03/02/2019

Il mio intervento alla Convenzione del Pd

Ecco il testo integrale del mio discorso


Grazie,

alle iscritte e agli iscritti che in queste settimane hanno animato con passione i congressi dei circoli.

La sconfitta del 4 marzo è stata una sconfitta storica, nostra e di un intero  campo di forze culturali sociali e politiche.

Grazie dunque perché  non era affatto scontato.

Dal quel giorno abbiamo vissuto il tempo più buio della nostra storia. Dopo la sconfitta, assediati e aggrediti da una spinta culturale e politica di chi ha tentato di annullare e liquidare il nostro ruolo.

Invece no. Aggrappati all’amore per il nostro Paese, ai nostri valori alla nostra democrazia eccoci qui, a testa alta a combattere: per capire, per cambiare per salvare l’Europa e difendere l’Italia.

Da oggi per tutti noi viene la prova più difficile, più importante, più bella.

Ributtarci con umiltà e con tutta la passione possibile nella società. Portando con noi i nostri valori e le nostre idee. Sapendo che anche quando la pensiamo in modo diverso abbiamo il dovere di mostrare che si può discutere senza distruggere e rispettandoci l’un l’altro.

Molti giornalisti mi domandano cosa penso dei miei avversari in questo congresso: la risposta è sempre la stessa, nel mio partito ci sono concorrenti ma “avversari” mai.

Nessuna nota di un orchestra verrà ascoltata se la sinfonia non arriverà insieme alle orecchie di chi ascolta.

E’ importante esserne consapevoli.

Ansie, delusioni, aspettative, solitudini convivono con voglia di reagire e di combattere.

Molti hanno già iniziato: nelle piazze piene di molte città per rivendicare crescita, sviluppo, lavoro, nelle mobilitazioni per difendere la dignità umana, nei Sindaci e negli amministratori preoccupati per il futuro delle loro comunità.

Serpeggiano dubbi in tanti studenti, che hanno ripreso ad abbandonare il Paese, imprenditori, commercianti artigiani, che vedono calare la fiducia e i consumi.

C’è un nuovo straordinario protagonismo delle donne che rivendicano diritti sul lavoro, autodeterminazione e libertà dalla violenza degli uomini, opponendosi al machismo che emerge da politiche illiberali e sovraniste basate su sull’oppressione del più forte.

Cresce la percezione lo sgomento di tante e tanti che avvertono che qualcosa non va e attendono un segnale, nuovo, un progetto una visione.

Guai se non diventassimo di nuovo il punto di riferimento di chi si attiva ogni giorno per una società più giusta.

Siamo arrivati al limite. Quando si rifiuta di porgere una mano a 40 esseri umani che ti guardano negli occhi vicino alla tua costa e che chiedono aiuto, non c’entra più niente la politica.

Non si tratta di una differenziazione tra linee politiche per affrontare il tema dell’immigrazione o gli scafisti o altro.

Non è in questione il modo per migliorare l’integrazione di tanti immigrati fondamentali spesso per la nostra economia e i nostri servizi.

Non è la discussione su come garantire la sicurezza e rendere più tranquilla la vita dei nostri quartieri, spesso attraversati da tensioni che derivano da insediamenti di stranieri marginalizzati o abbandonati.

No. Si tratta di altro. Si tratta di una regressione antropologica e umana nel fare politica e nell’esercitare la forza del potere e del governo. Si apre un abisso allarmante. Si allude ad una società nel suo complesso fondata sulla prepotenza e sulla violenza.

Hanna Arendt ci ricorda parlando delle tragedie del 900 come spesso tutto è partito da apparentemente piccole fratture, piccoli gesti, piccoli soprusi che non hanno trovato una reazione immediata. A noi spetta suscitare questa reazione, subito e nel modo più ampio.

La storia dunque ci sta indicando di nuovo una funzione possibile, aprendo uno spazio a noi il compito di renderlo vivo.

Ma capiamoci.

Il nostro ruolo non è la sola testimonianza di valori nei quali crediamo, la difesa di principi che sembrano essere messi in discussione.

No. Sarebbe davvero troppo poco. Direi quasi ovvio e banale.

