Si può aprire una nuova stagione
La Repubblica 07.05.2026
Dopo il caos seminato da Trump e dai suoi sodali nazionalisti, Nicola Zingaretti vede farsi largo una scommessa che travalica i nostri confini: «I progressisti possono davvero aprire una nuova stagione, in Italia e in Europa», dice il capodelegazione del Pd al Parlamento Ue. «Ormai hanno capito tutti che Giorgia Meloni, appiattita sulla Casa Bianca a trazione Maga, ha fallito. Abbiamo davanti un’opportunità che non dobbiamo in alcun modo sprecare».
Eppure, complici gli attacchi di Trump, sembra essersi riavvicinata all’Europa: ha cambiato linea o è solo una tattica per non affondare?
«La strategia della premier non è cambiata, è stata sconfitta. Proporsi da tramite con gli Usa era solo un rifugio retorico per nascondere la condivisione dell’ideologia trumpiana e il suo progetto distruttivo contro l’ordine internazionale. Il “ponte “non c’è mai stato e averci costruito sopra un pezzo importante della nostra politica estera ed economica ha prodotto danni serissimi, non solo al Paese ma a tutta la Ue».
Non la starà sopravvalutando?
«Insieme all’Ungheria di Orban, l’Italia è stata tra i principali artefici del boicottaggio del percorso europeo verso una maggiore integrazione. Si è opposta al superamento dell’unanimità che zavorra ogni decisione strategica, agli investimenti comuni e al sistema unico di difesa per ridurre l’acquisto di armi e gas americani».
Con quali risultati?
«L’isolamento in Europa e una perdita di credibilità che ha indebolito il nostro governo, togliendogli ogni margine di manovra. Il disastro sociale ed economico, prodotto da quattro anni di demagogia e immobilismo, sta lì a dimostrarlo: crescita zero, produzione industriale in calo, aumento della pressione fiscale, fallito rientro dalla procedura di infrazione. Problemi che avrebbero potuto trovare risposta dentro una strategia europea che la destra ha invece osteggiato, rendendo palese quanto l’opzione sovranista ed anti-Ue di Meloni e Salvini sia un suicidio per il Paese».
Che significa, in concreto?
«Avere gli artigli spuntati contro le crisi che stiamo attraversando. Siamo precipitati in una palude, come raccontano le stime del Fmi: le famiglie italiane sono tra le più colpite dall’impennata dei prezzi dell’energia, nel 2026 subiranno rincari compresi fra i 450 e i 2.270 euro. Un sondaggio della Ghisleri segnala che l’84% dei cittadini è angosciato per il carovita e il 40% si sente povero. Sono questi gli effetti delle politiche nazionaliste nell’America di Trump e nell’Europa delle Meloni».
Intanto però il nostro esecutivo si avvia a battere ogni record di durata: la stabilità non è un valore?
«Se fosse stata usata per fare il bene del Paese sì. Invece a loro serve solo per conservare il potere e affermare un disegno ideologico mirato a ridiscutere le regole e i valori costituzionali. Per fortuna, gli italiani hanno capito, lo dimostrano i 15 milioni di no al referendum. Alla fine il tema non è quanto dura, ma quanto ci costa la paralisi di una destra ostaggio di liti e veti interni».
In quanto a liti e veti non è che il centrosinistra sia messo meglio.
«Sbaglia. Basti pensare al 2022, all’inesistente volontà di siglare una alleanza, per vedere la differenza tra ieri e oggi. Ora quella volontà c’è, le forze progressiste sono unite, non resta che misurarsi con la costruzione di un programma condiviso per governare l’Italia».
Le sembra facile?
«L’abbiamo già fatto in tante città e regioni. Rispetto al passato abbiamo finalmente chiaro l’elenco delle politiche di giustizia sociale da finanziare — welfare, lavoro, istruzione — ora dobbiamo indicare le scelte per produrre ricchezza e come redistribuirla. Crescita e sviluppo passano da qui».
Intanto, in barba all’unità, Marianna Madia ha lasciato il Pd.
«Mi dispiace perché a grandi problemi vanno date risposte collettive. Il Pd rimane il luogo nel quale con le proprie idee si può contribuire alla realizzazione di qualcosa di più grande».
Ma alla coalizione non serve una gamba più moderata e riformista?
«Credo di sì. Veniamo da un tempo in cui spuntavano sempre nuovi partiti personali, fatti per dividere anziché unire. Stavolta mi pare che l’obiettivo sia ampliare l’offerta politica. Bene così».
Resta il rebus leadership: a chi tocca guidare la coalizione?
«Mi sembra si sia già d’accordo di iniziare dalla stesura di un programma comune. Si deciderà insieme: altra conquista di un centrosinistra in passato troppo litigioso, che ha usato pure questo argomento per non fare mai alcun passo in avanti».
Si faranno le primarie?
«Le primarie le può indire solo un’alleanza tra forze che si mettono insieme sulle cose da fare: sarebbe stravagante se per prima cosa chiamassero gli elettori a scegliere chi dovrebbe guidarla».
