05/06/2020

Perché dico sì al Mes senza se e senza ma

Dobbiamo puntare ad avere il miglior sistema sanitario d'Europa e del Mondo, è un obiettivo credibile e possibile. Per farlo abbiamo bisogno di grandi investimenti e per questo il Mes è fondamentale. Fino a 36 miliardi di euro senza condizioni a tassi bassissimi che permetterebbero di fare un grande salto nella qualità della sanità pubblica


Il mio pezzo su “Il Sole 24 Ore”, 5 giugno 2020

Serve un cambio di rotta, servizio sanitario va letto come grande driver di sviluppo e di benessere. La più grande infrastruttura pubblica di questo Paese che ne contribuisce alla ricchezza complessiva. La spesa sanitaria, oltre che a tutela della vita, è un investimento produttivo importante in un settore con un alto livello di capitale umano e ad altissimo tasso d’innovazione, come quelli legati alle nuove frontiere della ricerca, della cura e dell’assistenza. Investire nelle scienze della vita, questo ci deve insegnare la grave pandemia in corso e rendere accessibili a tutti le cure in un Paese che ha il tasso di natalità più basso in Europa e nel contempo uno dei Paesi al mondo con la popolazione più anziana. Una longevità che spesso si ritrova a convivere con le gravi difficoltà delle malattie croniche, soprattutto negli ultimi anni di vita.

Occorre ripensare totalmente la cronicità e l’assistenza agli anziani. Superare la cultura dello scarto per chi esce dal mondo della produzione. La logica dettagli alla spesa sanitaria, sono la pressione del risanamento finanziario, è stata una strategia sbagliata che ha causato un arretramento dell’accessibilità ai servizi sanitari e ha favorito il senso di insicurezza dei cittadini.

Il coronavirus ha reso evidente le necessità di promuovere il potenziamento e l’ammodernamento del nostro sistema sanitario: ospedali, ma anche tecnologie digitali, presenza sui tenitori, prevenzione, ricerca e la necessità di costruire un nuovo sistema di presa in carico. Ora dobbiamo aprire una nuova fase per costruire un nuovo modello basato sulla rivoluzione digitale e il rafforzamento della rete territoriale di sanità pubblica. Dobbiamo rompere finalmente le canne d’organo che separano la gestione della sanità dai servizi sociosanitari e sociali. Lavoriamo a una forte presenza territoriale: l’esempio delle unità mobili pronte a intervenire e a dare assistenza nei territori, sperimentato con il coronavirus va salvato e potenziato. Va fatto unione investimento nell’assistenza domiciliare per evitare le criticità viste nelle residenze per anziani e soprattutto nelle assurde case dì riposo che ospitano persone non autosufficienti.

Va ripensato e rafforzato il ruolo della medicina di base che qualcuno proponeva di eliminare. Va data centralità alla medicina territoriale e alla rete dei distretti dal materno infantile, ai consultori, alle fragilità, alla salute mentale, alla età evolutiva. Questo slancio non va perso, perché è esattamente lì la sanità del futuro. Dobbiamo investire nella ricerca medica, nelle apparecchiature mediche, nella digitalizzazione mettendo in rete tutti i poli sociosanitari per la trasmissione di dati e per la telemedicina, la televisita e il telemonitoraggio. Cosa sarebbe stato questo virus se avessimo avuto la possibilità da casa di trasmettere al servizio sanitario dei parametri vitati banali come la temperatura, la pressione e l’ossigenazione.

È questa la rivoluzione digitale a domicilio: monitorare a distanza e intervenire in caso di scompensi. Dobbiamo correre veloci e investire nella modernizzazione degli ospedali, nella creazione di posti letto strutturali, anche in terapia intensiva. Solo l’adeguamento sismico della nostra rete ospedaliera e territoriale comporta investimenti di miliardi dì euro in un Paese come il nostro a forte sismicità. Dopo gli applausi, diamo forza al personale sanitario, con adeguamenti retributivi al pari di altri paesi europei, assunzioni e una forte immissione di nuove leve.

Abbiamo disperso generazioni dì giovani medici e infermieri. Dobbiamo immettere queste risorse nel sistema in maniera stabile e non precaria. Superare il paradosso di una collettività che investe tante risorse nella formazione e poi non riesce ad utilizzarle appieno, anzi a volte trovano soddisfazione in altri Paesi d’Europa. Superare il numero chiuso al primo anno e fare la selezione dal secondo anno in poi per coloro che hanno le capacità e la dedizione alla professione medica e alle professioni sanitarie. Sostenere con borse di studio i più meritevoli che non hanno le capacità economiche.

Dobbiamo puntare ad avere il miglior sistema sanitario d’Europa e del Mondo, è un obiettivo credibile e possibile. Per farlo abbiamo bisogno di grandi investimenti e per questo il Mes è fondamentale. Fino a 36 miliardi di euro senza condizioni a tassi bassissimi che permetterebbero di fare un grande salto nella qualità della sanità pubblica. Nell’ultima asta dei titoli di Stato abbiamo emesso 14 miliardi di Btp a dieci anni con un rendimento dell’1,7%: se volessimo finanziarci per 36 miliardi di euro sul mercato ai tassi attuali ci costerebbe 580 milioni di euro in più all’anno per dieci anni rispetto al costo dell’accesso al Mes.

Già solo questo rende chiaro che non dovremmo avere dubbi. Ma dovremmo chiamare le Regioni, la scienza medica, gli operatori per lavorare insieme a un piano nazionale dì ricostruzione che punti su ospedali, territorio, tecnologie, personale sanitario. In questi giorni si parla tanto di programmi e piani per la rinascita. Eccone uno concreto, rapido e utile fondato, non dimentichiamolo mai, sulla necessità di rendere davvero accessibile a tutte le persone il dettame dell’articolo 32 della Costituzione Italiana; «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».