi. In anni difficili – e io ci sono passato quando avevo i capelli- avete combattuto per le vostre idee. So quanto è stato difficile per tutti voi e ora anche per voi lottiamo per cambiare: ora riflettete, discutete, combattete per vedere insieme, senza divisioni, come dare vita alle formule più efficaci per essere ancora più utili alla vostra generazione.

Il nostro programma per l’Italia, infine, sarà più forte e credibile solo se protagoniste con la loro autonomia saranno le donne. Per questo, già nelle prossime settimane, avvieremo le procedure per ricostituire la Conferenza nazionale delle donne democratiche. Senza il protagonismo delle donne vediamo subito cosa accade. Si aggirano in Italia e in Europa forze oscurantiste, pericolose che si ergono a paladine della famiglia e dell’ordine naturale ma in realtà vogliono proporre di rimettere indietro le lancette dell’orologio della civiltà umana. A fine mese si sono dati appuntamento a Verona, con il solito atteggiamento bifronte e ipocrita del nostro Governo. A loro diciamo che la famiglia è comunità di affetti, non è gerarchia o politiche ideologiche e autoritarie che mirano a costringere a casa le donne. A chi ha organizzato Verona e al nostro, su questo, squallido governo noi diciamo che alle famiglie italiane servono cose concrete: serve rafforzare il welfare, servono politiche a sostegno della natalità che cresce solo quando c’è più parità di genere, più occupazione femminile e dove ci sono vere politiche per l’infanzia a sostegno dei sistemi educativi e ai genitori. Solo allora le famiglie sono più felici, non se neghiamo tutto questo. Al nostro sistema democratico serve rispetto e servono diritti per tutte le persone, e non odio e rabbia legati a una condizione o alla scelta del proprio orientamento sessuale, che è e deve essere libera. Noi a Verona e in tutto il Paese in quei giorni ci saremo, ma nelle iniziative che le democratiche insieme all’associazionismo delle donne stanno organizzando per impedire una regressione culturale e civile che non permetteremo mai si realizzi.

Cultura politica unitaria, un nuovo programma per l’Italia, un partito diverso. Un nuovo campo. Sulla base di questo programma per l’Italia, dobbiamo, come ho detto, organizzare e ispirare il grande campo democratico che si deve opporre alla salvinizzazione del nostro Paese. Se non facciamo questo loro continueranno a vincere. Il lavoro che ci spetta è innanzitutto ricostruire un empatia con i giovani, andarci a riprendere il nostro popolo. Inabissato nell’astensionismo o fuggito verso altri partiti. Dobbiamo il più possibile radicare e allargare un Pd rinnovato e inclusivo.  Ma senza settarismi o pretese totalizzanti e egemoniche. Probabilmente in questo grande campo democratico, che si batte contro la destra e che si propone come alternativa, vorranno agire anche forze diverse civiche e locali. Bene! Forze politiche di orientamento liberale ma lontane dalla sinistra, forze moderate o persino nobilmente conservatrici che sono ugualmente lontane da un centro destra a egemonia salviniana. Non dobbiamo aprire con esse conflittualità inutili. Certo, ci sarà competizione. Ma non una concorrenza distruttiva, perché il terreno comune è la salvezza dell’Italia e della sua democrazia.

 

Infatti, il nostro compito è duplice. Riguarda il rafforzamento del Pd. E del nostro respiro programmatico e ideale ampio e plurale. E al contempo consiste nel portare ad una responsabilità comune l’insieme delle forze di opposizione; la cui configurazione allo stato attuale non è prevedibile. Lo dico ai giornalisti: non mi fate più domande sulle architetture e gli schemini delle alleanze che verranno. Noi le costruiremo nella società italiana. La responsabilità comune, innanzitutto, di tenere l’Italia ben salda alla sua Costituzione e all’Europa. Su questo sarebbe importante dare segnali chiari già nelle prossime ore nei territori e in Parlamento.

