31/08/2018

Il mio Pd contro i populismi

Si riparte da un ripensamento della nostra collocazione politica. Occorre rimettere al centro la nostra ragione di esistenza: la giustizia e lo sforzo di chiudere la forbice tra chi ha e chi non ha. Dobbiamo stare nelle strade, nei luoghi della vita e nella Rete. Per me sono vecchi sia i sostenitori della vecchia "ditta", sia quelli che successivamente si sono autoproclamati il "nuovo": sono vecchi perché, alla fine, sconfitti sul campo. Ora va scritta una nuova storia con nuovi protagonisti, aprendosi ai territori. Per questo la mia campagna, che parte il 13 ottobre, si intitola Piazza Grande


di Giovanna Casadio, La Repubblica, 31 agosto 2018

Presidente Zingaretti, i leader della sinistra fanno a gara a dire al Pd da dove ricominciare: dai fischi di Genova, dalle idee nuove, dal modello di partito. Lei, candidato alla segreteria dem, da dove riparte?  «Si riparte da un ripensamento della nostra collocazione politica. Occorre rimettere al centro la nostra ragione di esistenza: la giustizia e lo sforzo di chiudere la forbice tra chi ha e chi non ha. Inoltre sul partito occorre lasciarci alle spalle la stolta discussione tra partito pesante e leggero. È superato il vecchio partito burocratico e pedagogico, ma anche l’inconsistenza attuale di un partito che ha perso il senso di una comunità. Ci sono ancora tanti splendidi militanti ma il tono generale lo danno le correnti, i feudatari locali, la preoccupazione sui destini personali. Dobbiamo stare nelle strade e nei luoghi della vita, insieme finalmente ad una presenza autonoma e forte nella Rete, dove non abbiamo mai investito».

Veltroni invoca sogni e popolo. E dice che la rottamazione renziana è stata un cattivo slogan.
«Veltroni ha detto molte parole sagge e sincere. Per riacquistare il popolo e i sogni occorre marcare una nostra autonomia politica e culturale: ci vuole una nuova agenda che tenga finalmente insieme crescita ed equità. L’Italia per tanti aspetti è degradata. L’Europa anche. Sono stati sconquassati i tessuti sociali, divelte radici, resi più soli i cittadini. Il caos porta al disastro anche i ceti medi e quelli imprenditoriali e questo conduce inevitabilmente all’autoritarismo».

Si candida a leader in un momento in cui il popolo ha abbandonato la sinistra. «C’è ancora una parte importante di cittadini che guarda a noi. E ci sono tanti che non hanno votato o hanno votato 5 Stelle che erano nostri elettori e a certe condizioni possono essere ampiamente recuperati. Quelli che esprimono rabbia nei nostri confronti, e che non sono fanatici o pregiudizialmente nemici, pensano con qualche ragione che ci siamo chiusi troppo nella dimensione del governo, in pratiche elitarie, abbandonando la fatica di mettere le mani nel “fango” della società. Non so cosa ne verrà fuori: la mia intenzione è comunque di affrontare con le nostre ragioni la complessità di un popolo che per certi aspetti è tornato a essere plebe subalterna. È difficile. Ma qui è il nodo e qui si salta».

Sull’immigrazione è a rischio il futuro dell’Unione europea? «L’immigrazione è un problema reale. Ingigantito, però, dalla destra xenofoba di Salvini, che trae un vantaggio elettorale dagli allarmi che lancia. Va compreso meglio che il mancato governo dell’immigrazione colpisce soprattutto la vita della povera gente, già così travagliata. Si deve dare una risposta duplice. Accogliere umanamente gli immigrati regolari, i profughi. Gestire con giustizia e fermezza gli irregolari, prevedendo il loro rimpatrio. Inoltre, ecco il secondo aspetto, dobbiamo fare esattamente il contrario di ciò che il governo giallo-verde sta facendo. Sostenere i servizi, risanare i quartieri più difficili, investire nelle periferie. Se facciamo una battaglia concreta e ideale alla fine la gente ci capirà».