Io non so dove sarò tra 10 anni, ma so qualsiasi cosa accada, che di fronte all’egoismo, all’intolleranza, al razzismo noi saremo sempre dall’altra parte.

Che il lavoro senza diritti sarà sempre sfruttamento

Che di fronte e regimi come quello di Maduro noi saremo sempre con l’Europa per riportare la democrazia.

Che di fronte alla violenza delle Mafie che ci rubano la libertà saremo sempre per la legalità.

Che di fronte al ritorno al Medioevo proposto dalla legge Pillon noi solleveremo l’Italia per impedire che quella legge venga approvata.E continueremo a dire proprio noi che abbiamo realizzato il Rei che è molto giusto investire nuove risorse finanziarie per la lotta alla povertà.

Diremo e’ giusto, ma diremo contemporaneamente che cancellare qualsiasi investimento per il lavoro e politiche di sviluppo è un crimine, che trasformerà il reddito di cittadinanza in reddito di sudditanza.

Ma dire questo basta? No, non basta.

Ed è qui il punto. Il nostro ruolo non può esaurirsi in questo perché questo possono farlo in molti. A noi è chiesto altro.

Rompere la tenaglia che sta strangolando l’Italia. Una tenaglia fatta da consenso fiducia ,grandi aspettative nei confronti di questo governo e dall’altra una incapacità assoluta a soddisfare quelle aspettative.

Non so se mi sbaglio. Ma avverto che qualcosa sta cambiando.  La situazione non può essere fotografata da sondaggi e statistiche che immortalano il presente.

L’occhio penetrante della politica deve cercare di cogliere i sommovimenti più profondi e nascosti.

Questo Governo è un esperimento ad alto rischio e sta fallendo. Con un programma insostenibile e un consenso fondato su illusioni, promesse a breve termine e un insopportabile vizio a nascondere le difficoltà con slogan ed effetti speciali.

Il risultato è la recessione, l’Isolamento in Europa, dipendenza assoluta dagli umori dei mercati, l’aumento della disoccupazione, aggravamento delle disparità, il blocco dei cantieri.

Da quando questo Governo è in carica ci sono 350 occupati in meno al giorno, da 7 mesi consecutivi cala la fiducia delle imprese, crollano i consumi e abbiamo avuto a novembre 2018 il peggior risultato della produzione industriale dal 2014, lo spread continua a essere altissimo e genera un aumento dei mutui per le famiglie e le imprese.

Non c’è uno straccio di idea o proposta per il rilancio produttivo e di sviluppo del Mezzoggiorno.

Il motore dell’economia è la fiducia, il Governo sta distruggendo la fiducia nel Paese.

Molti sono delusi, disorientati e capiscono che molte illusioni si fondavano su pericolose bugie.

La tenaglia è fatta di aspettative e incapacità.

Il pericolo è rappresentato dal fatto che quando crescerà questa consapevolezza se non ci sarà pronta una altra offerta, una nuova speranza noi vivremo una fase ugualmente drammatica: la terza fase del populismo.

Dopo la raccolta del consenso cavalcando le paure, dopo il Governo la terza è già iniziata: la ricerca del caprio espiatorio che saranno questa volta l’Europa e le Istituzioni repubblicane che abbiamo conosciuto.

Ecco l’urgenza di essere pronti:

Il tema non è solo la loro incapacità. La grande questione è la nostra credibilità

Come ho detto le piazze si riempiono con diverse mobilitazioni di diversi protagonisti, l’opinione pubblica osserva un crescendo di propaganda spesso fondata sul falso e la demagogia.

Ma se la situazione è più frastagliata e presenta spazi nuovi noi dobbiamo essere consapevoli che per intercettare nuovi consensi dobbiamo passare dalla propaganda all’iniziativa e battaglia politica.

La propaganda è l’isolamento autoreferenziale e borioso, la politica è capire dove aprire contraddizioni del fronte avversario, come comprendere le ragioni che hanno allontanato tanti cittadini da noi, come indovinare le parole in grado di dare loro un punto di riferimento democratico.

Mi sono perfino stancato di dire che non intendo favorire nessuna alleanza o accordo con i 5 stelle. Chi continua a sostenerlo offende soprattutto se stesso.