 

Si voterà in oltre 4000 Comuni italiani. Non lasciamo soli questi amici, questi compagni, questi candidati che si batteranno. In moltissimi di questi si stanno organizzando nuovi modelli di alleanze di centrosinistra e civiche; dobbiamo investire in questi processi unitari. Non possiamo sei giorni a settimana urlare contro il pericolo della destra di Salvini e poi non provare con tutte le nostre forze, con candidature credibili e programmi chiari, a ricomporre alleanze competitive per vincere. Questa sarà la nostra missione fondamentale.

 

Anche in Parlamento, vi propongo, dobbiamo fare un passo in avanti, tutti insieme. Sarebbe importante una fase di rafforzamento della collaborazione di tutti i Gruppi Parlamentari delle Opposizioni per dare vita a un coordinamento di un nuovo possibile campo del centrosinistra: non guardando indietro, non sulle geometrie politiche del passato ma nella battaglia sui temi dell’oggi.

Questo si aspettano gli italiani da noi. Noi non dobbiamo solo opporci a idee e provvedimenti che non condividiamo ma mettere in campo soluzioni migliori, unitarie e vincenti.  Non si tratta, voglio essere esplicito, di mettere indietro le lancette dell’orologio che nessuno vuole, a cominciare da chi a mio giudizio ha sbagliato a dividersi da noi. Si tratta di non rimanere IMMOBILI, in un eterno presente da contemplare, ma di avviare una rigenerazione di un campo plurale nel quale ognuno deve fare la sua parte per riprenderci il futuro di questo Paese. Il modo migliore per non lasciare soli chi nei territori sta combattendo per il suo Comune, la sua Regione è proprio far sentire che c’è un clima nuovo, di ricostruzione di una speranza. Nessuno deve sentirsi solo, ma tutti parte di una sfida comune.

Ho già avuto modo di dirlo: l’odio e il “cattivismo” non sono soluzioni per l’Italia. Occorrono idee, proposte credibili e una classe politica unitaria in grado di sorreggerla e che si deve rigenerare. I Democratici, se hanno un ruolo, è proprio quello di essere i garanti, i costruttori di questo processo da portare avanti con umiltà, unità e severità.

Il duplice compito, poi, a cui mi sono riferito lo dobbiamo già praticare oltre che nei Comuni anche nella decisiva battaglia elettorale per l’Europa. Noi abbiamo lavorato per una lista il più larga possibile, dichiarando da subito anche una disponibilità a concordare con gli altri i caratteri di un simbolo unitario. Con legittime argomentazioni la lista +Europa ha scelto di andare alla prova elettorale sotto le proprie bandiere, anche se sarei stato, com’è ovvio, più contento di un esito diverso. Eppure nel momento in cui si è verificata questa scelta, con tutto quel gruppo dirigente, abbiamo voluto ribadire che ci ritroveremo insieme nel Parlamento europeo dalla stessa parte, contro la destra e i sovranisti. Su questo non c’è dubbio. Questo come passo propedeutico e necessario a una prospettiva di alleanza anche nella battaglia elettorale politica italiana, che secondo me non lontana. Sottolineo non lontana, perché penso che il Governo non potrà reggere a lungo con questo show di agglomerato confuso dell’antipolitica che penso sia destinato a sfarinarsi, a spaccarsi e a dividersi. Il nostro problema non è, come è stato detto malamente, quello di allearci con qualcuno di loro ma appunto, a tutti i livelli, di costruire un’altra ipotesi di governo che si radichi dentro la società italiana.

 

È importante una scelta unitaria anche in Europa. Nonostante le scelte di +Europa, noi manteniamo in campo lo spirito e la proposta di una lista ampia e unitaria. Abbiamo avuto una  bella discussione anche schietta con Carlo Calenda, promotore dell’appello “Siamo europei”. Lo ringrazio. Andremo avanti, per noi è importante che il movimento di opinione che si è raccolto attorno al suo appello per l’Europa, diventi un fondamentale compagno di viaggio in vista delle elezioni di maggio. E rassicuriamo tutti. La nostra lista sarà ricca, aperta e innovativa. Perché in questa lista vogliamo far confluire, nel pluralismo delle idee, le migliori energie europeiste attorno ad un asse chiaro di difesa e di rifondazione dell’Europa proprio come è scritto nell’appello “Siamo europei”.

