02/02/2018

Un nuovo volto per il Corviale

Sta per partire il progetto che ha vinto il concorso internazionale per ridisegnare l'area intorno a Corviale e per rivederne gli accessi: come Regione Lazio mettiamo a disposizione 12 milioni. L'idea è di trasformare Corviale da invalicabile muro in luogo di passaggio fra la città e la campagna. È uno spazio che va riempito di attività e ben utilizzato. Altrimenti diventa un ulteriore luogo d'abbandono, come a Corviale ce ne sono già troppi. Peretti vorrebbe si chiamasse Centro per la biodiversità


di Francesco Erbani, Il Venerdì di Repubblica, 2 febbraio 2018

ROMA. Che cos’è l’edificio di Corviale, periferia sudovest di Roma, una stecca grigia e uniforme di soli appartamenti lunga poco meno di un chilometro? O è qualcos’altro, e soprattutto può diventare qualcos’altro? Se lo domanda Laura Peretti, architetta, sgranando gli occhi dietro una montatura rotonda e di colore azzurro. Corviale, si risponde, può dare lavoro, può donare una piazza e altro spazio pubblico a un lembo di periferia che ormai non è più il limite della città; può diventare un modello di gestione, scrostare la vernice famigerata che colora la storia dell’edilizia popolare in Italia. Ma attenzione, dice, «l’architettura da sola non ce la fa».

Peretti è vicentina, vive a Roma, quartiere Esquilino, da sedici anni. Nel 2015 ha vinto il concorso internazionale per ridisegnare l’area intorno a Corviale e per rivederne gli accessi. E ora ha appena firmato il contratto per il progetto definitivo, che può contare su 12 milioni della Regione Lazio, prima parte dei 25 previsti per completarlo. Ma non è sola nell’impresa di metter mano a uno dei simboli della periferia senza speranza, avvolto da una nuvola leggendaria che ne esagera i difetti e induce a chiamarlo “serpentone”, ma che a un sinuoso rettile non somiglia essendo rigido, appunto, come una stecca di biliardo.

All’altro capo di Roma, quartiere Flaminio, ha lo studio un’altra donna, anche lei architetta, Guendalina Salimei, che a breve potrebbe inaugurare il cantiere di un intervento al quarto piano del Serpentone. È un luogo nevralgico, il più drammaticamente famigerato dell’ edificio. Mario Fiorentino, il capogruppo degli architetti che dalla metà degli anni Settanta lo disegnò, voleva che lungo il quarto piano si installassero i servizi e i negozi destinati alle oltre 6 mila persone che ci avrebbero abitato. Ma durante l’assegnazione degli appartamenti, in questi spazi si riversarono un centinaio di famiglie che li adattarono abusivamente ad abitazione.

Fu il primo segnale del perdersi di un’architettura che da subito aveva raccolto pareri contrastanti: a chi ne lodava il potente segno progettuale, un edificio-città che esaltava il valore comunitario dell’abitare, in linea con tante esperienze europee, si opponeva chi ne denunciava il gigantismo violento e ingestibile. Il progetto di Peretti, realizzato insieme ad altri architetti, a paesaggisti e anche a una sociologa, ha il suo fulcro in una piazza con gradoni di 50 metri per 200 che passa sotto l’edificio e si spalanca su un pezzo di pregiato agro romano.

L’idea è di trasformare Corviale da invalicabile muro in luogo di passaggio fra la città e la campagna. Nella piazza si ergeranno un cavallo scolpito da Mimmo Paladino e uno dei pochi, nuovi manufatti che ha la forma di un parallelepipedo vuoto al centro e che, racconta Peretti, «richiama le forme del mausoleo delle Fosse Ardeatine, opera dello stesso Fiorentino». A che cosa servirà? La risposta lascia i terreni dell’architettura e si avventura altrove. È uno spazio che va riempito di attività e ben utilizzato. Altrimenti diventa un ulteriore luogo d’abbandono, come a Corviale ce ne sono già troppi. Peretti vorrebbe si chiamasse Centro per la biodiversità.

Potrebbe ospitare servizi rivolti a un intero quartiere, in buona parte abusivo, che di servizi ne ha pochi (ma un eccellente funzione svolge già la biblioteca intitolata a Renato Nicolini). E non solo. L’auspicio è che l’Ater, l’agenzia per l’edilizia pubblica proprietaria dell’edificio, la Regione, il Comune, insieme ai comitati di cittadini, molto attivi in questi anni, individuino forme di gestione perché Corviale offra spazi per l’artigianato, l’agricoltura, l’impresa sociale, i negozi, il tempo libero. «Fiorentino diceva che il suo progetto era per metà architettura, per metà gestione», insiste Peretti. Che ha anche previsto di moltiplicare gli ingressi all’edificio. Ora sono cinque e impongono agli abitanti faticosi tour de force, ma diventeranno ventisette, ognuno con un proprio atrio. Insieme a Carlotta De Bevilacqua, l’architetta ha poi disegnato “la luce sociale”, un sistema di illuminazione che potrebbe rendere più agevole raggiungere la propria casa, trasformando in lanterne e rendendo riconoscibili i corpi scala. La ricerca di un segno distintivo ha guidato anche la mano di Salimei.

Il suo progetto risale al 2009, ma si è inabissato quando alla Regione Lazio si sono insediati prima Francesco Storace e poi Renata Polverini, entrambi suggestionati da una sbrigativa soluzione: abbattiamo Corviale. Il progetto è stato raccontato in un film del 2014 di Riccardo Milani, Scusate se esisto, e Salimei era vagamente raffigurata dalla protagonista Paola Cortellesi. Lungo l’intero quarto piano, Salimei ha disegnato 110 appartamenti di diverse dimensioni, intervallati da spazi comuni che ripropongono qualcosa che già c’è, insieme agli ascensori sfasciati e ai locali dove si truccano i motorini rubati o si spaccia: il senso di vicinato, che, spiega Salimei, «è il frutto di un bisogno spontaneo di relazione e di comunità, che qui si è manifestato in forme diverse, comunque autoorganizzate».Tutto il piano sarà rivestito da una fascia di metallo traforato colorata di verde, il segno distintivo che rompe la grigia uniformità del Corviale.

L’apertura del cantiere è imminente. Un’impresa ha vinto l’appalto, ma un’altra ha fatto ricorso e la questione sarà decisa a breve dal Tar. Ma che ne sarà di chi occupa i locali? Secondo Pino Galeota, presidente del comitato Corviale domani, «più di metà di queste famiglie avrebbero comunque diritto a un alloggio popolare». E la Regione ha individuato dove sistemare chi, allontanato, rientrerà nei nuovi appartamenti. Ma, insiste Galeota, «i tempi stringono e chi deve decidere si muove con estenuante lentezza». E questo mentre incombe la paura che qualcuno possa soffiare sul fuoco in una periferia romana dove il disagio abitativo è esplosivo. E dove la speranza di una rinascita di Corviale è appesa ai progetti di due donne.