Ma ribadisco che l’elettorato della Lega è stato conquistato da un idea organica di politica dell’odio. Ci vorrà tempo. L’elettorato dei 5 stelle invece è un coacervo di contraddizioni. E’ anch’esso pericoloso molto pericoloso, ma è un coacervo di spinte diverse. Di tutto e il contrario di tutto.

E noi abbiamo il dovere di capire come recuperare quell’elettorato che spesso coincide con tanti che ci hanno abbandonato.

No dunque allo scioglimento del Pd.

No ad atteggiamenti conservatori

No a giochi di palazzo per alleanze impossibili per fare da stampella a qualcuno.

Ora dobbiamo cambiare passo metterci al servizio di questa esigenza democratica.

Voltare pagina significa iniziare una stagione nuova smettendola di continuare a leggere e rileggere solo le pagine del passato. Perché la stagione che evochiamo sarà capace di sconfiggere rabbia e paura, se e solo se, sapremo uscire dall’angolo di un eterno presente e sapremo prenderci cura di un futuro che mette ansia e angoscia offrendo alle persone una identità e una prospettiva diversa.

Voltare pagina significa innanzitutto lavoro. Proporre noi alle forze produttive e sociali una patto per lo sviluppo.  In vista della nuova programmazione Europea una proposta organica che immagini un futuro credibile di riscatto del Paese e speranza per i giovani: semplificazione dello Stato, infrastrutture materiali e immateriali, legalità lotta alle mafie, trasferimento tecnologico, incentivi alle aziende e Mezzogiorno. Con un passo nuovo proponendo alle classi dirigenti del sud un disegno di sviluppo organico dalle vocazioni alle infrastrutture necessarie. E poi soprattutto scuola, università e ricerca investendo di più e immaginando scelte radicali: scuole a tempo pieno aperte in tutto il Paese, e investimento per aumentare i salari di chi occupandosi delle nuove generazioni ha il compito più importante per tutti.

Voltare pagina significa rimettersi al servizio di una missione unitaria in tutto il Paese, rivolgendoci coinvolgendo di più anche nelle nostre scelte le forze sociali, culturali, associative e civiche della società con spirito aperto, inclusivo e unitario. Preparandoci con i nostri amministratori a rifondare una cultura delle alleanze che abbiamo perso confondendo l’orgoglio di partito con la presunzione.

Voltare pagina significa non pretendere o ricercare abiure, che nessuno chiede ne cerca, ma ammettere insieme ai successi anche i nostri limiti e  che la rottura del nostro rapporto con milioni di Italiani, non è figlia di loro errori di valutazione, ma è in gran parte frutto della nostra difficoltà a leggere il dramma profondo che stava distribuendo in milioni di persone l’aumento delle disuguaglianze sociali e le difficoltà che abbiamo avuto ad entrare in sintonia con quella condizione umana.

I populismi europei rappresentano un pericolo drammatico per il futuro di tutti ma è urgente riconoscere le radici dove questi populismi si nutrono, traggono forza e rappresentanza. Se non c’è questo atto di coraggio e la messa in campo di una proposta nuova vivremo questo scontro sempre in una condizione di minorità

Ho imparato in questi lunghi anni di amministratore della mia terra, affrontando tanti problemi individuali e di sistema, che il riformismo è la forma attraverso la quale, nella democrazia, il pensiero e l’azione cambiano il destino delle cose.

Il riformismo è conflitto nella democrazia.

Oggi c’è bisogno di un riformismo che migliori la vita.

Viviamo nell’era delle accelerazioni. Le connessioni a internet hanno superato il numero delle persone. Non è mai stato cosi facile accedere alle informazioni, condividerle scambiarle. Non solo tra le persone, ma tra persone e macchine e dispositivi digitali. La mole di dati che stiamo generando è incredibile già oggi gestita dalle nuove forme di intelligenza artificiale che sta rivoluzionando l’idea stessa della parola macchina. I robot l’automazione cambiano continuamente la qualità, la quantità del lavoro e stanno stravolgendo intere filiere produttive, che cambieranno totalmente anche gli spazi urbani perché diverso sarà muoversi, consumare accedere ai servizi. Gli sviluppi della genomica potranno migliorare come non mai la vita. E conferma che la vera ricchezza del futuro sarà distribuita dalla diffusione della conoscenza.