 

Dialogheremo e ci alleeremo innanzitutto con la società che si organizza contro il cambiamento climatico, ci alleeremo con i giovani che vogliono un lavoro che non trovano, con i lavoratori che lottano per salari dignitosi, con gli imprenditori che investono sulla sostenibilità, con le donne e gli uomini di cultura, della scienza, con coloro che credono che la battaglia contro le mafie e la criminalità organizzata sia una battaglia europea e mondiale. Ci alleeremo con i tanti, tantissimi amministratori locali che in solitudine si prendono cura dei cittadini e dei territori.

Ci alleeremo con l’altra Italia che è apparsa all’improvviso la scorsa settimana per un evento tragico: la morte degli otto cooperanti vittime dell’incidente aereo in Etiopia. Per un giorno almeno, abbiamo interrotto il racconto di un Paese incattivito e ripiegato su se stesso. Ed è emersa l’Italia operosa, generosa, innovatrice. L’Italia che non si rassegna.  L’Italia delle Ong, che per noi è importante; l’Italia che conta nel mondo perché mette le sue competenze e la sua forza in progetti concreti di solidarietà e di sviluppo sostenibile. Ci dobbiamo, insomma, alleare con l’altra Italia che sta ricominciando a sollevare la testa.

La nostra collocazione in Europa sarà nel Gruppo dei socialisti e democratici. Grazie alla scelta che innanzitutto Matteo Renzi ha fatto sciogliendo il nodo della nostra collocazione europea. Già da anni non ci chiamiamo più solo socialisti ma anche democratici. Ed è del tutto evidente che il socialismo europeo ha bisogno di svecchiarsi, di animare un dibattito pubblico assai più vivo e più stimolante, di riflettere sui suoi errori, burocratismi e difficoltà. Permettetemi di dire, di marcare ora una più netta innovazione e coraggio nella proposta di cambiamento dell’Europa. Ne ho parlato molto in queste settimane anche con Timmermans, che sarà il nostro candidato. Dobbiamo avviare un confronto anche in Italia, per evitare che il processo di costruzione di una lista unitaria, oltre i confini del PD stesso, non porti poi il Gruppo dei Socialisti e Democratici a presentare più liste. Si dovrà semplicemente avviare un confronto per coinvolgere sicuramente personalità nuove e candidature di prestigio in grado di rappresentare l’insieme delle forze che convivono e collaborano dentro questa sfida. Ci sono dei segnali importanti proprio su questa lunghezza d’onda e per questo ringrazio per la sua disponibilità Giuliano Pisapia, che ha scelto di darci una mano nell’apertura di una fase nuova.

 

Io vedo questo come un fatto positivo: pur facendo rimanere distinti i soggetti politici come accade in tanti Comuni nelle alleanze si guarda avanti e si porta avanti un progetto nella massima convergenza possibile senza dispersione di voti.

 

La lista unitaria per l’Europa parte dalla consapevolezza che l’Europa si salva se cambia, come è scritto molto bene nel manifesto Siamo Europei. Dobbiamo dare subito un nuovo segnale rivolgendoci ai cittadini in tutto il Paese. Vi propongo come prima iniziativa dopo questa assemblea di fare nostro e di raccogliere l’appello lanciato da Romano Prodi per fare del 21 marzo una grande giornata di mobilitazione per la nuova Europa. Esponendo le bandiere in tutto il Paese. Noi ci saremo. Nelle Università, nelle scuole, nei mercati, nei posti di lavoro. Dovremmo condurre una battaglia prima di tutto culturale, perché solo la costruzione di una nuova sovranità e di un’Europa federale potrà difendere la sovranità italiana.

 

E poi il programma, che dovrà avere dei punti chiari e imprescindibili. Dopo le politiche restrittive attuate in particolare da Barroso, bisogna spingere l’Europa verso la crescita, la promozione sociale, la lotta alla povertà, gli investimenti, l’innovazione, la scienza, la formazione, la scuola e l’università.

