Patto per il Mediterraneo

Avvenire 12.06.2026

Nicola Zingaretti, lei ha presentato da poco il Patto per il Mediterraneo dell’Unione europea e oggi, in vista del Consiglio Ue della prossima settimana, la premier Meloni ha toccato diversi argomenti contenuti nella sua proposta. Vede convergenze?

Il Patto per il Mediterraneo vuole sostenere una serie di azioni affinché, malgrado la linea dei governi di questo momento, il clima di guerra, di paura e di odio, non faccia rinunciare al dialogo. Il patto punta a rimetter al centro le persone, incentivando gli scambi nelle scuole superiori, nelle Università, nelle aziende del Mediterraneo, nelle startup, tra i sindaci, nel tentativo di abbattere i muri. La cultura della destra è l’opposto, come abbiamo sentito da Meloni alle Camere, crea le paure dell’altro, del diverso che di per sé diventa un nemico, e questa è una visione molto pericolosa, perché l’idea di distruggere un ordine mondiale fondato sul diritto porta alla guerra.

Il discorso è molto concettuale, mentre lei parla di finanziamenti.

La commissione ha proposto un action plan che propone di sostenere, occasioni di scambio, ad esempio tra aziende del Mediterraneo, per facilitare la cooperazione tra le due sponde. L’idea è di favorire tutto quello che è conoscenza, senza aspettare che arrivi il momento magico del dialogo.

Tra gli argomenti ricorrenti c’è la politica green. C’è qualcosa da ripensare?

Continuo a pensare che il Green deal sia stato una grande spinta verso l’innovazione del nostro sistema produttivo europeo. Se c’è stato un limite è nel non aver avuto coraggio di investire su questa transizione, illudendosi di poter raggiungere grandi obiettivi senza le risorse, scaricando i costi su imprese e consumatori. Quando è stato scritto nella Costituzione che la salute o la scuola sono un diritto, abbiamo investito negli ospedali, nelle scuole. Si tratta di essere coerenti. Ma che la strada è segnata lo dimostrano le clausole dell’Europa per i 14 miliardi concessi al Governo. Quando vedo che siamo circondati da macchine cinesi mi pare evidente che il mercato c’è.

Però le macchine cinesi costano poco rispetto alle nostre.

Per quello serve che il costo della transizione abbia incentivi che favoriscano lo sviluppo della tecnologia europea. Non credo sia un caso se Mario Draghi dica che oggi abbiamo bisogno sì di debito comune, ma poi anche di 800 miliardi l’anno, perché in questo mondo competitivo l’innovazione premia.

Quindi non serve rinviare o ammorbidire le maglie dell’accordo?

Importante è tenere fermi gli obiettivi. E l’imperativo è arrivarci senza distruggere un apparato produttivo che invece va sostenuto, senza scaricare i costi sulle aziende o sul lavoro, e perciò c’è bisogno del debito comune. L’innovazione è andata avanti, come si vede con le ultime posizioni dell’Europa sull’IA: dobbiamo recuperare il ritardo.

La premier Meloni ha rilanciato l’idea di un negoziatore Ue per la Russia. C’è un profilo europeo?

Finalmente (ahimè temo involontariamente) Meloni ha ammesso che l’Europa ha bisogno di una politica estera e di una leadership che la rappresenti. Un passo avanti enorme. L’Europa esiste se ha un’identità comune anche in politica estera e con i giganti in campo servono figure autorevoli. Impossibile contare con 27 politiche estere e 27 sistemi di difesa.

Il campo largo ha 6 politiche estere…

Nel centrosinistra è in corso da settimane un processo che porterà a un programma comune. Nel centrodestra c’è al contrario una fase di disgregazione, partita da un programma che hanno votato insieme, ma oggi nelle loro mozioni non c’è scritto nulla. Sappiamo che c’è un vicepremier, Salvini, che è totalmente antieuropeo, e un altro, Tajani, totalmente filoeuropeista. E una presidente del Consiglio che ha scelto un rapporto privilegiato con Trump, facendo all’Italia un danno enorme, per cui oggi non siamo né con l’Europa né con gli Usa.

La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno ha lasciato il Pd e molti dem hanno esultato. In qualità di capo delegazione, lei aveva provato a farla ripensare?

Nessuno ha esultato, anzi. Mi è dispiaciuto perché in questi due anni abbiamo avuto una gestione di tutta la delegazione improntata alla massima ricerca dell’unità, e questo ci ha portato nel 97-98% dei casi a votare le risoluzioni insieme e insieme al gruppo di cui facciamo parte.

Per la risoluzione del Pd di ieri, Schlein è venuta incontro alle richieste riformiste. Un segnale che si possono trovare punti di intesa?

Noi dobbiamo unire l’Italia intorno a una nuova speranza. Dobbiamo offrire un’alternativa al centrodestra. E’ una questione di democrazia.