Quindi grandi possibilità, ma sappiamo che l’innovazione accompagna il genere umano portando insieme alle opportunità i rischi.

Nel tempo globale si prende atto di tutto ma spesso senza giungere a una conoscenza. Si ammassano informazioni e dati senza spesso giungere a un sapere. Si accumulano amici e follower ma nel momento del bisogno improvvisamente ci si sente soli di fronte all’immensità del globale, che diventa guardate qualcosa di drammaticamente concreto quando operaio alle 7 di mattina ti arriva la lettera da un Paese lontano che ti comunica che dal 1 del mese successivo non hai più il lavoro. Ed è in questa condizione di relazioni fragili con il mondo che cresce l’insicurezza delle, nelle grandi periferie urbane o nei piccoli paesi delle aree interne che si sentono abbandonati e soli.  Se la politica non assume questa condizione umana come priorità, passa l’antipolitica, non risolve ma la rappresenta.

Ecco perché serve una presenza forte di un nuovo pensiero democratico.

Nessuna paura o freno, nel vivere l’innovazione, nessuna pigrizia ma protagonismo e riformismo per indirizzarla verso l’emancipazione e la liberazione della persona.

Il fuoco uccide o salva l’uomo. La differenza è l’uso.

Se non è forte un pensiero questi processi creano solitudine e paura e la paura cerca rappresentanza. Crea chiusura e rifiuto dell’altro alla fine odio e rancore.

Ecco perché per ricominciare “prima le persone” o ricerca per una “economia giusta fondata sulla sostenibilità ambientale e sociale”. Perché non serve un generico spostamento del “pd più a sinistra”, una manovra tattica o una nuova geometria delle alleanze. Serve una ricollocazione politica e sociale ideale e programmatica dei democratici italiani.

Mettere al centro le questioni della giustizia non è una concessione al passato. E’ affrontare nel modo giusto anche il tema della sicurezza.

E’ la ragione stessa che ci ha scaturito come democratici.

Ed è la misura per affrontare nel modo migliore la modernità difficile che ci ha investito, a partire soprattutto dai rapidissimo e giganteschi processi di globalizzazione.

Oggi prevale lo smisurato.

Sono smisurate le distanze tra ricchi e poveri.

Sono smisurate le differenze tra ciò che guadagnano i top manager e gli operai. E’ smisurato in alcuni il desiderio di produrre e consumare anche a costo della devastazione ambientale. E’ smisurata la politica: con l’odio che esprime, l’invettiva che prevale su tutto, l’ipertrofia dell’io che costruisce leader che gradiscono solo i si, il consenso o la sottomissione e non sopportano i no, la critica e la presenza degli altri.

La misura rende più armonica la società, gli equilibri delle distanze sociali rendono più coesa la vita delle persone e le toglie dalla solitudine. Un lavoro meno alienato e più partecipato anche negli utili, rende la partecipazione più competitiva.

La giustizia parla del nostro possibile futuro. L’onnipotenza non governata del neoliberismo porta inevitabilmente non solo a insopportabili sofferenze sociali ma anche e soprattutto alla distruzione del Pianeta, e a far tornare indietro, persino antropologicamente gli esseri umani in un isolamento segnato dall’ansia della competizione.

Ecco perché dico dobbiamo ripartire dal tenace sforzo di accorciare le distanze tra chi ha troppo e chi non ha nulla, tra chi sa e chi non sa, tra chi gestisce i potere e chi è destinato solamente a subire e quindi odia.

Dobbiamo offrire all’Italia una identità un buon futuro.

Contro un empatia dell’odio, proponiamo una empatia della giustizia.

Sostenibilità ambientale non è un orpello per i convegni. Ma è la via utile per riconvertire la produzione in modo sostenibile, per intervenire su territorio, sulla mobilità, sulla gestione dei rifiuti, la produzione di energia  per poter continuare ad abitare il futuro, e rimettere in moto l’economia creando lavoro e benessere.