 

Democratizzare l’Europa, oggi avvertita lontana e oscura circa l’iter delle sue decisioni.

E quindi rimettere al centro la funzione del Parlamento, il solo organismo eletto direttamente.

Io dico anche: superare il metodo intergovernativo, che rallenta o blocca tutto, anche a causa del paralizzante principio dell’unanimità che forse bisognerebbe riprendere e mettere in discussione puntando a eleggere direttamente il presidente della Commissione Europea. Occorre, infine, una rinnovata integrazione europea, di tutte le sue politiche. Se l’Europa ora vuole rilanciare la sua sfida deve garantire le persone, umanizzare la globalizzazione e difendere i cittadini. Mi è capitato di dirlo in altre occasioni. Occorre un nuovo patriottismo europeo che superi e sconfigga gli arretramenti nazionalistici. L’Italia con questo Governo si sta isolando dal contesto internazionale: tra gaffes e scelte sbagliate; tra avanzate velleitarie e scomposte e ritirate umilianti.

 

Noi invece crediamo in un’Italia forte, che potrebbe essere decisiva nel costruire una patria europea in grado di riparlare al mondo; proprio a partire dalla sua storia così ricca di idee, di conquiste scientifiche, di cultura e di arte accumulate nei secoli. Nel nostro continente i nazionalismi hanno portato alle guerre, le idee universali, quando si sono realizzate in progetti politici e statuali concreti, hanno determinato impressionanti balzi in avanti nel cammino di progresso dell’intero Pianeta.

Se saremo coerenti e combattivi su questa impostazione sono sicuro che troveremo il modo di arginare la destra e i sovranisti e far avanzare una alternativa. Dovremo agire in collegamento e in consonanza anche con i partiti di altri Paesi, che pur differenti da noi, sentono il dovere di un impegno europeista.

Per questo rilancio una parola d’ordine semplice ma che dà l’idea: da Tsipras a Macron. Da Tsipras, che ha gestito una transizione tremenda nel proprio Paese, pagando dei prezzi altissimi, e anche ingiusti, per restare in Europa. A Macron, che si sta impegnando per una unità politica europea più coraggiosa e operativa. Siamo forze diverse ma in quel Parlamento condurremo una battaglia comune, a difesa dell’Europa e delle nostre democrazie.

Concludo. Vedete, fino a poco tempo fa, sembrava certo che in Italia si stesse affermando il bipolarismo tra due demagogie diverse. Quella di Grillo e quella di Salvini. Invece il voto dell’Abruzzo e poi della Sardegna, il nostro esserci mossi insieme, hanno fatto scricchiolare sensibilmente questa certezza. Abbiamo perso in quelle due regioni. Ma abbiamo vinto su un punto decisivo.  Il Pd c’è. Non solo non crolla, ma comincia ad avanzare. Solo gli altri che precipitano: il M5s in particolare e, per come è fatto, non credo avrà la capacità di correggere e risollevarsi. Cominicia a riproporsi un possibile bipolarismo tra un nuovo centrosinistra e la destra.

 

Non illudiamoci. C’è un lungo cammino ancora da fare. La bellezza della nostra vita nelle prossime settimane. Il problema, oggi, è fare i primi passi.  Per certi aspetti l’esperienza della storia ci dà coraggio e speranza. Le menzogne della destra, le promesse annunciate senza ritegno, i problemi tagliati con l’accetta, la ricerca dei capri espiatori, l’indicazione costante di nemici esterni: alla fine non reggeranno di fronte ai fallimenti reali della loro azione. Allora tenteranno di mettere in campo una nuova fase del populismo: l’attacco diretto alle istituzioni democratiche. Noi saremo lì a difendere tutti i possibili rischi di involuzione autoritaria dell’Italia. Ecco le colonne d’Ercole, ed ecco il nostro nuovo ruolo da svolgere: non dobbiamo permettere loro di superarle. Lo faremo insieme a tanti cittadini e a tanta opinione pubblica perché ci sarà una forza che chiamerà alla mobilitazione, alla riorganizzazione di un campo, di idee, di battaglie che guardano ai diritti delle persone.

