08/05/2019

La nostra prima battaglia: la lotta alle disuguaglianze

Il nostro impegno è quello di trovare strade nuove, di ricostruire un soggetto politico che porti avanti le sue idee e i suoi valori con i piedi ben piantati per terra, senza commettere gli errori di questi anni. Alcuni stralci dell'intervista di Gad Lerner a Nicola Zingaretti contenuta nel libro del segretario Pd "Piazza Grande", in uscita domani per Feltrinelli


di Gad Lerner, La Repubblica, 8 maggio 2019

“In questo ventennio ha prevalso l’assillo del governo, la ricerca di strade nuove non è stata adeguata né costante”.

Pubblichiamo stralci dell’intervista di Gad Lerner a Nicola Zingaretti contenuta nel libro del segretario Pd “Piazza Grande”, in uscita domani per Feltrinelli.

Non sarà stato un bene per il Pd avere perso Palazzo Chigi? Una bella dieta lontano dal potere, oltre che meritata, non potrebbe essere salutare? «L’opposizione non è solo una parentesi, una perdita di tempo, ma può diventare una feconda stagione di trasformazioni. Se vogliamo dirla tutta era da oltre vent’anni che la sinistra si concentrava sull’obiettivo di conquistare il governo. E se risalgo fino alla caduta dei regimi socialisti del 1989, mi rendo conto che si presentavano di fronte a noi due problemi connessi, anche se distinti. Evitare che sotto le macerie del Muro di Berlino rimanessero sepolti ogni ideale di liberazione umana e ogni visione critica sugli assetti dominanti della società. E poi sbloccare finalmente un sistema politico che la Guerra fredda aveva congelato per decenni».

In quel passaggio fu messa una sordina alle critiche del capitalismo? «Vede, nei periodi in cui è toccato a noi guidare il governo abbiamo ottenuto risultati importanti, a cominciare dal primo governo di Romano Prodi. Abbiamo salvato la Repubblica dalla bancarotta e riparato i danni incalcolabili prodotti dai governi di centrodestra. Ma dobbiamo riconoscere che in questo ventennio la ricerca di strade nuove per la trasformazione delle strutture sociali, e la salvaguardia di culture alternative al senso comune della destra, non sono state adeguate né costanti. Ha prevalso l’assillo del governo. Governo, governo, solo governo».

Nel passato recente più di un sindaco del Pd ha scelto di passare a un impegno romano a tempo pieno invertendo l’ordine delle sue priorità. «Sono certo che la ricostruzione di un soggetto politico che porta avanti le sue idee e i suoi valori con i piedi ben piantati per terra passerà attraverso questo incontro. Mi capita di gettare un occhio ogni tanto sull’agenda degli impegni quotidiani di Matteo Salvini. La sua forza politica deriva da quell’agenda fatta di giorni e giorni di viaggi nei piccoli Comuni».

La sinistra italiana è salita per la prima volta al governo nazionale del paese nel pieno di un ciclo neoliberista in cui lavoro dipendente ha perso valore. Era inevitabile che perdesse la sua capacità di rappresentanza delle classi subalterne? «Sì, è esattamente questo il fenomeno che spiega il nostro progressivo distacco dalle classi subalterne. Le voglio dire una cosa che può apparire blasfema, ma che con la serenità degli storici diventerà in futuro sempre più evidente. Non voglio essere equivocato: il crollo del comunismo, trent’anni fa, nel 1989, fu certamente un enorme fatto positivo per milioni di persone che vivevano sotto regimi autoritari, chiusi in se stessi e incapaci di garantire un minimo di benessere. Eppure…».

Eppure? «Eppure non abbiamo compreso tutte le implicazioni, gli effetti geopolitici di quell’enorme sommovimento che liberava felicemente energie troppo a lungo oppresse. La dissoluzione del blocco dei paesi comunisti, il superamento di quei regimi in senso liberale, imponeva alle forze democratiche e della sinistra l’elaborazione di un pensiero critico in grado di evitare che sotto quelle macerie morisse soffocata ogni spinta alla liberazione umana. Nell’insieme non siamo stati all’altezza di questo compito».