11/04/2018

Il segreto del mio successo

Un libro che mi ha cambiato la vita a 17 anni è ‘L’Agnese va a morire’ di Renata Viganò, la storia di una contadina ignorante che percepisce con enorme chiarezza il senso del giusto e dell’ingiusto. Quel libro, allora, ha mosso qualcosa dentro di me, è stato come l’inizio di questa mia avventura, ed è il motivo per cui mia figlia si chiama Agnese. Dobbiamo lavorare ancora per aprire un dibattito in cui ogni voce deve avere diritto di parola per ricostruire, insieme, un pensiero collettivo. Siamo qui per questo: la scommessa è ricostruire una speranza, e la speranza passa per le soluzioni. Leggi la mia intervista a Vanity Fair e dimmi cosa ne pensi


Intervista di Silvia Nucini, Vanity Fair, 11 aprile 2018

In un giorno indeterminato della giovinezza di Nicola Zingaretti c’è stata un’onda: «Sai quando cammini sul bagnasciuga, tu non te l’aspetti, lei arriva, e ti ritrovi tutto bagnato? Ecco per me la politica è stata una cosa così. Non l’ho mai scelta, mi ci sono trovato in mezzo, zuppo», E anche il 4 marzo 2018 c’è stata un’onda che ha spazzato via la sinistra come l’abbiamo conosciuta. Ha travolto tutti, tranne lui che è rimasto in piedi e asciutto, rieletto governatore della Regione Lazio. «Trecentocinquantamila persone hanno votato contemporaneamente Grillo e me, Salvini e me». Una specie di miracolo – ma lui direbbe, semplicemente, «frutto del lavoro» – che gli ha regalato un ottimismo che, a oltre un mese di distanza, non accenna a lasciarlo. Asciutto e felice. Nella casa di Prati, dove vive con la moglie Cristina e le figlie Flavia e Agnese, tutto è molto ordinato, ma anche poco istituzionale: una casa normale, di persone normali. «È la normalità che aiuta a restare umani. Io faccio la spesa, cucino, prendo l’autobus, ma senza fotografi intorno. Se vedi le persone solo ai comizi non le comprenderai mai. Se vivi in un dirigibile non riesci a farti interprete di chi non vive in quel dirigibile».

Figlio – insieme al famoso Luca e ad Angela – di un direttore di banca «che non ha mai fatto un’assenza in 40 anni di lavoro» e di un’impiegata dell’Inail, della sua infanzia ricorda la vita di quartiere, alla Montagnola, e la sensazione forte di essere parte di qualcosa. «Le sere a vedere, con tutta la famiglia, i film della rassegna di Massenzio, e le gambe di mia madre su cui mi addormentavo sulla spiaggia di Castelporziano, dove andavamo per seguire il Festival dei poeti. Era una bella Roma, in cui ti sentivi legato alle persone, anche a quelle che non conoscevi, attraverso il fare insieme le cose».
Poi un giorno dei suoi 17 anni legge L’Agnese va a morire di Renata Viganò. «Una contadina ignorante che percepisce, però, il senso del giusto e dell’ingiusto». Gli si muove qualcosa dentro, comincia a camminare su quel bagnasciuga e, molti anni dopo, chiamerà sua figlia Agnese.

Questa esperienza che racconta, di una famiglia piccolo borghese di periferia che partecipa alla vita culturale della città, non le sembra impensabile ora? «Ora della dimensione collettiva si ha paura. In questo i social network sono stati regressivi. Nel Colosseo di duemila anni fa al popolo era concesso di esprimere un giudizio solo con un pollice su o verso. Ora su Facebook è la stessa cosa: giudica, ma non pensare. Crediamo che l’unico scopo sociale che abbiamo sia giudicare gli altri. Ma la storia delle democrazie e del ‘900 stesso ci insegnano che l’individuo diventa se stesso attraverso il pensiero, non attraverso il giudizio».

Dicono di lei che sia un politico intellettuale. «Non certo nell’accezione di puzza sotto il naso, ma nell’ossessione di capire cosa mi sta intorno sì. Non credo che a problemi complessi possano essere date risposte semplici: sarebbe una truffa. Ho la sensazione che in Italia ci sia una classe dirigente talmente incapace di risolvere i problemi che ha dovuto cercare di esistere solo attraverso le narrative. C’è una politica che rispetto ai problemi cerca il capro espiatorio, ce n’è una che i problemi li racconta e li esalta, e invece io spero che il mio partito possa essere quello che i problemi li guarda e li risolve. Il grande assente di questa fase storica è chi ha le soluzioni e il progetto politico per attuarle».

C’è stato anche chi, nel suo partito, diceva che dei problemi parlavano solo i gufi. «Quello è stato un tentativo, anche legittimo, di spronare verso l’ottimismo. Ma quando poi eccedi anche quella diventa una trappola, perché smetti di rappresentare il dolore. Per portare fuori dalla stanza le persone devi dare loro la mano. Se stai fuori dalla stanza e dici “Oh, fuori è una figata” succede quello che è successo: si incazzano come bisce birmane. Per indicare una via al tuo popolo, devi essere parte di quel popolo. Se sei troppo lontano, non sentono più la tua voce».

