21/10/2018

L’economia giusta: la sostenibilità ambientale per creare sviluppo ed equità

Non possiamo restare a guardare l’avanzata di questa nuova e pericolosa destra che sta costruendo un paese più povero e ingiusto, che premia i furbi, penalizza le nuove generazioni e mette a rischio anni di conquiste culturali e democratiche anche in campo europeo. Dobbiamo mettere in campo azioni che favoriscano lo sviluppo di un’economia giusta, sostenibile, più vicina ai bisogni delle persone e che generi maggiori possibilità per tutti i membri della comunità di esprimere il proprio potenziale e soddisfare le proprie aspirazioni


Nicola Zingaretti, La Repubblica, 21 ottobre 2018
La stagione del duo Salvini–Di Maio nata con la promessa del sogno di abolire la povertà, sta diventando un incubo che costa e costerà agli italiani miliardi di euro che dovremo ripagare con più tasse e minori servizi. Occorre denunciarlo, ma ancora più urgente è creare un’alternativa credibile che si fondi su un’economia più giusta.
In dieci anni il PD ha dimezzato i propri voti passando dai 12 milioni del 2008 ai 6 milioni del 2018. In questi anni la semplificazione dell’analisi della disfatta o addirittura la sua negazione ci ha condannato a passare di sconfitta in sconfitta. Dire che la causa di questo cedimento sia stato l’aver perso il contatto con il popolo è un’analisi vera, ma per la quale basta una semplice lettura statistica dei dati elettorali. La questione è capire i veri motivi di questo allontanamento e per farlo dobbiamo indagare e scavare.

Anche se abbiamo contribuito a condurre il Paese fuori dalla crisi, anche se abbiamo realizzato tanti progetti e azioni importanti, la verità è che sono cresciute in maniera significativa la povertà e le disuguaglianze, ed è aumentata la frustrazione rispetto alle aspettative di benessere.

La disuguaglianza è uno dei principali problemi del nostro tempo, le ferite che provoca rendono le società più fragili e le persone più impaurite. La percezione delle diseguaglianze è fondata su fatti reali e drammatici e non riguarda solo la distribuzione del reddito. I numeri li conosciamo e comprendono praticamente ogni sfera delle nostre vite: dal lavoro alla sanità, dai livelli d’istruzione all’accesso alla cultura.
L’Italia è un Paese in cui la mobilità sociale è bloccata e dove – sempre più – fa la differenza nascere ricchi o poveri, vivere in un’area urbana o in un piccolo Comune, provenire da una famiglia con livelli alti o più modesti di istruzione.

Di fronte a questo deterioramento dell’equità sociale non abbiamo saputo interpretare e rispondere efficacemente al bisogno di sicurezza e di protezione che ci chiedevano le persone, soprattutto i più giovani, disorientati da un mondo del lavoro in rapida trasformazione dove la globalizzazione, la deindustrializzazione e la rivoluzione digitale hanno cambiato radicalmente le modalità di produzione aprendo sì nuove frontiere ma anche generando una nuova classe di lavoratori precari poveri. E questo ha alimentato la percezione di un partito lontano dai luoghi della sofferenza e del disagio.

Da questi fatti dobbiamo ripartire e con la passione e il coraggio, riorganizzarci per rifondare il legame identitario con il nostro elettorato partendo da un pensiero nuovo. Un pensiero che nasce da un concetto semplice: “Ora prima le persone” e intorno alle persone costruiamo un nuovo modello di società.

È questa la nostra sfida per il futuro. L’Italia ha bisogno di più crescita, ma soprattutto di una straordinaria iniezione di giustizia. L’economia giusta: una nuova piattaforma che sappia coniugare la crescita con l’equità in un nuovo modello di sviluppo fondato sulla sostenibilità ambientale e la qualità della vita delle persone.

Dobbiamo essere i più bravi a generare sviluppo economico e i più testardi a garantire l’equità e la sostenibilità di quello sviluppo. Produrre e distribuire secondo giustizia esige che i risultati della crescita vadano a beneficio di tutti i membri della comunità. Se molti rimangono esclusi, la crescita non serve il bene comune.

Per farlo dobbiamo ricostruire il tessuto produttivo e sociale del Paese, operare nei luoghi del disagio, investire nel capitale umano, nella cultura, nelle reti materiali e immateriali, negli asili, nella scuola e nelle università, negli spazi comuni e nei servizi alle persone, nelle politiche per le imprese per favorire l’aumento del loro tasso di innovazione, di digitalizzazione e di crescita dimensionale delle imprese stesse e per la creazione di nuovo lavoro, puntando ad aumentare in particolare il tasso di occupazione femminile attraverso politiche di genere in tutti i settori produttivi. Il mercato e l’economia diventano gli strumenti e non il fine della politica per attuare questa visione della società.

Un modello di sviluppo che si fonda sulla sostenibilità ambientale, perché uno sviluppo che risponde solo alle necessità del presente, vuol dire compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni. Il recente rapporto dell’Ipcc sui cambiamenti climatici ci impone di adottare globalmente misure per la sostenibilità ambientale del Pianeta: se non riusciremo a fermare il riscaldamento globale ci saranno conseguenze devastanti e i più poveri saranno i più esposti a queste minacce.

Ma sappiamo che la sostenibilità ambientale da vincolo si è trasformata in una straordinaria opportunità di sviluppo e innovazione. La “green economy” può essere una gigantesca opportunità per centinaia di migliaia di imprese italiane per innovare, crescere e creare lavoro.

