30/04/2019

Sindacati con il Pd contro il piano 5S: “Così i lavoratori sono più deboli”

L'inconsapevole ottimismo della volontà di Luigi Di Maio non sembra fare i conti con la linea di Cgil, Cisl e Uil da sempre ancorata alla difesa, senza se e senza ma, dello strumento della contrattazione.


«Una delle prime proposte che presenteremo in Parlamento Ue sarà il salario minimo europeo. Il 6 maggio abbiamo un incontro con i sindacati per discutere sulla proposta e poi si procederà spediti». L’inconsapevole ottimismo della volontà di Luigi Di Maio non sembra fare i conti con la linea di Cgil, Cisl e Uil da sempre ancorata alla difesa, senza se e senza ma, dello strumento della contrattazione. Una trincea nella quale sembra ormai essersi calato anche il Pd, armato delle parole del segretario Nicola Zingaretti («cercheremo un accordo con le parti sociali per il salario minimo solo nei settori non coperti dai contratti nazionali») e della proposta di legge dem (primo firmatario Tommaso Nannicini) depositata in commissione Lavoro del Senato. Un articolato che è musica per le orecchie dei sindacati, perché conferisce valore di legge ai trattamenti minimi tabellari dei contratti nazionali di ciascuna categoria, a loro volta siglati dai sindacati più rappresentativi. Inoltre, nella proposta si parla sì di un salario minimo di legge, ma «residuale» e solo per chi non ha un contratto di lavoro. «Con questa scelta – spiega Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro e tra i tecnici che hanno scritto le norme – si riafferma la contrattazione come strumento per definire i vari aspetti dei rapporti di lavoro». Concetto ulteriormente rafforzata visto che anche per il “salario legale residuo” toccherebbe ad una commissione paritetica Cnel-parti sociali stabilirne l’importo e definire i criteri di certificazione della rappresentatività di sindacati e associazioni imprenditoriali. La proposta del M5S, ricordiamolo, fissa invece un salario minimo di legge pari a 9 euro lordi orari applicato a tutti i lavoratori, compresi quelli che hanno già un contratto. «Ma non ha senso definire per legge un trattamento economico minimo uguale per tutti sottolinea ancora Damiano – Non sfugga che oltre alla paga base, le retribuzioni contrattuali contengono scatti di anzianità, progressione professionale, maggiorazioni per straordinari e turni, ferie, festività, permessi retribuiti, tfr e previdenza complementare, oltre alle tutele per malattia, maternità e infortunio: diritti e tutele che vanno ben al di là di un salario minimo». Alla base del progetto di legge Pd ci sono le elaborazioni dell’Associazione Lavoro&Welfare (che fa capo, tra gli altri, allo stesso Damiano): numeri alla mano, dimostrano come il minimo tabellare dei contratti nazionali garantisca molto di più il lavoratore rispetto al salario legale. Innanzitutto viene presa ad esempio la retribuzione di un operaio metalmeccanico senza particolari qualificazioni, comprensiva di indennità di mensa, premio di risultato, welfare aziendale e al lordo dei contributi previdenziali pagati dal lavoratore e delle imposte: ebbene, i cinque aumenti periodici di anzianità fissati dal contratto nazionale di categoria fanno lievitare la paga mensile da 1525,63 (pari ad una paga oraria di 8,82 euro) fino a 1.786,90 euro (10,33) in un decennio. Un calcolo che, oltretutto, non contempla le riduzioni d’orario previste nei vari comparti dei metalmeccanici e che, se quantificate, produrrebbero una progressione ancora più consistente: dai 1578,55 euro di partenza (9,12 di paga oraria) fino a 1848,88 (10,69). Un salario minimo legale sarebbe dunque meno sostanzioso e potrebbe spingere le aziende ad eludere la contrattazione nazionale. «La complessità degli istituti – avverte L&W – dovrebbe indurre il legislatore a porre molta attenzione al tipo di normativa che vuole introdurre, poiché è molto facile provocare effetti opposti a quelli dichiarati».