Il vero risultato della Meloni? La decrescita infelice

La Repubblica 5.09.2026

Onorevole Nicola Zingaretti, Meloni ha festeggiato 1.413 giorni di governo: quanto conta la longevità e quanto invece ciò che lascia al Paese?
«Mentre Meloni parlava a Bari dei suoi presunti successi, in Puglia arrivavano 2.500 lettere di licenziamento ai lavoratori dell’indotto Ilva. Ecco, io credo che questa vicenda, drammatica per migliaia di famiglie, sia la sintesi perfetta della tragedia che sta vivendo l’Italia, ostaggio di una macchina della propaganda lontana dalla vita vera delle persone e dalla realtà».


La premier sostiene però che la durata sia di per sé un successo politico. Ma, oltre all’Ilva, non ha approvato una sola riforma e il Paese, tra caro vita e caro benzina, si è impoverito: confonde stabilità con immobilismo?

«La durata certo che è un primato, ma anche i risultati disastrosi lo sono. Sei milioni di italiani che rinunciano alle cure e altrettanti in povertà assoluta, stipendi reali scesi del 6% e bollette dell’energia più costose d’Europa che massacrano famiglie e imprese. Siamo primi per debito e ultimi per spesa in sanità, il nostro Pil è in calo da quattro anni consecutivi malgrado gli investimenti che noi abbiamo garantito col Pnrr. Non so se chiamarlo immobilismo, ma di sicuro l’Italia altri quattro anni così non li regge. Grazie a Meloni siamo entrati nell’era della decrescita infelice».


Se lei dovesse indicare una cosa positiva e una negativa tra quelle fatte, quali sceglierebbe?
«Il dato positivo è che ha reso chiaro il bluff di cosa è davvero la destra nazionalista: cavalca i problemi ma non li risolve. Quello negativo è l’uso sistematico delle bugie che ha mortificato la sostanza e la credibilità delle istituzioni. Meloni non è mai stata la presidente del Consiglio, ma una capofazione».


Eppure fra i risultati rivendicati ha elencato spread basso e conti in ordine, mentre il vostro governo li avrebbe sfasciati con il superbonus. E di aver aumentato l’occupazione, mentre voi i lavoratori sul divano…
«Se è per questo di vanta pure di aver tagliato le tasse quando invece l’Istat, agenzia governativa, ha misurato una pressione fiscale ai massimi da 15 anni. E di aver registrato il record di occupazione femminile, dimenticando che resta 13 punti sotto la media europea. Di cosa stiamo parlando? Ancora bugie, sempre mezze verità».


Tuttavia dice il vero quando ricorda che i tre governi più longevi sono tutti di centrodestra. È perché il centrosinistra è incapace di costruire coalizioni solide e guidare insieme il Paese?
«Non c’è dubbio che noi nella nostra storia abbiamo pagato la sottovalutazione del tema dell’unità. Personalmente ne ho fatto una ragione identitaria. Ma la longevità senza spirito di servizio, idee, passione e lealtà ai valori costituzionali si trasforma in agonia per l’Italia. E poi, se vogliamo fare dei bilanci, noi in due anni di Conte2 abbiamo ottenuto 260 miliardi dall’Europa, loro in quattro i dazi di Trump».


Salvini e Tajani non erano alla festa, si sono solo videocollegati: è soltanto un dettaglio organizzativo o il segno che sotto la strombazzata compattezza covano crepe?
«È l’ennesima dimostrazione che a tenerli insieme è solo la gestione del potere. Nient’altro. Si è perso il conto delle liti, dei dispetti, dei ricatti fra di loro. Si sono ritrovati d’accordo soltanto sulle poltrone, come arraffarne il più possibile. Hanno trasformato la cosa pubblica in qualcosa da depredare».


Ma se è così, come mai Meloni non cala nel consenso? Non sarà perché le opposizioni non sono mai riuscite a metterla in difficoltà, né a costruire un’alternativa credibile?
«Dopo le politiche del 2022 partivamo da una situazione terribile, lacerati e sospettosi l’un con l’altro, e non c’è dubbio che parte del problema è stato quello. Ma abbiamo imparato la lezione: la strada intrapresa, anche se complicata, è quella giusta. Le difficoltà ci sono, ma vanno superate per andare avanti insieme. Ma dobbiamo fare in fretta».


Intanto la destra dice: “Noi duriamo, voi litigate”. Come si fa a ribaltare questo racconto, visto che la coalizione progressista ancora non esiste e ogni volta che ci provate spuntano divisioni, veti e guerre sulla leadership?
«Dobbiamo voltare pagina, usare l’unità già conquistata sui territori per avanzare una proposta di sviluppo per il Paese su capitoli chiari, alternativi ai fallimenti della destra: crescita, uguaglianza e libertà. Gli italiani hanno difeso la Costituzione, ora traduciamola in un programma che metta al centro un’idea di Europa diversa da quella dei nazionalisti».


E qui viene il bello: prima il programma o prima le primarie per scegliere il candidato premier? Sul punto Meloni vi ha sbertucciato.
«L’ho sempre detto e lo ripeto. I nomi vengono dopo. Prima diciamo agli italiani cosa vogliamo fare. È il momento delle scelte. L’importante è non ripetere gli errori del passato».