Secondo Eurostat tra il 2007 e il 2015 nella UE l’occupazione è rimasta ferma (+0,2%) mentre nell’economia verde sono stati creati 745 mila nuovi posti di lavoro (+22%). Secondo i dati del rapporto GreenItaly (di Unioncamere – Fondazione Symbola) le imprese green hanno performance migliori di quelle non green, e nel 2017 le assunzioni di green jobs in Italia hanno riguardato quasi 320 mila posizioni. La sostenibilità ambientale è un tema proiettato sul futuro che ci permetterebbe di fare – innanzitutto nel Mezzogiorno – un grande salto in avanti in termini di qualità della vita, valorizzazione del patrimonio paesaggistico, promozione turistica, crescita economica e occupazionale di qualità, cultura del “buon cibo”.

Un grande motore di sviluppo trasversale che coinvolge interi settori e filiere e che va dalla rigenerazione urbana alla lotta contro il dissesto idrogeologico, dalla qualità, tracciabilità e sicurezza dei prodotti agroalimentari alla riconversione green delle aziende, dalla mobilità sostenibile fino alle energie alternative e all’economia circolare.

Le risorse ci sono, abbiamo miliardi di euro già programmati per le infrastrutture dai precedenti governi di centro-sinistra, per metterli in moto e spenderli dobbiamo però fare un grande sforzo di semplificazione e accelerazione delle procedure. Questo è uno dei punti su cui presenterò una proposta nelle prossime settimane.

Siamo consapevoli che non esistono soluzioni semplici per problemi complessi e che è un dovere nei confronti dei cittadini del proprio Paese gestire in modo rigoroso il bilancio pubblico, ossia le risorse che vengono dai cittadini stessi. Si tratta quindi di creare gli spazi per azioni che favoriscano lo sviluppo di un’economia giusta, sostenibile, più vicina ai bisogni delle persone e che generi maggiori possibilità per tutti i membri della comunità di esprimere il proprio potenziale e soddisfare le proprie aspirazioni.

Penso a due grandi fronti di azione per l’equità sociale.
Il primo: le politiche redistributive. Dobbiamo alleggerire il carico fiscale sui redditi medio-bassi e sulle famiglie con figli minori a carico, che hanno un tasso di povertà nettamente più alto della media. È esattamente l’opposto della Flat tax scritta nel “Contratto di governo”, che regalerebbe metà del taglio delle tasse (25 miliardi su 50) al 10% più ricco dei contribuenti! Dobbiamo porci l’obiettivo di aiutare tutte le persone in condizione di povertà assoluta (che in dieci anni sono quasi triplicate, superando nel 2017 i 5 milioni). I soldi che la manovra stanzia per il reddito di cittadinanza potrebbero essere una scelta positiva se andassero a rafforzare il Reddito di inclusione, come chiede la Caritas insieme a tutta l’Alleanza contro la povertà. Diventeranno invece una gigantesca occasione perduta se il governo smonterà il lavoro fatto in questi anni, ripartendo da zero.

Il secondo. Le politiche “predistributive”, necessarie per fare ripartire l’ascensore sociale. Penso ad un grande investimento sulle nuove generazioni, nell’ordine di un punto di PIL: dagli asili nido fino alla lotta alla dispersione scolastica, dall’estensione della gratuità dei libri di testo a una più generale nuova politica per il diritto alla conoscenza. Una dote per i giovani attivabile al compimento dei 18 anni per finanziare un progetto formativo o imprenditoriale. Penso al lavoro, cambiando le cose che non hanno funzionato del Jobs act e attuandone le parti più innovative legate alle politiche attive, e alla previdenza, rendendo flessibile l’età di pensionamento in modo più equo e sostenibile rispetto a quanto propone il governo. La sanità – garantendo effettivamente i Livelli Essenziali di Assistenza in tutto il territorio nazionale – e la casa, occupandoci dei 4 milioni di famiglie che vivono in affitto, spesso in condizioni di grave disagio abitativo.

Purtroppo le scelte dell’attuale Governo non hanno nulla di tutto questo. Il problema più importante della manovra non è il suo carattere espansivo: le politiche di austerità hanno aggravato la nostra crisi economica e sociale. Il problema è che non c’è traccia del nuovo modello di sviluppo di cui l’Italia ha bisogno. Ci sono solo nuovi debiti che ricadranno sulle spalle delle nuove generazioni compromettendone il futuro. Meno tasse per i ricchi e il condono per i furbi che hanno evaso. Maggior spesa pubblica per interessi e tagli ai servizi per i più poveri. Poco o nulla per la crescita, zero per il Mezzogiorno.

Anche nella loro azione di contrasto alla povertà c’è una pericolosa deriva culturale che va spezzata: quella che i disagiati, i poveri debbano esseri controllati perché indegni del sostegno sociale in una logica assurda per cui chi soffre è una persona inaffidabile. Ogni persona ha in sé una dignità e una sacralità che esige rispetto, non possiamo permettere uno scambio tra sostegno materiale e dignità delle persone, ci vuole grazia quando ci si avvicina al dolore delle persone.

Non possiamo restare a guardare l’avanzata di questa nuova e pericolosa destra che sta costruendo un paese più povero e ingiusto, che premia i furbi, penalizza le nuove generazioni e mette a rischio anni di conquiste culturali e democratiche anche in campo europeo, che anch’esso però va rifondato. Non si deve stare in Europa perché costretti, ma perché convinti per questo dobbiamo rifondare l’Europa, non smantellarla, facendola diventare un baluardo per difendere le persone dalla violenza della globalizzazione.

Dobbiamo rimetterci rapidamente in piedi. Il PD va rigenerato dalle fondamenta: dobbiamo cambiare radicalmente la nostra piattaforma politica e il modo di essere comunità politica, la nostra classe dirigente a livello nazionale così come nei territori.

Bisogna combattere e organizzarsi per evitare questo smottamento culturale della società, perché come affermava Martin Luther King “Può darsi non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non farete nulla per cambiarla”.