Lei è stato spesso in disaccordo con Renzi, ma non ha mai aperto un fronte con lui come hanno fatto Bersani e D’Alema. «No, e non l’ho fatto perché credo che chi parla male degli altri lo fa perché non ha niente da dire su se stesso. Io senza problemi ho votato sì al referendum, ho sostenuto tante scelte, a prescindere che le proponesse Renzi o meno. E non è una cosa scontata perché oggi nel Pd, come direbbe Totò, “a prescindere”, uno è contro: una cosa totalmente infantile. Io con Renzi ho avuto sempre un rapporto sereno perché franco. Di solito ci parliamo dopo le sconfitte. Di quella del referendum forse non lo abbiamo fatto abbastanza: in quel no c’era un grido d’allarme che non siamo riusciti a raccogliere».

Renzi si è complimentato con lei per la sua vittoria? «Mi ha mandato un WhatsApp».

Il Partito democratico ha un futuro? «Non penso che la situazione sia drammatica, come dimostra il voto del Lazio. Sento però l’esigenza di un nuovo movimento democratico che rompa gli schemi, metta in campo un nuovo rapporto con i giovani. O noi facciamo un grande investimento sul capitale umano dei giovani o l’Italia – tutta, non solo quella di sinistra – non ce la fa. La mia vittoria ci dice che la partita è apertissima. E non dobbiamo sempre buttare la palla in tribuna dicendo “dipende”».

C’è questo piccolo problema delle divisioni interne. «La fragilità del Pd sta nel fatto che ora due posizioni differenti sono due posizioni inconciliabili, intorno alle quali si organizza il dissenso. Diventa il Truman Show dove ci sono la donna, il lavoratore, il giornalaio e il panettiere ma non sono le persone vere. Dobbiamo avviare un dibattito in cui ogni voce ha diritto di parola per ricostruire, insieme, un pensiero collettivo. Dobbiamo chiedere a tutti di spingere con umiltà».

Crede che i valori tradizionali della sinistra siano davvero quelli a cui la gente tiene in questo momento storico? O piuttosto le urne ci parlano di esigenze diverse, come la sicurezza e il lavoro? «Io credo che sia giusto che le persone che hanno paura chiedano allo Stato di essere difese. La scommessa è ricostruire una speranza, e la speranza passa per le soluzioni. È velleitario rispetto alla disoccupazione dire: la colpa è dell’immigrato. È velleitario andare sui palchi e raccontare i problemi della gente alla gente che ha problemi, perché il semplice racconto non ne è la soluzione. C’è un attorcigliarsi di retorica e capri espiatori. La seconda parte dell’art. 3 della Costituzione dà alla politica il compito di rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione dell’individuo. Penso che la politica uscita da queste elezioni non lo abbia capito».

Pare che con un’elezione interna della famiglia Deirio, i suoi 9 figli abbiano bloccato ogni velleità di ulteriore carriera del Ministro. Lei riesce a conciliare lavoro e vita? «La nascita delle mie figlie, che ora hanno 17 e 13 anni, mi ha reso inconcepibile l’idea di trascurare la famiglia. Non esiste che io non vada a una loro recita scolastica perché ho un appuntamento istituzionale: abbiamo visto troppi film con bambini smarriti che dal palco della scuola cercano tra il pubblico i loro genitori e non li trovano. Non potrei fare un lavoro che mi isola da loro e da mia moglie: condividere è una forma dell’amore».

Da quanto vi conoscete lei e sua moglie Cristina? «Ehhh. Le dico solo che abbiamo studiato per la maturità insieme. Però da allora ci siamo presi e lasciati un po’ di volte. Ma quest’anno sono 20 anni di matrimonio».

Che persona è Cristina? «Riservatissima. Parlo di lei soltanto perché non è qui, adesso. E di un rigore etico assoluto: sul lavoro, nel rapporto con le persone, con se stessa. Ha dei principi e vive su questi principi senza farsi e fare sconti. Una cosa bellissima, questa, che ha trasmesso alle nostre figlie. Io sono un po’ più morbido e infatti le ragazze mi sgridano. Se metto i piedi sul divano, urlano tutte».

E poi c’è suo fratello Luca. «Sì, ma c’è anche Angela. Siamo tre fratelli molto uniti e questo penso sia il risultato dello straordinario lavoro che hanno fatto i nostri genitori, che ci hanno insegnato l’amore nel significato più bello del rispetto e di condividere le gioie dell’altro. E ci hanno sempre ricordato che siamo qui per caso».

In che senso? «È una storia di famiglia. Il 16 ottobre del ‘43, quando ci furono le deportazioni degli ebrei a Roma, i nazisti entrarono anche a casa dei miei nonni materni, indirizzati lì da un vicino fascista. Mio nonno, ebreo, da qualche giorno si era nascosto in un convento di suore, e così trovarono solo mia nonna, e mia madre attaccata alla sua gonna. Le chiesero se era la famiglia Di Capua e lei ebbe la lucidità di dare loro un documento con il suo cognome da nubile, Rippo. “Siamo Rippo noi, vi siete sbagliati”. Se non fosse stato per quel gesto le avrebbero portate ad Auschwitz e uccise, come è successo alla mia bisnonna Ester, la madre di mio nonno, e noi come ricorda sempre mia mamma – non esisteremmo. Questa nostra storia è la stessa di molte famiglie romane, in cui, come da noi, si festeggiava la pasqua ebraica e poi si andava a messa».

Che le strade sua e di Luca divergessero è stato chiaro fin da quando eravate ragazzi? «Sì, perché siamo molto diversi, anche se poi siamo diventati tutti e due personaggi pubblici. Luca è più irascibile, io più riflessivo, Angela più organizzativa. Insieme facciamo una persona perfetta».

Mentre lei stava impegnato in sede di partito, lui usciva con le ragazze? «Be’, ma anche io. Io mia moglie l’ho conosciuta in un corteo».