Con i MAGA tutto è cambiato, bisogna ripensare il mondo

La Repubblica 03.03.2026

L’attacco all’Iran, e prima ancora al Venezuela, da parte di Donald Trump non può essere letto con le tradizionali categorie che abbiamo utilizzato dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Il diritto internazionale violato, l’umiliazione dell’Onu, la marginalizzazione dell’Europa e dei Paesi cosiddetti alleati.

Queste categorie erano funzionali per comprendere le tendenze politiche e le scelte “dentro” un sistema di regole condivise dal 1945 con la scelta dell’Onu: sistemi e regimi diversi, ma legati da istituzioni, luoghi comuni di contatto per interpretare e rispettare valori ritenuti condivisi.

Un sistema assolutamente imperfetto, ma di equilibrio.

Le cronache di queste ore non sono questo; anzi, quel sistema lo superano o provano a superarlo, giudicandolo vecchio, obsoleto e inadeguato.

La cultura MAGA al potere ha avviato un processo volto a sostituire un impianto culturale e politico che vedeva intorno agli USA un sistema di alleanze politiche ed economiche fondato, per usare le parole della nostra Costituzione, sulla pari dignità, con un sistema di relazioni di tipo feudale.

Per usare una efficace sintesi di Roberto Seghetti nel suo ultimo libro: “Siamo nel mezzo dell’ennesimo cambiamento del capitalismo, diventato ormai tanto estremo da mettere in discussione anche i fondamenti che, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, hanno portato l’Europa e gli USA, con alti e bassi anche estremi, a una evoluzione sociale formidabile grazie allo sviluppo della democrazia liberale”.

Donald Trump può farlo perché è il rappresentante politico più autorevole di un tecno-capitalismo che, grazie alla rivoluzione digitale in atto da decenni e che ora sta subendo una brusca accelerazione, è parte e strumento di un sistema di potere oligarchico che rifiuta la democrazia liberale nei suoi fondamenti: regole, valori, diritti e istituzioni internazionali pensate per attuarli.

È un’oligarchia proprietaria esclusiva dei dati e quindi degli strumenti di dominio culturale, dei consumi, dei servizi e della produzione della ricchezza e ora, grazie all’intelligenza artificiale, osa utilizzare questo dominio per imporre con la guerra il sistema che giudica migliore.

L’esito di questo processo è la morte della democrazia. Il ritorno indietro di un processo di liberazione dell’uomo che abbiamo definito progresso e che ormai rischia di coincidere, in larga parte, con la sua oppressione.

Di fronte a tutto questo la sinistra e il pensiero progressista dovrebbero innanzitutto fare ciò che non hanno avuto il coraggio e la
capacità di fare dopo il 1989: non limitarsi a gestire il presente, ma ricostruire un pensiero critico per tenere aperta la speranza di un futuro migliore.

Nicola Zingaretti