E sociale. Significa che la lotta alle grandi disuguaglianze del presente sono l’unica prospettiva possibile per avere un futuro. Non solamente per una questione di giustizia sociale, ma perché questo assetto economico porterà il mondo e le democrazie ad implodere. Non dobbiamo limitarci ad aiutare chi è rimasto indietro, ma rompere lo schema economico per il quale una grossa fetta della popolazione rimane indietro.

Dovremo dunque lavorare aprendoci alle energie migliori della società costruendo nuove politiche e lanciando grandi campagne nella società che ricostruiscano tra noi e le persone una empatia profonda con proposte e visioni per la crescita e la giustizia sociale presidiando e aiutando la piena riuscita di tante occasioni di mobilitazione nei territori a cominciare dall’appuntamento del 9 febbraio lanciato da cgil cisl e uil. Sindacati e corpi intermedi forti rendono la democrazia più forte, per questo salutiamo come positivo l’esito unitario di un grande sindacato come la Cgil con l’elezione di Landini.

Ho scritto al Presidente Conte, la smettessero di raccontare bugie al paese e cambiassero politiche se ne sono capaci. Si possono subito fare cose utili: sbloccare subito le opere finanziate, chiamare i sindaci e aiutarli a sbloccare un piano di opere contro il dissesto e la prevenzione sismica. Ritornare  e rifinanziare incentivi agli investimenti ai privati che hanno cancellato . Rimettere mano al decreto dignità che rischia di toglierla . Ripensare la cosiddetta Flat Tax che porterà al crollo delle assunzioni di dipendenti e al boom di lavoratori precari con finte partite Iva.

Ma soprattutto prepariamoci ad aprire grandi vertenze per le difesa delle persone.

Prima fra tutte la sanità.

Sappiamo tutti che senza un grande investimento sulla salute, in Italia sarà sempre più difficile garantire i livelli essenziali di assistenza. La situazione rischia di diventare drammatica molto prima di quanto immaginiamo, nessuno ne parla e a guardare guardare i conti che non tornano prepariamoci a una opposizione popolare contro il rischio di tagli.

Ma dobbiamo andare oltre, lanciamo una grande campagna per far coincidere la discussione sul nuovo patto per la salute con la scommessa quota 10 per il prossimo triennio, 10 miliardi in più per 100.000 nuovi assunti nella sanità pubblica italiana.

Per nuove politiche serve una nuova Europa.  L’Europa è il nostro destino.  I sovranisti, i nazionalismi affermano una sconcertante bugia: senza l’Europa tutto andrebbe per il meglio.

Ingannano le persone.

Sappiamo che e’ vero esattamente l’opposto senza Europa nessun Paese europeo da solo ha un futuro. L’Europa anche per questo è sotto attacco da parte da chi ha convenienza ha disegnare un altro punto di equilibrio nel pianeta.

Il Governo si è incamminato sulla linea dello scasso, della provocazione, quasi non fosse un Governo di un paese europeo contribuendo di fatto al tentativo di liquidare l’Unione, non di riformarla.

Eppure l’Europa è fiaccata nella sua credibilità da tanti errori e sottovalutazioni nelle sue politiche che hanno visto protagonisti sempre più i governi e meno centrale l’ambizione di un comune progetto europeo.

La conduzione moderata della commissione ha imposto l’austerità con tutto ciò che ne è seguito e bene in questi hanno fatto i nostri governi a battere su questo tasto.

Ma ora occorre una svolta.

Per difendere l’Europa dobbiamo cambiare l’Europa. Rifondarla, come è scritto nel manifesto promosso da Carlo Calenda e tanti altri.

E dobbiamo farlo, e io lo condivido, dentro una ricerca e uno spirito unitario per riaggregare forze ed esperienze da unire dentro una sfida comune.

Il pd dovrà svolgere un ruolo positivo in questo sforzo unitario, non chiuso o settario.  Dovremo contribuire ad arricchire una piattaforma per una nuova Europa.

Non ci battiamo per un europeismo di maniera, per una Europa astratta contro i populismi e il malessere che raccolgono.

