Per vincere, ricostruiamo un “noi”

Avvenire 28.07.2026

I fatti di cronaca di questi giorni hanno un comune denominatore: la violenza. Non hanno come protagonisti delinquenti o mafiosi, ma persone comuni.

Sembra esserci un’onda silenziosa che attraversa il nostro tempo. Una forza carsica che accompagna la regressione civile e democratica che stiamo vivendo: una sorta di virus che minaccia l’umano, lo forza antropologicamente e deteriora il modo in cui gli esseri umani si relazionano tra loro.

La sofferenza individuale, il senso di insicurezza e la percezione della solitudine hanno progressivamente eroso la fiducia nella dimensione pubblica, così come si era costruita nel secondo dopoguerra. Ciò che oggi attraversa la società è la dissoluzione dell’idea di bene comune e il ritorno dello strapotere dell’io.

Questa concezione dei rapporti umani permea ormai ogni ambito della vita: la politica, le istituzioni, il lavoro, le relazioni sociali e perfino quelle personali.

Si manifesta nell’idea che l’ordine internazionale possa essere demolito per lasciare spazio alla legge del più forte; nella normalizzazione della guerra come strumento di soluzione dei conflitti; nella violenza urbana; nella persistenza della cultura patriarcale e della sopraffazione dell’uomo sulla donna. La logica è sempre la stessa: se conviene a me, allora è legittimo farlo.

Il fenomeno più grave, tuttavia, è che questa cultura dominata dall’io ha finito, in forme diverse, per contaminare anche la sinistra, i suoi partiti, le organizzazioni sociali e i corpi intermedi. Realtà nate certamente per rappresentare interessi, ma soprattutto per ricondurli a un interesse generale, per difendere il bene comune, la democrazia e valori capaci di parlare all’intera società.

Margaret Thatcher sintetizzò il paradigma neoliberale con una frase destinata a segnare un’epoca: «Non esiste una cosa chiamata società. Esistono gli individui e le famiglie». In quella affermazione non c’era soltanto una teoria economica, ma una precisa antropologia. Forse ciò che stiamo vivendo è la conseguenza più radicale di quella visione: se la società non esiste, allora non esiste nemmeno un destino condiviso.

A questa violenza pensiero le forze democratiche nel mondo non hanno saputo resistere a sufficienza, e ora se volgiamo riproporre un alternativa è tempo di cambiare passo.

Quando i valori comuni cedono il passo all’affermazione esclusiva dell’io, cambia la natura stessa della politica. Il confronto delle idee si trasforma in competizione per il potere; i principi vengono sostituiti dalle convenienze; l’interesse generale lascia spazio all’utilità particolare. Così anche le politiche pubbliche smettono di misurarsi sulla loro qualità e sulla capacità di migliorare la vita collettiva, per essere valutate esclusivamente in funzione del consenso che producono.

La politica dovrebbe nascere per costruire relazioni e comunità. Sempre più spesso, invece, sono le relazioni personali, le appartenenze e gli equilibri di potere a determinare la politica, o ciò che ne resta.

Se vogliamo salvare l’Italia, ripeto, la prima ricostruzione da affrontare è quella della cultura politica. Prima ancora dei programmi e delle alleanze, una comunità si fonda sulla condivisione del perché si decide di stare insieme.

Il nucleo di una comunità politica non può essere tenuto insieme soltanto dall’utilità reciproca. Deve esistere qualcosa che precede l’interesse individuale: la convinzione che il bene dell’altro riguardi anche noi. È questa la condizione che rende possibile costruire una comunità capace di diventare egemone nella società, perché propone un’idea di progresso che migliora la vita di tutti e non soltanto quella dei propri aderenti.

Papa Francesco, nell’enciclica Fratelli tutti, richiama questo stesso principio con parole semplici e profonde: «Il tutto è più delle parti». La semplice somma degli interessi individuali non genera automaticamente una società più giusta. Occorre una visione capace di tenere insieme libertà personale e responsabilità collettiva.

Qualcuno potrebbe considerare queste riflessioni troppo teoriche, astratte. Ma anche questa ossessione per la concretezza immediata, questa diffidenza verso il pensiero lungo e verso la complessità, sono uno degli effetti della crisi della politica. Dopo il 1989 la sinistra ha progressivamente smarrito la fiducia nella propria funzione culturale, limitandosi troppo spesso ad amministrare l’esistente invece di interpretarlo e trasformarlo.

Sembra quasi che abbiamo attraversato tre stagioni. La prima è stata quella della politica, fondata sulle grandi culture collettive. La seconda, quella dell’antipolitica, alimentata dalla sfiducia verso i partiti. Oggi rischiamo di entrare in una terza fase, ancora più pericolosa: l’apolitica. Una condizione nella quale le appartenenze non si costruiscono più intorno a valori, ideali o visioni del mondo, ma esclusivamente sulla convenienza del momento.

E invece io sono convinto che ciò di cui abbiamo bisogno sia il ritorno della politica, della ricerca, dello sforzo di comprensione dell’esistente per avanzare una proposta fondata sul bene comune.

Per questo la sinistra deve tornare a combattere, prima ancora che sul terreno elettorale, su quello culturale. Deve ricostruire la cultura del “noi”, perché senza una comunità di destino non esiste giustizia sociale, non esiste democrazia sostanziale, non esiste libertà condivisa.

Norberto Bobbio ricordava che la democrazia vive soltanto se i cittadini riconoscono l’esistenza di beni che appartengono a tutti e che tutti hanno il dovere di difendere. È questa la battaglia decisiva.

Se non saremo capaci di creare un nuovo terreno culturale sul quale far crescere le coscienze, il destino di questa transizione è già scritto. E il punto di approdo non sarà una società più libera, ma una società più diseguale, più autoritaria e caratterizzata dalla solitudine