E se saremo pronti, dovremo e potremo diventare il baricentro di una riscossa sociale e repubblicana. Di fronte a questo nuovo scenario, è necessario che il Pd si rimetta in moto per costruire qualcosa di diverso. E io dico, con spirito unitario. E anche con questo spirito io avanzo la proposta di Paolo Gentiloni come Presidente di questa Assemblea. Credo, che al di là di tutti gli orientamenti Paolo possa con la sua autorevolezza rappresentare per tutto il Pd un rilancio del dialogo con la parte migliore del Paese di cui in questo momento abbiamo un grande bisogno. Questa voglia di unità dobbiamo sperimentarla insieme, non con pacche sulle spalle ovviamente.

Io spero e lavorerò per questo che ci siano le condizioni per una gestione unitaria del partito e dei suoi gruppi parlamentari: nella formazione degli organismi esecutivi, nella valorizzazione delle personalità per le elezioni europee, nella possibilità di ricoprire la figura di un vicesegretario indicato da chi non ha vinto per garantire una collaborazione massima. Io sono a disposizione. Deve spingerci a farlo, nel pluralismo delle idee, la riapertura di una speranza possibile.

Noi siamo i democratici italiani. Noi dobbiamo essere la grande forza che interpreta il desiderio di benessere del Paese. Quelli che uniscono tutti coloro che vogliono costruire una paese finalmente più giusto riducendo le disuguaglianze e che vive nelle parole dell’articolo 3 della Costituzione. Un Paese che cresce nella coesione e non rimane ostaggio della guerra di tutti contro tutti. Una Paese che senza se e senza ma lotta contro tutte le mafie, in prima fila e mette l’intero partito al servizio di questa lotta senza delegarla a nessuno. Un Paese dove il lavoro cresce ed è dignitoso perché tutelato e perché è fondato su una rete della conoscenza e della formazione dove si investe molto di più.

Noi siamo quelli che vogliono e credono in un Paese che abolisce alcune folli discriminazioni, come quella degli studenti idonei ma non beneficiari della borsa di studio perché gli dicono non ci sono soldi. O che elimina la folle discriminazione di reddito tra chi è uomo o chi è donna e che non possiamo accettare in una democrazia di questo secolo. Noi siamo quelli di un Paese che fa proprio il progetto di riscatto del Mezzogiorno perché o l’Italia si salva insieme o non si salva. Una Paese coerente che ha capito che la sostenibilità non è un vincolo ma una forse la possibilità per continuare a vivere una vita degna. Dimostriamolo, nei prossimi tre mesi approviamo delibere per gli acquisti pubblici verdi nelle amministrazioni che governiamo. Un Paese, quello nel quale crediamo, dove si vive in piena sicurezza nel proprio quartiere senza paura e non perché ho la pistola nel cassetto, ma perché nel mio quartiere c’è una comunità che conosco, che è unita dalla scuola, dalla musica, dallo sport, dalla cultura, e da una presenza costante delle forze dell’ordine. Voglio un Paese dove posso pregare il mio Dio senza paura di essere discriminato, o picchiato davanti alla scuola se ho la kippah in testa. Un Paese dove posso baciare la persona che amo senza paura di nessuna discriminazione, che sia uomo o che sia donna. Ecco il Paese coerente che vogliamo, e che ha capito che la sostenibilità è la persona: è il primo patrimonio da salvare.

Io tra pochi minuti andrò via e poi tornerò. Vi lascerò per qualche minuto perché vorrei che il mio primo atto da Segretario sia portare una corona a Porta San Paolo, dov’è iniziata la Resistenza romana. E domani il mio primo impegno sarà andare in Basilicata, a lottare per vincere: in quella regione del Mezzogiorno d’Italia che non si merita chi la sta prendendo in giro. Ancora una volta, vi propongo di tenere unito l’orgoglio di una storia per vivere da protagonisti il futuro. Perché serve a questo Paese, c’è un’Italia migliore per le persone, è quella che vogliono i Democratici Italiani, dateci fiducia e vedrete tutto cambierà.