Noi ci batteremo per un Europa che ritrovi la sua identità sociale rilanci il suo protagonismo nella produzione nel sapere  e nella conoscenza e che si dia una nuova missione per il XXI secolo, all’altezza del nostro tempo che non potrà che essere umanizzare gli effetti della globalizzazione.

Ci batteremo per un unione politica con istituzioni più semplici e un riequilibrio di potere che riduca l’assetto intergovernativo a favore della rappresentanza democratica e di un governo politico fino all’elezione del Presidente degli Stati Uniti d’Europa.

Il nuovo gruppo dirigente del pd avrà una missione importante e decisiva.

Se vuoi la pace, prepara la pace. Diceva uno slogan del movimento della pace. Io dico:” se vuoi l’unità prepara l’unità

Bisognerà ascoltare e unire differenze proporre sintesi avanzate, radicare nella società questa sfida. Rendere protagonisti e partecipi i tanti e le tante che vogliono contribuire: i federalisti, forze europeiste, gli intellettuali che con Cacciari e altri hanno proposto altri contributi, il nostro gruppo al Parlamento europeo che ringrazio per questi anni di immenso lavoro e per il manifesto che hanno prodotto uniti come contributo alla discussione.

E poi bisognerà lottare in ogni luogo per vincere

Per farlo serve il Pd. Un nuovo pd e io sono convinto che possiamo farcela.

In tanti in questo momento attendono un segnale, una speranza un colpo che segni l’apertura di una fase nuova. Quando tutto sembra scritto o ci si sente soli nel disagio si cerca intorno un appiglio, un motivo per riprendere la speranza, per ricominciare. Per non arrendersi.

Ecco il senso più profondo di quello che dovrà diventare il 3 marzo 2019.

L’avvio di un nuovo tempo: il tempo per ricostruire. Una speranza, una comunità, una nuova via una alternativa.

Se non lo facciamo noi non lo farà nessuno.

Venite tutti e avvieremo una stagione, nuova con il protagonismo di coloro che rischiano di pagare di più i danni di questo Governo, i giovani.

Il protagonismo il contributo potente che può venire da una piena  autonomia delle donne.

Il protagonismo sapiente e concreto che verrà dalla piena partecipazione e il coinvolgimento pieno degli amministratori nelle scelte politiche.

Dobbiamo credere in un Pd radicato nel territorio, attivissimo nella rete, vicino alle persone, capace di portare alla politica i protagonisti attivi di quella che mi piace chiamare la società responsabile.

Un pd dove ruoli e responsabilità si ottengono con il merito e non per appartenenze

Il Partito lo ricostruiremo non da soli, ma aprendoci alla società e trasformando il nostro modo di essere ridando centralità al potere della persona. Offrendo nuove opportunità di appartenenza. Ridando centralità ai luoghi della vita. La polis si fonda sulla prossimità, cioè sulla vicinanza ai bisogni del prossimo e sulla capacità di far contare questi bisogni nelle nostre politiche.

Apriremo una fase costituente,  chiamando tante e tanti ad essere protagonisti di questa sfida ma guardate non prendiamoci in giro tra di noi.

La vera riforma non sarà mai solo organizzativa. Dobbiamo cambiare perché convinti che più di tutto occorre cambiare la nostra cultura politica.

Troppo fondata sul sospetto e troppo poco sul rispetto.

Riforma del partito è dire basta ad una partito fondato sugli antirenziani, gli antifranceschiniani,  gli antiorlandiani , gli anti boschiani .

Con quello che sta accadendo alla nostra democrazia L’Italia si aspetta che tornino in campo i democratici italiani.

Ricchi di identità, idee,storie come lo è l’Italia ma legati da uno spirito nuovo e unitario

Impegnati tutti a ricostruire una empatia con il nostro popolo fondata sulla capacità insieme a trovare le formule migliori per salvare l’Italia.

Mi candido alla guida del pd per aiutare a voltare pagina superare questa fase, proiettarci nel futuro, e ritrovare l’entusiasmo con cui siamo nati.

E possibile? Si è possibile. Non vi prometto che sarà semplice, ma vi giuro che combatteremo  senza sosta: perché l’Italia merita un partito democratico diverso ma l’Italia ha bisogno del Partito Democratico.