Ma quale è il rischio maggiore che lei vede in questo governo gialloverde? «Quello di regalare ad una destra solida e illiberale, che purtroppo sa bene quello che vuole, tutto l’elettorato dei 5 Stelle, che è composito e contraddittorio. Se noi regaliamo a Salvini ciò che non è suo, rischiamo di avere, in un paese come l’Italia dove negli anni ’70 la sinistra/sinistra sfiorava il 50%, un’influenza del 70% di una destra estrema, come mai nel dopoguerra si era vista in Italia. Quindi a me non interessami in alcun modo “accordicchi” di vertice, ma parlare al popolo sì».

C’è già chi dice: la sinistra che tifò Fini contro Berlusconi ora tifa Fico contro Di Maio, ma il risultato sarà lo stesso. «Non si tratta di entrare nel merito di un dibattito interno tra leadership diverse, anche perché il tema migranti in realtà è diventata una “nuvola” per nascondere agli italiani un problema più serio: il contratto di governo non funziona. La maggioranza, a parte le nomine, non trova sintonia su nulla».

Salvini si allea con Orbàn: è l’asse sovranista. Le forze progressiste dovrebbero fare fronte comune anche con Macron alle europee del 2019? «Le forze progressiste innanzitutto devono ritrovare tra di loro un’ampia sintonia. La Ue si è piegata troppo agli interessi della Germania, alla politica di austerità, ai bassi interessi sui titoli tedeschi, all’assillo sull’inflazione che alla fine ha determinato una deflazione. Sono peggiorate le vite di una parte grande di europei. L’Europa su questo deve scegliere un indirizzo chiaro. E questo è il senso delle prossime elezioni. Ciò non esclude, a mio avviso, una alleanza politica con Macron anzi, in una parte lunga di questa legislatura europea noi abbiamo governato d’intesa con i popolari. Sulla difesa dell’Europa con Macron ci sono punti maggiori di contatto. Escludo invece di fare come Macron. La nostra storia e il nostro futuro non si può infilare dentro a quel modello elitario, repubblicano ma rappresentativo dei piani alti della società francese. Ricordo che Macron al primo turno ha preso ll 24% con un esiguo consenso tra i lavoratori e i ceti popolari».

Ritorno alle nazionalizzazioni. Dopo il crollo del ponte di Genova il dibattito è aperto. «Su Genova va detto intanto che la confusione del governo è sconvolgente. Sono per non ideologizzare questo tema. In molti casi le privatizzazioni possono essere utili, in molti altri dannose. Dipende da ciò che si privatizza, dalla credibilità degli imprenditori, dal loro senso dello Stato e del bene pubblico. L’Italia che ha una classe dirigente e imprenditoriale non molto responsabile e deve essere particolarmente accorta nel realizzare queste complesse operazioni. Anche perché non sono d’accordo che quella sia sempre la strada obbligata. C’è una svalutazione del ruolo del soggetto pubblico e dello Stato. Vorrei ricordare che anche il più geniale degli imprenditori moderni, Steve Jobs, l’inventore di Apple, se non avesse avuto alle spalle l’enormità di denaro speso dal potere pubblico americano per la ricerca, non avrebbe mai raggiunto i risultati ottenuti».

Quale ruolo può avere Renzi? «Renzi è stato una grande speranza, ha fatto cose importanti, ha combattuto con onore e coerenza. Tuttavia la sua stagione è finita da leader solitario del Pd. Per me sono vecchi sia i sostenitori della vecchia “ditta”, sia quelli che successivamente si sono autoproclamati il “nuovo”. Sono vecchi perché, alla fine, sconfitti sul campo. Occorre prendere atto che va scritta una nuova storia con nuovi protagonisti, aprendosi ai territori. La mia campagna, che parte il 13 ottobre, si intitola Piazza Grande appunto per intendere la partecipazione delle persone. Forse la derenzizzazione l’ha avviata lo stesso Renzi quando si è dimesso. Oggi già c’è un altro segretario, Maurizio Martina, che deve proteggere, come sta facendo, la sua autonomia e le sue idee».

Non crede che Martina possa essere il suo avversario alle primarie? «Non lo so, comunque per abitudine esprimo le mie idee in positivo e non contro».